I Balcani sono ancora Europa? (5)
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Domenica 15 novembre il Kosovo è andato alle urne per la prima volta dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza proclamata il 17 febbraio 2008. Oltre un milione e mezzo di cittadini erano chiamati a votare per scegliere le amministrazioni in 36 comuni, compresa la capitale Pristina, scegliendo tra oltre 70 partiti e coalizioni. Era un test politico molto importante, atteso dagli osservatori internazionali, per verificare la capacità delle autorità locali di garantire elezioni libere e regolari e per misurare la consistenza e i rapporti di forza tra le formazioni politiche. Le precedenti elezioni, nel novembre del 2007, si erano svolte sotto l'autorità dell'Unmik, l'amministrazione delle Nazioni Unite che nel 1999 dopo la guerra aveva assunto il controllo della regione in base alla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza. Queste erano quindi la prime elezioni affidate alle autorità kosovare e le preoccupazioni alla vigilia non sono mancate: la campagn a elettorale è stata infatti segnata da tensioni ed episodi di violenza tra i partiti politici albanesi ed era forte il timore di brogli.
Il Kosovo sembra, invece, aver superato piuttosto bene questo primo test elettorale dopo la secessione dalla Serbia. Nonostante qualche "isolato caso di cattivo comportamento", come lo ha definito Darko Aleksov, capo degli osservatori internazionali dello European Network Of Elections Monitoring Organization, il voto si è svolto in un'atmosfera di complessiva calma. Le elezioni, sempre secondo Aleksov, sono state all'altezza di numerosi criteri elettorali internazionali, mentre la deputata europea Doris Pack, che ha guidato una squadra di sei osservatori, ha parlato di una certa maturità nello svolgimento del voto. Secondo la Commissione elettorale il 45% degli elettori si è recato a votare: meno della metà degli aventi diritto, ma comunque più di quanti votarono alle politiche del 2007. Le due principali forze politiche al governo, il Partito democratico del Kosovo (PDK) del premier Hashim Thaci e la Lega democratica del Kosovo (LDK) del presidente Fatmisr Sej diu, hanno considerato l'esito del voto a loro favorevole come un "referendum" sulla loro gestione di questo primo anno e mezzo di indipendenza. Sia come sia, è chiaro che il risultato del voto è un successo per Thaci e per l'attuale leadership kosovara sulla quale pesano la difficile situazione socio-economica del Paese, il semi-isolamento internazionale (solo 63 Paesi al momento hanno riconosciuto l'indipendenza, anche se fra questi ci sono Usa, Regno Unito e 22 membri dell'Ue tra cui l'Italia), ma anche le accuse di collusione, se non di vera e propria corresponsabilità, con la criminalità organizzata.
La grande attenzione della comunità internazionale, oltre che sulla regolarità del voto, era puntata anche sul comportamento della minoranza serba che rappresenta il 5 per cento della popolazione e che, come nelle precedenti occasioni, era stata invitata a boicottare le votazioni per marcare il rifiuto di riconoscere l'autorità delle istituzioni nate dopo l'indipendenza. Il boicottaggio in effetti c'è stato, ma meno compatto che in passato, tanto da suscitare la preoccupazione di Belgrado. Nel nord del Kosovo, dove i serbi sono maggioranza, la partecipazione è stata quasi inesistente, comunque molto bassa: 0,75% a Zvecan 0,83% a Leposavic, 6,64% a Zubin Potok. Nel resto del territorio le cose sono andate in maniera diversa. Nella enclave di Gracanica, vicino a Pristina, la partecipazione dei serbi è stata quasi del 24%, mentre nella piccola enclave di Strpce, nel sud, oltre il 30% dei serbi è andato a votare. E ancora, il 14% di serbi ha votato a Ranilug, il 25% a Kllokot. Secondo la Commissione elettorale 22 dei 74 partiti in lizza erano serbi e, inoltre, diversi esponenti delle minoranze serbe del centro avevano chiesto ai loro concittadini di recarsi alle urne, mentre proprio a Gracanica è stato eletto sindaco Bojan Stankovic del Partito liberale serbo. Oliver Ivanovic, segretario di stato serbo per il Kosovo e Metohia, parlando al'emittente B92, ha dovuto ammettere che "nel centro del Kosovo, i serbi non hanno ascoltato quello che il loro governo [quello serbo, ndr], ha detto e questo deve inquietare sia noi che loro", perchè "se circa duemila persone, forse di più, decidono di votare, malgrado la posizione del governo e del presidente [serbi]), questo significa che noi non rappresentiamo per loro un'autorità sufficiente e che loro sono sensibili ad altri argomenti".
