Marco Pannella dialoga con un passante a Campo Dei Fiori (in occasione di una manifestazione organizzata dal quotidiano "Il Riformista" per il sì ai referendum sulla procreazione assistita).
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Il diario di Emma Bonino da Sanaa, dopo le elezioni politiche “Per gli arabi l’effetto Bagdad sarà come la caduta del Muro di Berlino”
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Yemen, prove di democrazia “Si propaga il vento dell’Iraq”
Nel grande salone dove mercoledì 23 aprile il presidente della repubblica dello Yemen Ali Abdullah Saleh ha ricevuto le organizzazioni internazionali, alla vigilia delle elezioni parlamentari di domenica 27, non si respirava solo il profumo dell'incenso, ma anche l’aria nuova che spira nel mondo arabo. Anche se nessuno lo riconosce apertamente, a parte qualche dissidente coraggioso, la caduta di Bagdad comincia ad avere per questa regione lo stesso effetto che ebbe per l'est europeo la caduta del muro di Berlino. Certo, sarebbe stato preferibile che questo nuovo clima, questa sorprendente voglia di riforme fosse stata provocata dai cittadini di questi paesi, e non dall'esterno e con una guerra. Ma bisogna essere ciechi e sordi per non accorgersi che la cacciata di Saddam Hussein sta provocando una specie di terremoto sui tanti regimi autoritari e corrotti che governano questa area del mondo. Non si sono certamente convertiti improvvisamente alla democrazia ma semplicemente temono che, dopo Bagdad, potrebbe toccare anche a loro: solo pochi giorni fa il Qatar ha annunciato riforme costituzionali, come l'Oman, come il Bahrein; anche in Giordania si svolgeranno prossimamente le elezioni, dopo che il re aveva di fatto sciolto il parlamento due anni fa; la Palestina ha finalmente un governo autorevole e andrà alle urne fra qualche mese.
Sarebbe imperdonabile non leggere questi nuovi segnali e continuare con la politica di sempre, quella che ha portato alla dittatura di Saddam Hussein e alle tante altre della zona che, in nome della guerra ai sionisti e agli imperialisti americani, privano del diritto alla libertà, e spesso anche alla vita, milioni di cittadini di fede musulmana e non.
Purtroppo anche in questo salone di Sanaa, dove il presidente Saleh è giustamente orgoglioso che lo Yemen affronti, ormai per la quinta volta, le elezioni a suffragio universale, in ampio anticipo e solitudine rispetto a tutti i Paesi ben più ricchi e corteggiati della regione, le presenze, anzi le assenze, stanno a dimostrare il contrario.
Il fatto che io sia chiamata a parlare subito dopo il presidente, nonostante non rappresenti nessuna istituzione europea, ma solo il Partito radicale transnazionale, è il segno più evidente. Sono stata infatti invitata dall'Undp (l’agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo) e in particolare dall'Election Support Project diretto da Antonio Spinelli. Non rappresento neppure il Parlamento europeo di cui faccio parte, dopo che ha annullato, meno di due settimane fa, la partenza della delegazione parlamentare «per ragioni di sicurezza» che evidentemente non hanno preoccupato le altre delegazioni, compresa quella numerosissima del National Democratic Institute americano.
L'Europa, dopo aver speso tante parole in questi mesi per affermare che la democrazia non si promuove e non si esporta con le bombe, è assente proprio in questo Paese che, senza molti concorrenti nel panorama medio-orientale, ha avviato da solo, con le sue poche risorse, il suo lento e difficile processo verso la democrazia. Rappresenta per fortuna l'Unione almeno l'ambasciatore italiano Giacomo Sanfelice di Monteforte, di cui ho potuto apprezzare la cortesia e l'efficienza durante tutta la mia permanenza nello Yemen. Nonostante queste assenze, domenica sette milioni circa di cittadini yemeniti, uomini e donne, si sono recati alle urne: è un evento straordinario per questi regioni e in particolare per la vicina Arabia Saudita che ha escluso le donne dalla vita pubblica impedendo loro persino di guidare l'automobile.
