Il mondo salvato dall'Algeria

Adriano Sofri
Panorama

Qualcuno fra voi conoscerà il nome di Khalida Messaoudi. È una donna algerina, di religione musulmana, oggi parlamentare di quel paese, militante per la democrazia e i diritti delle donne, condannata due volte a morte dai terroristi islamisti.
Una storia della sua vita fu pubblicata anni fa negli Oscar Mondadori: da allora altri capitoli si sono aggiunti, altrettanto appassionanti. Io tengo in alto pregio i suoi pensieri e sono stato attento a quello che ha detto dopo l'11 settembre. Sue interviste sono uscite su Tempi e ora sul bel mensile Una città (n. 99, ott. 2001). Di quest'ultima mi ha colpito, fin dal titolo, l'idea che «l'Algeria forse ha salvato il mondo». Se è vero, se è anche un po' vero, bisogna accorgersene, e ringraziare. Vediamo.
Khalida proclama da anni, con un'amarezza da Cassandra, che l'Europa non vuol capire, e che gli Usa non avevano voluto capire finora, che un totalitarismo spaventoso minaccia il mondo. L'Europa, per ignoranza o per viltà, rifiuta di vedere chi ha commesso le orrende stragi in Algeria negli ultimi 10 anni. Nella lista delle organizzazioni terroristiche ora compilata dagli americani ci sono due bande algerine, il Gia e il Gspc, aderente ad Al Qaeda.
Mai, ricorda Khalida, un paese europeo ha accettato le richieste algerine di estradare mandanti, addestratori, armatori e autori di stragi. Si è illusa, o ha finto di illudersi, che l'integralismo islamista fosse una specie di guerra di liberazione; o che nei massacri algerini si giocasse una guerra intestina fra militari e islamisti da ignorare come un affar loro, come si ignoravano un tempo da noi le guerre di mafia. Non ha riconosciuto che le prime vittime della violenza islamista erano cittadini, islamici per lo più, e istituzioni di paesi a maggioranza islamica. E anche dopo l'11 settembre «dell'Algeria e della resistenza algerina nessuno parla». Eppure, ormai nessuno può più dubitare del carattere transnazionale del terrorismo di Al Qaeda.
Gli americani furono così cinici e così ciechi da foraggiare le brigate islamiste in Afghanistan, e lasciare poi che il mostro si tenesse quel paese e da lì muovesse all'assalto di altri popoli. I primi gruppi armati algerini si chiamarono «gli afghani» e si distinsero per la ferocia degli assassinii. E così in Bosnia e, con più successo, in Yemen. L'Algeria ha pagato con più di 100 mila morti e più di 15 miliardi di dollari di distruzioni. Se avesse ceduto, avrebbe trascinato nel crollo l'intero Maghreb. Un mondo con l'Algeria in mano ai fondamentalisti sarebbe un incubo: e tuttavia il mondo non ha fatto niente per aiutare le donne e gli uomini algerini che hanno resistito a un simile prezzo. Aiutare non è un modo di dire. Il Gspc, affiliato ad Al Qaeda, continua a uccidere e ha le sue basi sulle montagne. Il governo algerino non può bombardare, senza colpire la popolazione civile. Da anni chiede invano all'Occidente le immagini del satellite.
Noi, dice Khalida, non possiamo prendere in conto neanche per un momento la tesi della guerra di religione, dell'Islam contro il Cristianesimo. Noi siamo musulmani e vittime degli islamisti, in Algeria, in Egitto. L'Algeria ha resistito perché aveva un movimento di donne, di giornalisti, di difensori dei diritti civili: non così forte, non così radicato, ma capace di opporsi. Tuttavia la società civile, oltretutto provata da dieci anni di lotta, di morti, di esiliati, non potrebbe farcela senza un'azione dello stato che difenda la democrazia. Khalida ha dissentito dal partito in cui era stata eletta perché non ha voluto uscire dal governo alla vigilia di una riforma cui attribuisce un'importanza strategica: quella scolastica. Se i paesi europei e mediterranei, dice, si impegnassero nella formazione degli insegnanti, nella diffusione dei libri, nell'apertura di università, farebbero molto contro l'intolleranza e la chiusura in cui il terrorismo alligna. Ancora più importante sarebbe il sostegno dell'Europa all'abolizione del codice della famiglia, patriarcale e persecutorio, riportando le donne algerine fuori dalla «shari'a» e dentro il comune codice civile. Khalida crede che occorra impegnare tutte le energie nella battaglia per queste riforme, piuttosto che sguarnire il campo lasciando mano libera a chi, nello stesso governo, non vuole riforme dell'istruzione, né della soggezione femminile, né dell'economia.
Ora, dice Khalida, io vado in giro per Algeri senza camuffarmi, posso guidare l'auto: gran cambiamento dopo tanti anni di vita braccata, mai due notti nella stessa casa. Tuttavia in Algeria, specialmente nelle montagne, il terrorismo continua a colpire sanguinosamente, benché spogliato del suo vigore politico. Altre difficoltà drammatiche sono insorte, specialmente in Cabilia: dove la giusta rivendicazione della lingua e della cultura tamazigh ha rifiutato il legame coi partiti che l'avevano promossa («Rivelando dunque un nostro fallimento, e io stessa sono cabila») ed esponendosi a una guida tribale e patriarcale che esclude a sua volta le donne. E lo scontro con lo stato è cruento e la Cabilia è diventata una regione senza stato. «Io, in particolare, non riesco a rassegnarmi, a 43 anni, a sentire che i ventenni cabili affrontano la morte denunciando "i politici", me compresa, con le parole e i sentimenti che a 20 anni io provavo per "i politici"».
L'Algeria è ferita e attonita. Dopo l'11 settembre, gli islamisti hanno gioito per Osama Bin Laden, la popolazione si è detta che ora forse il mondo avrebbe capito, e quasi solo le vittime del terrorismo hanno esplicitamente dichiarato la loro solidarietà all'America. Dice infine Khalida Messaoudi che il nuovo governo italiano ha tagliato drasticamente la cooperazione con la società civile algerina.