Il caso Italia

Mario Ambrosini
Daily Maverick

Sia nel bene che nel male, l’Italia ha prodotto la maggior parte dei frutti della storia. Il sistema giuridico occidentale, la Chiesa cattolica, il sistema bancario, strumenti finanziari, assicurazioni, buona musica, fascismo, moda e buona tavola si sono tutti diffusi nel mondo da lì. Ancora una volta, nel bene o nel male, l’Italia potrebbe trovarsi a dar vita a un nuovo futuro a causa della sua imminente fusione finanziario.

Di fronte a un debito pubblico di circa 2,4 trilioni di dollari, circa il 121% del suo PIL, un debito pubblico pro capite di circa 39.000 dollari, arcaica, carente di infrastrutture e con una delle peggiori amministrazioni in Europa, l’Italia ha riconosciuto che i suoi problemi non potrebbero essere risolti dagli stessi politici che faticosamente li hanno creati nel corso degli ultimi sessant’anni. Ha nominato un governo presumibilmente tecnico in apparenza per fare ciò che nessun uomo politico avrebbe fatto, ma in verità perché si assuma la colpa di aver fatto poco o nulla di ciò che deve essere fatto, poiché il sistema politico è incapace di consentire che sia fatto.
La finanza pubblica è avvolta in un linguaggio e in tecnicità incomprensibili per evitare che il buon senso penetri nelle sue macchinazioni; ma alla fine l’immagine a grandi linee è semplice e le conclusioni sono inevitabili. Quando si è in debito, che si sia uomo o Stato, si può solo guadagnare di più, spendere di meno, vendere qualcosa, o giocare con le cifre del debito. Per lo Stato, quest’ultima opzione consiste nello svalutare la moneta o nello svalutare il debito attraverso l’iperinflazione. Essendo parte del sistema monetario dell’Unione Europea, nessuna di queste opzioni è disponibile per l’Italia.

Per un governo, fare più soldi significa aumentare le entrate o aumentando le tasse o promuovendo la crescita economica in modo che, ampliando la sua base economica, il gettito fiscale possa aumentare. Di fronte a questo semplice dilemma, l’Italia ha scelto la strada suicida, che probabilmente farà crollare l’intero sistema monetario dell’UE.
Il governo tecnocratico ha scelto di rubare ciò che era stato lasciato ai poveri e alla classe media, e di trasferirlo ai super-ricchi che possiedono la grande maggioranza delle sue obbligazioni di debito nazionali.
Nel mese di ottobre, l’Italia avrà imposte sul reddito al 48%, IVA al 23% e imposte indirette o nascoste fra l’8% e il 9%. Qualsiasi cifra, dopo le tasse, sia lasciata nelle mani degli italiani, sarà tassata ancora per mezzo di tasse di proprietà e sui veicoli applicate indistintamente ai beni produttivi e non produttivi, diventando così un costo aggiuntivo per le imprese. La base economica si ridurrà, il gettito fiscale diminuirà, e il governo dovrà trovare altri modi per rubare di più dai suoi cittadini.
L’Italia ha una tradizione di imporre tasse straordinarie, spudoratamente chiamate una tantum [in latino “una sola volta”], un nome poco appropriato per il ciclico saccheggio, a vantaggio dei potentati bancari internazionali, di qualsiasi capitale costruito da famiglie e da imprese.
La cosa più razionale sarebbe ridurre le spese eliminando il numero incredibilmente elevato di enti pubblici che l’Italia ha avuto nei suoi libri-paga da quando proliferavano sotto i re Borbone, lo Stato cattolico, le varie entità che si fusero nell’Italia unita, l’era fascista e il saccheggio da parte dei democristiani nel secondo dopoguerra. La maggior parte di tali enti sono ampiamente riconosciuti come inutili, come quello istituito con uffici di lusso per mettere fiori sulle tombe dei re del passato, una funzione che anche un fioraio a contratto potrebbe svolgere.
L’Italia ha quattro livelli di governo oltre ad essere parte dell’UE. Dal 1975, quando le sue Regioni sono entrate in funzione, è stato convenuto che le Province, il livello tra Regioni e Comuni, potesse essere eliminato in quanto inutile, ma 35 anni dopo, nessun passo è stato compiuto in tale direzione, se si escludono innumerevoli seminari e discussioni.
Di fronte all’ovvia necessità di liberarsi di tale spesa infruttuosa, i politici italiani si sollevano all’unisono per proteggere quegli enti nell’ambito della protezione dei posti di lavoro. Eppure, l’Italia potrebbe risparmiare centinaia di miliardi, dando a tutti coloro che sono alle dipendenze di tali enti una pensione a vita che compensi i loro stipendi perduti, vendendo la pletora di edifici antichi e di valore che essi occupano ed eliminando le loro spese di funzionamento.
In più, il governo italiano ha un patrimonio enorme nel suo bilancio, costituito da numerose imprese pubbliche gestite costantemente in perdita solo perché lo Stato paparino lo consente e da un vasto patrimonio immobiliare che non sostiene alcuna funzione pubblica, ma costa immensamente. Tutto ciò richiede una privatizzazione urgente.
Inoltre, l’Italia dovrebbe avere il coraggio di denunciare il Concordato del 1929 con il quale il regime fascista si ingraziò la Chiesa cattolica, esentando i grandi redditi e le vaste proprietà della Chiesa in Italia dalla maggior parte delle forme di tassazione.
Poiché il sistema democratico non è in grado di raccogliere la volontà politica per tali necessarie azioni, il governo italiano sta solo riordinando sedie sul ponte del Titanic, mentre si muove costantemente verso un’inevitabile insolvenza nazionale. Tale default sovrano italiano è destinato a scatenare una reazione a catena di altri default sovrani in Europa, cosa che può portare non solo al collasso dell’Europa, ma anche alla fusione del sistema monetario internazionale.
Probabilmente un governo totalitario potrebbe fare ciò che deve essere fatto per curare le finanze italiane, ma sarei l’ultimo a sostenere tale soluzione. Purtroppo, quando si trovano di fronte a problemi, gli europei del sud sono inclini a correre ad affidarsi a coloro che li hanno creati e votare socialista, come hanno fatto i francesi e i greci. Tuttavia, i governi socialisti non possono che promettere una crescita finanziata dallo Stato attraverso più debiti nazionali, cosa che in questa situazione non aiuterebbe né funzionerebbe.