Ero un po' imbarazzata nel prendere la parola perché da una parte volevo congratularmi con la classe dirigente di questo Paese poverissimo, con un reddito medio pro-capite di 490 dollari all'anno, che ha scommesso sulla democrazia nell'indifferenza generale. Dall'altra non potevo non rilevare un limite grave del processo elettorale in corso e cioè la quasi totale assenza di donne candidate che sono persino inferiori rispetto alle precedenti elezioni.
Solo 11 su un totale di quasi 1300 candidati di 22 partiti. Nella precedente legislatura erano state elette solo due donne, altre due erano state nominate nel Consiglio consultivo e una sola aveva ricoperto la carica di ministro per i diritti umani. Non potevo neppure dimenticare le tante discriminazioni e sofferenze che patiscono le donne di questo Paese, dalle violenze domestiche alla privazione di fatto dei diritti di proprietà e di eredità, dalla tolleranza nei confronti dei cosiddetti crimini d'onore alle mutilazioni genitali.
La recente modifica della costituzione yemenita ha aggravato ulteriormente la loro situazione: se prima riconosceva l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e proibiva ogni discriminazione, oggi l'articolo 31 afferma che le donne sono le sorelle degli uomini e godono dei diritti e doveri previsti dalla Shari’a e dalla legge. Non potevo non denunciare questo passo indietro, tanto più grave in un Paese dove tradizioni e costumi sociali hanno spesso portato a una interpretazione restrittiva della legge islamica, aggravando le discriminazioni e le violenze nei confronti delle donne.
Ma ancora una volta questo paese mi ha regalato un'altra piacevole sorpresa: il presidente Saleh ha replicato senza alcuna irritazione alle mie denunce giustificando l'assenza delle donne dal processo elettorale sulla base delle tradizioni, ma riconoscendo che questa situazione deve cambiare. Sono stata ancor più sorpresa quando ho saputo che tutta la discussione era stata trasmessa in diretta televisiva e replicata nei telegiornali della sera.
Forse anche per questo venerdì 25 aprile non ho potuto fare la turista per i vicoli di Sanaa ma ho incontrato fino a sera i più diversi gruppi femminili fra cui il Comitato nazionale delle donne yemenite, un ente governativo retto da Rashida Ali Al Hamdami, una energica signora tra le promotrici dell'appello contro le mutilazioni genitali femminili promosso da «Non c'è Pace senza Giustizia» e da Aidos. Con lei ho discusso della conferenza che stiamo organizzando per il 21 giugno al Cairo, nell'ambito della campagna «STOP FGM».
Le donne che ho incontrato arrivano quasi tutte avvolte in una specie di soprabito nero e più o meno velate: chi totalmente, chi con un foulard scuro, chi lo portava colorato, chi a capo scoperto (Amal mi dice che a Sana'a solo dodici donne vanno in giro senza velo), ma una volta tolto il soprabito apparivano i loro vestiti colorati e di taglio moderno, tailleur, pantaloni e calze di nailon velate ed elaborate. Ognuna aveva tante storie di lotte e iniziative, aneddoti divertenti e drammatici da raccontare; sono tutte molto impegnate e con tante aspettative rispetto alle elezioni di domenica.
In tutti i centri che abbiamo visitato, l'allestimento dei seggi era completo. Tutti i materiali elettorali erano già arrivati e le schede riportavano non solo i nomi e i simboli dei partiti ma anche le piccole foto dei candidati per facilitare nella scelta chi non sa leggere. I seggi, come in Ecuador, sono diversi per gli uomini e per le donne e nelle sezioni femminili le rappresentanti di seggio sono solo donne. Ma quello che mi ha più colpito è vedere, anche nei villaggi più sperduti e quasi inaccessibili, i segni evidenti della campagna elettorale: grandi striscioni azzurri con il simbolo del sole per il partito Isla o del cavallo per il partito dell'attuale governo sventolavano al vento, come se ci fosse una festa, la festa della democrazia.