I risultati del voto di Kllokot e Gracanica, dove hanni vinto i candidati del Partito liberale serbo, così come quelli di Novo Brdo e Strpce (dove i candidati serbi sono riusciti ad andare al ballottaggio), sono i primi segnali di un possibile cambiamento nell'atteggiamento dei serbi del Kosovo, ma soprattutto indicano che forse Belgrado sta cominciando a perdere influenza nelle aree meridionali del Paese, dove le località a maggioranza serba devono vivere circondate da una popolazione a stragrande maggioranza albanese. Secondo Oliver Ivanovic nel centro del Kosovo regna un'atmosfera per cui la popolazione di etnia serba ha l'impressione che Belgrado non si occupi di loro ma solo dei serbi del nord: di conseguenza "si è aperta una crepa sia tra i serbi delle enclavi e quelli del nord, sia tra i serbi delle enclavi e il governo [di Belgrado]". Secondo un altro alto dirigente del ministero per il Kosovo, Zvonimir Stevic, le numerose irre golarità e la complessivamente scarsa partecipazione dei serbi rendono illegittime le elezioni del 15 novembre. Illegittimità, secondo Stevic, confermata anche dal fatto che oltre 200.000 serbi sfollati non hanno avuto l’opportunità di votare e sono stati cancellati dalle liste elettorali. Messo così l'argomento però è un po' debole, perché accettare le elezioni, sfollati o no, per la Serbia significherebbe accettare de facto l'indipendenza. Più diplomatico il giudizio del ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanovic, che ha parlato di fallimento delle elezioni aggiungendo però che Belgrado e i rappresentanti legittimi dei serbi del Kosovo, cioè quelli eletti nelle elezioni dell’11 maggio 2008 organizzate dal governo serbo, sono sempre stati aperti per il dialogo per lavorare ad un decentramento legittimo basato sui veri bisogni dei serbi kosovari. Il fatto è che il voto del 15 novembre è stato un altro passo in avanti nel processo di costruzione politica e istituzionale del Kosovo indipendente. Certo i problemi sul tappeto restano e sono enormi: il Paese è molto povero, la democrazia è fragile e la corruzione dilagante, inquitante il grado di prenetrazione della criminalità anche nelle istituzioni e sempre presenti i sospetti che anche i vertici dello Stato abbiano rapporti con le mafie che agiscono nel Paese. Intanto però Pristina nei mesi scorsi ha ottenuto un successo di notevole portata con l'ammissione al Fondo Monetario Internazionale, grazie alla sponsorizzazione americana: e un seggio al Fmi può valere assai più, in termini pratici, che la rappresentanza alle Nazioni Unite. Nonostante la sua estrema debolezza, per la sua posizione e grazie al riconoscimento di vari Paesi della regione, il Kosovo potrebbe risultare attrattivo per gli investimenti esteri.