La soluzione che aiuterebbe la democrazia a sopravvivere è nelle mani dei veri sovrani: «Noi, il Popolo». Gli italiani dovrebbero denunciare il debito dello Stato come esattamente questo: il debito dello Stato, non il loro, e rinnegarlo. Solo un’effettiva o minacciata rivolta fiscale generalizzata può costringere il governo a fare ciò che il popolo italiano vorrebbe che facesse.
L’Italia è stata forgiata attraverso la volontà di persone che trovarono fra loro grandi leader come Cavour, Mazzini, Garibaldi, Nitti e Giolitti. Sono finiti i giorni in cui lo spirito del Risorgimento ispirava quegli eroi. Tuttavia, niente di meno che un tale spirito è richiesto per infondere negli italiani il coraggio di prendere il destino nelle proprie mani e allontanarlo da un sistema politico corrotto come quelli delle entità pre-unitarie, i re borbonici e la Chiesa cattolica.
Una rivolta fiscale, che può produrre una sfida massiccia su un solo versamento di IVA allo Stato, costringerebbe il governo in ginocchio poiché immediatamente metterebbe in pericolo il rating delle sue obbligazioni e la sua capacità di rifinanziare il proprio debito sempre crescente. Contro questa crisi, si aprirebbe uno spazio per negoziati da cui il governo potrebbe essere costretto a tagliare la spesa, vendere i gioielli inutili, razionalizzare le proprie operazioni, e togliere la mano dalla tasca degli italiani impoveriti.
Ma, ahimè, non vedo all’orizzonte alcun Garibaldi a guidare il secondo Risorgimento italiano. Dunque cosa? Se un mondo nuovo e migliore deve uscire da tutto questo, occorre affrontare la causa alla radice del problema. Il sistema monetario deve essere riformato per sostituire le banconote privatamente emesse, basate sul debito e create dal sistema bancario dal nulla, con solidi titoli di Stato esenti dal debito e garantiti dall’argento emessi dal Tesoro. Si spera che, se e quando risorgerà dalle ceneri del proprio collasso, l’Italia possa aprire la strada ancora una volta, ed essere il primo Paese a capire cosa è successo e rompere con i cartelli monetari internazionali, in modo da ritrovare il proprio inalienabile diritto sovrano di possedere ed emettere la propria valuta libera da debiti.

Mario Oriani Ambrosini, membro del Parlamento della Repubblica Sud Africana
Portavoce dell’IFP (Inkatha Freedom Party) sulla Finanza
(traduzione di Antonio Stango)