Lascio il Paese senza conoscere i risultati definitivi del voto, anche se le prime informazioni confermano che il partito del governo ha riportato la maggioranza dei seggi. Ma confesso che sono interessata ad altro. Sono infatti ragionevolmente sicura che le elezioni si siano svolte in modo sostanzialmente regolare e libero. Ci sono stati anche incidenti e probabilmente il partito di governo avrà utilizzato più di uno strumento di pressione per conservare la maggioranza dei voti. Ma il solo fatto che i cittadini dello Yemen, unici in questa area del mondo, abbiano potuto scegliere da chi farsi governare, nel rispetto almeno formale della libertà e della segretezza del voto, è un fatto di straordinaria importanza. Questo non vuol dire che lo Yemen sia un paradiso in terra e una democrazia compiuta. Molta strada deve essere ancora fatta. Conosco i preoccupanti rapporti di Amnesty International sulle torture e da sempre denuncio le umiliazioni e le violenze a cui sono costrette le donne yemenite.
Ma pur in questo contesto, nello Yemen il difficile e lungo processo verso la democrazia è partito, rappresenta un modello scomodo per i Paesi vicini e il suo fallimento farebbe felici tanti dittatori e tanti fanatici.
Ne è convinto il ministro degli Esteri uscente che incontro il giorno dopo le elezioni: insieme discutiamo della «Community of democracies», iniziativa a cui credo molto e su cui il Partito radicale è mobilitato.
Lo Yemen era stato declassato dal Consiglio di questa organizzazione come «osservatore» a causa degli incidenti elettorali del 2001; oggi il governo è determinato non solo a riconquistare il suo status precedente, ma anche a divenire parte attiva di questa iniziativa, promuovendo l'allargamento dell'attuale gruppo dei 10 Paesi promotori e la revisione dei criteri di accettazione nell'organizzazione affinché siano più trasparenti e anche appellabili. E' quindi urgente che l'Europa sia finalmente coinvolta politicamente dalle vicende di questo Paese ai massimi livelli, lo accompagni e lo sostenga nella delicata strada intrapresa, non solo con i suoi utilissimi e anche consistenti aiuti finanziari. Un segno tangibile di questo nuovo interesse sarebbe certamente l'apertura in Yemen di una delegazione dell'Unione. Spero che il presidente Prodi riesca a trovare posto fra le sue tante priorità per rendere subito operativo questo impegno che la Commissione Europea ha preso qualche anno fa, magari con il sostegno della presidenza Italiana del prossimo semestre.
* europarlamentare
ed ex Commissario europeo
Nel grande salone dove mercoledì 23 aprile il presidente della repubblica dello Yemen Ali Abdullah Saleh ha ricevuto le organizzazioni internazionali, alla vigilia delle elezioni parlamentari di domenica 27, non si respirava solo il profumo dell'incenso, ma anche l’aria nuova che spira nel mondo arabo. Anche se nessuno lo riconosce apertamente, a parte qualche dissidente coraggioso, la caduta di Bagdad comincia ad avere per questa regione lo stesso effetto che ebbe per l'est europeo la caduta del muro di Berlino. Certo, sarebbe stato preferibile che questo nuovo clima, questa sorprendente voglia di riforme fosse stata provocata dai cittadini di questi paesi, e non dall'esterno e con una guerra. Ma bisogna essere ciechi e sordi per non accorgersi che la cacciata di Saddam Hussein sta provocando una specie di terremoto sui tanti regimi autoritari e corrotti che governano questa area del mondo. Non si sono certamente convertiti improvvisamente alla democrazia ma semplicemente temono che, dopo Bagdad, potrebbe toccare anche a loro: solo pochi giorni fa il Qatar ha annunciato riforme costituzionali, come l'Oman, come il Bahrein; anche in Giordania si svolgeranno prossimamente le elezioni, dopo che il re aveva di fatto sciolto il parlamento due anni fa; la Palestina ha finalmente un governo autorevole e andrà alle urne fra qualche mese. Sarebbe imperdonabile non leggere questi nuovi segnali e continuare con la politica di sempre, quella che ha portato alla dittatura di Saddam Hussein e alle tante altre della zona che, in nome della guerra ai sionisti e agli imperialisti americani, privano del diritto alla libertà, e spesso anche alla vita, milioni di cittadini di fede musulmana e non.
