I giovani stanchi del pacifismo "potremmo tornare alla violenza"


Corriere della Sera

Con il Dalai Lama, oltre il Dalai Lama. Ha detto in un`intervista Konchok Yangphel, portavoce del Congresso dei giovani tibetani: «Finora ci siamo adeguati alle sue attività non violente. Per cinquant`anni è andata così, ma quando lui non ci sarà più, il popolo tibetano potrebbe ricorrere alla violenza». Lo scontro generazionale in chiave tibetana parla così. Se la massima autorità del buddismo lamaista predica la non violenza e insiste su un`ampia autonomia del Tibet all`interno della Cina, nella diaspora ha preso definitivamente corpo un`ala intransigente e insofferente alla «via mediana». Chiedono una (illusoria?) indipendenza e forse si sentono pronti a  emulare i compatrioti che, negli anni Cinquanta, vennero armati dalla Cia e affiancati da «consiglieri» che poi vennero uccisi o catturati dai soldati di Mao. Il Tibet, spesso i ragazzi nati a Dharamsala non l`hanno mai visto. Le loro speranze, però, sono nutrite dagli episodi dei monaci esasperati, che non temono di circondare una stazione di polizia, provando ad assaltarla. Contro il malcontento, contro l`irosa frustrazione dei ragazzi di Lhasa che si sentono esclusi dal progresso cinese, Pechino è disposta a pagare. E stato un marzo di facilitazioni economiche alle famiglie, è stato annunciato un piano per ridisegnare il capoluogo nei prossimi anni. Ma i monaci di Ragya e i giovani ribelli dell`esilio sono troppo lontani.