Il dissidente Liu a processo




Liu Xiaobo è colpevole. Colpevole di incitamento alla sovversione contro i poteri dello Stato. E per questo dovrà finire sotto processo. Sono le conclusioni a cui è giunta la polizia cinese al termine dell’istruttoria contro il dissidente promotore di Carta 08, la petizione per il rispetto dei diritti umani in Cina sottoscritta da migliaia di intellettuali e diffusa in tutto il mondo via internet alla fine del 2008.

Nessuno si attendeva un epilogo diverso. Con l’arresto definitivo di Liu, avvenuto a Pechino nel giugno scorso dopo sette mesi di fermi e interrogatori, era parso subito chiaro che la nomenklatura fosse fortemente determinata a togliere di mezzo il dissidente. Ieri Shangh Baojun, l’avvocato di Liu, annunciando la fine delle indagini a carico del suo assistito e l’apertura del processo, ha confermato questa sensazione.

Cinquantatré anni, pechinese, ex professore di letteratura, Liu Xiaobo è una vecchia spina nel fianco del Partito comunista. Da sempre convinto riformista, nel 1989 fu uno degli intellettuali a schierarsi a fianco dal movimento studentesco nel moto di protesta sfociato nel massacro di Piazza Tienanmen.
Da allora, il dissidente non ha avuto più pace. È entrato e uscito più volte di galera, ha trascorso lunghi periodi nei campi di lavoro, è vissuto come un sorvegliato speciale. Ciononostante non ha mai smesso, nei limiti del possibile, di difendere la causa dei diritti umani oltre la Grande Muraglia. L’accusa di incitamento alla sovversione (addebito pesantissimo nella legislazione cinese) è il risultato di tutto questo attivismo politico.

Secondo quanto rivelato dal suo avvocato, infatti, il capo d’imputazione contro Liu è riconducibile a due dossier. Il primo è appunto il ruolo determinante svolto dal dissidente nell’elaborazione e nella promozione di Carta 08, il documento con cui l’anno scorso oltre 10mila attivisti, professori, dissidenti e intellettuali avevano chiesto al governo cinese di rispettare i diritti umani, di avviare una riforma del sistema politico, e di garantire l’indipendenza del potere giudiziario. Il secondo capo d’accusa, invece, è legato a una serie di articoli e pubblicazioni contro il regime fatte circolare su internet dall’attivista nel 2005.


La vicenda di Liu ha colpito profondamente l’opinione pubblica mondiale diventando il simbolo della lotta dei dissidenti. Il suo caso è tra quelli più frequentemente sollevati dai politici occidentali nei loro incontri con dirigenti cinesi. Un caso che ora passa nelle mani della Procura di Pechino. Entro fine gennaio, i magistrati dovranno decidere se rinviare a giudizio Liu Xiaobo o se chiedere agli inquirenti un supplemento d’indagine.
 

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