Purtroppo anche in questo salone di Sanaa, dove il presidente Saleh è giustamente orgoglioso che lo Yemen affronti, ormai per la quinta volta, le elezioni a suffragio universale, in ampio anticipo e solitudine rispetto a tutti i Paesi ben più ricchi e corteggiati della regione, le presenze, anzi le assenze, stanno a dimostrare il contrario. Il fatto che io sia chiamata a parlare subito dopo il presidente, nonostante non rappresenti nessuna istituzione europea, ma solo il Partito radicale transnazionale, è il segno più evidente. Sono stata infatti invitata dall'Undp (l’agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo) e in particolare dall'Election Support Project diretto da Antonio Spinelli. Non rappresento neppure il Parlamento europeo di cui faccio parte, dopo che ha annullato, meno di due settimane fa, la partenza della delegazione parlamentare «per ragioni di sicurezza» che evidentemente non hanno preoccupato le altre delegazioni, compresa quella numerosissima del National Democratic Institute americano.
L'Europa, dopo aver speso tante parole in questi mesi per affermare che la democrazia non si promuove e non si esporta con le bombe, è assente proprio in questo Paese che, senza molti concorrenti nel panorama medio-orientale, ha avviato da solo, con le sue poche risorse, il suo lento e difficile processo verso la democrazia. Rappresenta per fortuna l'Unione almeno l'ambasciatore italiano Giacomo Sanfelice di Monteforte, di cui ho potuto apprezzare la cortesia e l'efficienza durante tutta la mia permanenza nello Yemen. Nonostante queste assenze, domenica sette milioni circa di cittadini yemeniti, uomini e donne, si sono recati alle urne: è un evento straordinario per questi regioni e in particolare per la vicina Arabia Saudita che ha escluso le donne dalla vita pubblica impedendo loro persino di guidare l'automobile.
Ero un po' imbarazzata nel prendere la parola perché da una parte volevo congratularmi con la classe dirigente di questo Paese poverissimo, con un reddito medio pro-capite di 490 dollari all'anno, che ha scommesso sulla democrazia nell'indifferenza generale. Dall'altra non potevo non rilevare un limite grave del processo elettorale in corso e cioè la quasi totale assenza di donne candidate che sono persino inferiori rispetto alle precedenti elezioni. Solo 11 su un totale di quasi 1300 candidati di 22 partiti. Nella precedente legislatura erano state elette solo due donne, altre due erano state nominate nel Consiglio consultivo e una sola aveva ricoperto la carica di ministro per i diritti umani. Non potevo neppure dimenticare le tante discriminazioni e sofferenze che patiscono le donne di questo Paese, dalle violenze domestiche alla privazione di fatto dei diritti di proprietà e di eredità, dalla tolleranza nei confronti dei cosiddetti crimini d'onore alle mutilazioni genitali.
