Il Salman Rushdie siriano: "Perseguitato dal mio Paese"




IL giornalista Nizar Nayouf appena rilasciato dopo uno strano sequestro racconta delle persecuzioni da lui subite dal regime siriano. "So troppe cose, non vogliono che parli".

PARIGI - Il rapimento del 26 maggio di Nizar Nayouf non è che l’ultimo atto di una persecuzione attuata dal regime siriano nei confronti di un giornalista già punito con dieci anni di carcere per essersi battuto per la libertà di stampa e il rispetto dei diritti umani nel suo Paese. Il fatto di essere uscito vivo – grazie alla sua tempra e per merito dell’intervento di numerose associazioni internazionali impegnate nella difesa di giornalisti colpiti nella normale esecuzione del loro lavoro – non è stato sufficiente a chiudere la lotta con le autorità siriane e soprattutto con i servizi segreti, capaci di raggiungere quest’uomo ovunque egli si sposti.
Dalla sua abitazione parigina, Nizar Nayouf riepiloga l’escalation di attacchi e minacce subiti dal momento in cui è riuscito ad abbandonare la Siria un anno fa, per ricorrere alle cure mediche necessarie, dopo le torture subite in prigione, in strutture adeguate sia dal punto di vista sanitario che da quello relativo alla sicurezza personale.
Che la Siria abbia concesso a malincuore la fine degli arresti domiciliari e il passaporto necessario per l’espatrio a Nayouf, non è certo una novità. Vi è stata costretta fondamentalmente dalla campagna di sensibilizzazione promossa dalla World Association of Newspapers e da Reporters sans frontières, pur sapendo che Nayouf non avrebbe mai abbandonato il proprio impegno e rinnegato i propri valori. Motivi che infatti lo hanno spinto ad avviare una serie di cause davanti a tribunali di varie nazionalità e a rilasciare, il 15 agosto scorso, un’intervista alla televisione al-Jazeera, nella quale ha accusato l’ex-vicepresidente Rifat al-Assad, fratello di Hafez al-Assad, di essere il responsabile del massacro commesso nella prigione di Palmyra il 27 giugno 1980 e costato la vita a 750 prigionieri politici, uccisi per mano del gruppo militare Saraya al-Difaa. Per questo c’è un processo in corso davanti alla corte francese di Parigi.
Ma l’intervista è costata al reporter una nuova pendenza: il presidente siriano Bachar al-Assad ha infatti emesso un decreto nel settembre scorso affinché Nizar Nayouf venga nuovamente arrestato non appena rientri in Siria. E questo è il motivo per il quale nonostante Nayouf abbia espresso il desiderio di tornare nel proprio Paese, ha per ora deciso di seguire il consiglio dei diplomatici francesi di rimandare tale decisione. Ma Nayouf non è certo il tipo da lasciarsi impressionare e racconta di aver scritto una lettera al dittatore siriano nella quale si dice “obbligato ad aprire l’archivio relativo alla sperimentazione di armi biologiche e nucleari sulla pelle dei detenuti siriani, trattati come topi, se lo stesso Bachar al-Assad non si farà promotore di una commissione d’inchiesta con lo scopo di verificare quanto avvenuto negli ultimi anni nelle prigioni del Paese, giudicare e punire i crimini commessi dagli ufficiali dei servizi segreti”. E a tal proposito Nizar Nayouf non risparmia critiche neanche all’Occidente, in testa gli Stati Uniti d’America, colpevoli a suo dire di rimanere in silenzio davanti all’operato della Siria, mentre gli stessi crimini sono ritenuti motivo valido per perseguire personaggi come Osama bin Laden o Saddam Hussein.
A dimostrazione di tale disparità di trattamento Nayouf racconta di aver organizzato per il 6 febbraio di quest’anno una conferenza stampa a Parigi, dove aveva deciso di presentare una delle vittime delle sperimentazioni attuate in Siria. “Quella conferenza non si è mai tenuta – racconta oggi il giornalista – perché ho ricevuto pressioni da parte di tre diplomatici occidentali, uno dei quali americani! Assistiamo a una vera e propria prostituzione ideologica e politica!”.
Ma le preoccupazioni per Nizar Nayouf sembrano non aver mai fine: a partire dalle ritorsioni attuate nei confronti dei suoi familiari in Siria (ai quali è riuscito a garantire la riattivazione di una linea telefonica solo dopo uno sciopero della fame davanti alla sede parigina dell’Unesco) – tre dei suoi fratelli e suo padre sono stati licenziati per volontà del regime e quindi l’intera famiglia non ha oggi alcun sostentamento per essersi rifiutata di pubblicare un manifesto contro le dichiarazioni rilasciate dal loro congiunto alla tv al-Jazeera – per arrivare alla fatwa emessa a marzo da un gruppo islamico sciita, che ha offerto 250 mila dollari a chiunque riesca ad uccidere il reporter siriano.
Intanto Nayouf è stato a più riprese vittima, da parte dei servizi segreti siriani, di furti di documenti utili alla documentazione dei crimini da lui denunciati. “Naturalmente ne conservo altre copie – commenta il giornalista – ma penso che tutto ciò abbia a che fare con l’ultimo rapimento, per il quale è stato scatenante anche il fatto che io abbia avviato una causa, davanti alla corte belga, contro 77 ufficiali siriani accusati di aver commesso crimini contro l’umanità in Siria (la causa è sostenuta anche da l’International Organisation for Justice)”.
“Per la prima volta temo per la mia vita e per quella dei miei familiari tenuti come ostaggi in Siria – afferma oggi Nizar Nayouf – e sono al tempo stesso pessimista per il futuro del mio Paese dopo aver assistito al comportamento ipocrita di alcuni governi occidentali che coprono e giustificano la dittatura siriana e questo soprattutto a causa del ruolo che il Paese può giocare nella risoluzione della crisi del Medioriente”. “C’è un tacito accordo – denuncia Nayouf – in base al quale il regime siriano procura agli Stati Uniti d’America e ad alcuni governi europei informazioni sui movimenti islamici, in cambio i Paesi occidentali garantiscono alla Siria di chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani e tutto ciò assicura la stabilità del regime dittatoriale esistente”.
Dal suo esilio parigino Nayouf è comunque determinato a proseguire la sua battaglia e a tal fine ha promosso l’“Arab Organization for the Defense of Expression and Press Freedom – AODEPF”, ovvero l’organizzazione araba per la difesa dell’espressione e della libertà di stampa, di cui il segretario generale è una donna, Toujan al-Faisa. Deputato giordano di 53 anni è stata per questo arrestata e condannata a 18 mesi di carcere nel maggio scorso. Ma ciò non basterà a dissuadere dai suoi intenti la neonata organizzazione e il suo fondatore.