La recente modifica della costituzione yemenita ha aggravato ulteriormente la loro situazione: se prima riconosceva l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e proibiva ogni discriminazione, oggi l'articolo 31 afferma che le donne sono le sorelle degli uomini e godono dei diritti e doveri previsti dalla Shari’a e dalla legge. Non potevo non denunciare questo passo indietro, tanto più grave in un Paese dove tradizioni e costumi sociali hanno spesso portato a una interpretazione restrittiva della legge islamica, aggravando le discriminazioni e le violenze nei confronti delle donne. Ma ancora una volta questo paese mi ha regalato un'altra piacevole sorpresa: il presidente Saleh ha replicato senza alcuna irritazione alle mie denunce giustificando l'assenza delle donne dal processo elettorale sulla base delle tradizioni, ma riconoscendo che questa situazione deve cambiare. Sono stata ancor più sorpresa quando ho saputo che tutta la discussione era stata trasmessa in diretta televisiva e replicata nei telegiornali della sera.
Forse anche per questo venerdì 25 aprile non ho potuto fare la turista per i vicoli di Sanaa ma ho incontrato fino a sera i più diversi gruppi femminili fra cui il Comitato nazionale delle donne yemenite, un ente governativo retto da Rashida Ali Al Hamdami, una energica signora tra le promotrici dell'appello contro le mutilazioni genitali femminili promosso da «Non c'è Pace senza Giustizia» e da Aidos. Con lei ho discusso della conferenza che stiamo organizzando per il 21 giugno al Cairo, nell'ambito della campagna «STOP FGM».
Le donne che ho incontrato arrivano quasi tutte avvolte in una specie di soprabito nero e più o meno velate: chi totalmente, chi con un foulard scuro, chi lo portava colorato, chi a capo scoperto (Amal mi dice che a Sana'a solo dodici donne vanno in giro senza velo), ma una volta tolto il soprabito apparivano i loro vestiti colorati e di taglio moderno, tailleur, pantaloni e calze di nailon velate ed elaborate. Ognuna aveva tante storie di lotte e iniziative, aneddoti divertenti e drammatici da raccontare; sono tutte molto impegnate e con tante aspettative rispetto alle elezioni di domenica.
In tutti i centri che abbiamo visitato, l'allestimento dei seggi era completo. Tutti i materiali elettorali erano già arrivati e le schede riportavano non solo i nomi e i simboli dei partiti ma anche le piccole foto dei candidati per facilitare nella scelta chi non sa leggere. I seggi, come in Ecuador, sono diversi per gli uomini e per le donne e nelle sezioni femminili le rappresentanti di seggio sono solo donne. Ma quello che mi ha più colpito è vedere, anche nei villaggi più sperduti e quasi inaccessibili, i segni evidenti della campagna elettorale: grandi striscioni azzurri con il simbolo del sole per il partito Isla o del cavallo per il partito dell'attuale governo sventolavano al vento, come se ci fosse una festa, la festa della democrazia.
Lascio il Paese senza conoscere i risultati definitivi del voto, anche se le prime informazioni confermano che il partito del governo ha riportato la maggioranza dei seggi. Ma confesso che sono interessata ad altro. Sono infatti ragionevolmente sicura che le elezioni si siano svolte in modo sostanzialmente regolare e libero. Ci sono stati anche incidenti e probabilmente il partito di governo avrà utilizzato più di uno strumento di pressione per conservare la maggioranza dei voti. Ma il solo fatto che i cittadini dello Yemen, unici in questa area del mondo, abbiano potuto scegliere da chi farsi governare, nel rispetto almeno formale della libertà e della segretezza del voto, è un fatto di straordinaria importanza. Questo non vuol dire che lo Yemen sia un paradiso in terra e una democrazia compiuta. Molta strada deve essere ancora fatta. Conosco i preoccupanti rapporti di Amnesty International sulle torture e da sempre denuncio le umiliazioni e le violenze a cui sono costrette le donne yemenite.
Ma pur in questo contesto, nello Yemen il difficile e lungo processo verso la democrazia è partito, rappresenta un modello scomodo per i Paesi vicini e il suo fallimento farebbe felici tanti dittatori e tanti fanatici.
Ne è convinto il ministro degli Esteri uscente che incontro il giorno dopo le elezioni: insieme discutiamo della «Community of democracies», iniziativa a cui credo molto e su cui il Partito radicale è mobilitato.
Lo Yemen era stato declassato dal Consiglio di questa organizzazione come «osservatore» a causa degli incidenti elettorali del 2001; oggi il governo è determinato non solo a riconquistare il suo status precedente, ma anche a divenire parte attiva di questa iniziativa, promuovendo l'allargamento dell'attuale gruppo dei 10 Paesi promotori e la revisione dei criteri di accettazione nell'organizzazione affinché siano più trasparenti e anche appellabili. E' quindi urgente che l'Europa sia finalmente coinvolta politicamente dalle vicende di questo Paese ai massimi livelli, lo accompagni e lo sostenga nella delicata strada intrapresa, non solo con i suoi utilissimi e anche consistenti aiuti finanziari. Un segno tangibile di questo nuovo interesse sarebbe certamente l'apertura in Yemen di una delegazione dell'Unione. Spero che il presidente Prodi riesca a trovare posto fra le sue tante priorità per rendere subito operativo questo impegno che la Commissione Europea ha preso qualche anno fa, magari con il sostegno della presidenza Italiana del prossimo semestre.
* europarlamentare
ed ex Commissario europeo
Iscrizioni e contributi 2012
Comunicati stampa
27/09/2010
Globalizzare La Democrazia
Democrazia Digitale: Tavola rotonda all'Onu sulla via virtuale alla promozione dei diritti umani.
13/10/2009
Globalizzare La Democrazia
DOHA: CONCLUSI I LAVORI DEL WORKSHOP SU SICUREZZA UMANA E SVILUPPO UMANO IN MEDIO ORIENTE E NORD AFRICA, ORGANIZZATO DALL’ADF E NPSG IN PREPARAZIONE AL FORUM PER IL FUTURO 2009
08/05/2008
Globalizzare La Democrazia
APPROVATO IL RAPPORTO CAPPATO SUL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI NEL MONDO
02/04/2008
Globalizzare La Democrazia
PE/Rapporto Cappato sui diritti umani: La Commissione affari esteri sceglie la strada della nonviolenza gandhiana
Rassegna stampa
12/08/2006
La Repubblica
Giovanna Casadio
"CARO RUTELLI, NIENTE LEZIONI E' L'IGNAVIA CHE AIUTA IL TERRORE"
Documenti
25/09/2006
Globalizzare La Democrazia Nazioni Unite (documenti)
Briefing: Libertà di Associazione: la repressione delle ONG e il ruolo del Democracy Caucus per difenderla.
19/09/2005
Globalizzare La Democrazia Nazioni Unite (documenti)
DICHIARAZIONE A NOME DELLA COALIZIONE PER UN CAUCUS DEMOCRATICO ALL'ONU. RILASCIATA DA TED PICCONE - DIRETTORE ESECUTIVO DEL DEMOCRACY COALITION PROJECT - ALL'INCONTRO MINISTERIALE DEL CAUCUS DEMOCRATICO DELLE NAZIONI UNITE
16/12/2004
Appelli Globalizzare La Democrazia
LETTERA DI APPELLO ALLE NAZIONI UNITE DEL DEMOCRACY CAUCUS
radioradicale.it
2012-02-10 11:46:43 Le foibe, gli eccidi dei partigiani comunisti jugoslavi di Tito in Italia, le polemiche del passato, la congiura del silenzio, i radicali
2012-02-10 10:45:00 Verità e giustizia su Formigoni. Rispetto dei Referendum milanesi. Liberalizzazioni: l'alternativa Radicale a Milano 2012-02-09 12:32:10 L'amministrazione della giustizia, la responsabilità civile dei magistrati, il caso Tortora, Napoli, i referendum radicali della primavera 86
2012-02-09 08:57:55 Notiziario del mattino
2012-02-08 23:51:37 Collegamento di Marco Pannella
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