Un altro dato sicuranente interessante è che il premier serbo Mirko Cvetkovic, diversamente da quanto fece il suo predecessore Vojslav Kostunica, ha preferito evitare una dura campagna contro la partecipazione dei serbi al voto kosovaro, anche se la direttiva era chiaramente quella di boicottare le elezioni. Forse Cvetkovic, d'accordo con il presidente Boris Tadic, ha pensato che una reazione esagerata potesse essere controproducente sul piano internazionale proprio nel momento in cui la Serbia cerca di accreditarsi come uno dei pilastri della stabilità dell’Europa Sudorientale. Nel frattempo è attesa la decisione della Corte Internazionale di Giustizia, il massimo organo giurisdizionale dell'Onu, chiamata dall'Assemblea generale, a cui Belgrado si era rivolta, a pronunciarsi sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza del Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale. Il presidente serbo Boris Tadic ha dichiarat o recentemente all'agenzia Adnkronos di essere "molto ottimista" sulla decisione della Cig attesa entro la metà del 2010: "Credo, spero che questa decisione sia più positiva riguardo alla posizione della Serbia. Poi la Serbia sarà pronta ancora una volta a proseguire i negoziati ed i colloqui con rappresentanti ufficiali degli albanesi del Kosovo su una soluzione di compromesso sostenibile". Nella stessa intervista Tadic ha rivendicato la posizione razionale assunta dal suo Paese sulla secessione del Kosovo scegliendo di affidare "una questione politicamente molto pericolosa alla giustizia internazionale" e ha ribadito che sul Kosovo "la Serbia è parte della soluzione, non è parte del problema".
La Serbia, dunque, prosegue la battaglia politica e diplomatica per ostacolare in ogni modo il riconoscimento internazionale della sua ex provincia e l'ingresso nelle istituzioni internazionali. Il premier serbo Tadic ha ripetuto anche pochi giorni fa che Belgrado non riconoscerà mai l’indipendenza di Pristina, ma ha anche parlato di disponibilità al negoziato ed al compromesso. Non è però ben chiaro su quali basi potrebbero essere riaperti i negoziati, visto che il precedente tentativo, sotto la guida di Martti Ahtisaari, allora inviato speciale per il Kosovo del segretario generale dell'Onu, fallì totalmente e serbi e albanesi non riuscirono a raggiungere un solo accordo, nemmeno su aspetti marginali. Pensare che le autorità di Pristina accettino di rimettere in discussione lo status del Paese ora che il Kosovo si è proclamato indipedente, è stato riconosciuto da oltre sessanta Paesi (tra cui gli Usa, il Regno Unito, e due terzi dell'Ue) e com incia ad avere accesso agli organismi internazionali, sembra assai improbabile. Anche perché la sentenza della Cig, qualunque essa sia, non avrà un valore vincolante. Lo stesso Tadic ammette che "ora è troppo presto per parlare di alcuni capitoli in particolare o per definire il tipo di soluzione sostenibile" anche se ribadisce che la Serbia è pronta a parlare e a portare avanti i suoii sforzi per arrivare ad una soluzione di compromesso. "Questa è una posizione di principio per la Serbia ed è il modo in cui assicuriamo stabilità alla regione e dimostriamo ad altri che stanno affrontando sfide analoghe come risolvere i loro problemi". Ma il presidente è chiaro: "Non cederemo. Per prima cosa la Serbia non riconoscerà l'indipendenza del Kosovo. E non rinunceremo al nostro futuro europeo. Due posizioni di principio per noi".
La posizione di Tadic è sicuramente ragionevole, a conferma della linea diplomatica assunta dalla Serbia da un anno e mezzo a questa parte, ma nasconde però a mio parere un paio di contraddizioni. Intanto non ci sono segnali che facciano pensare che i serbi del Kosovo siano disposti ad assumere una posizione pragmatica puntando sul processo di integrazione europea attraverso il decentramento e la devolution che pure la Costituzione kosovara garantisce alle minoranze. In secondo luogo, come si fa a far convivere l'integrazione nelll'Unione Europea, e quindi una rinuncia alla sovranità assoluta e di una parte dei propri poteri in favore di Bruxelles, e nello stesso tempo mantenere una posizione intransigente sull'indipendenza del Kosovo? Il problema forse sta proprio, come si dice, nel manico: l'Unione Europea. L'orizzonte europeo è l'unico ambito nel quale la questione del Kosovo può trovare una composizione attraverso un compromesso accettabile da entrambe le parti. Il problema è che, come ha ben scritto Andrea Rossini sul sito di Osservatorio Balcani e Ca ucaso ("Il fascino discreto dell'Europa", www.osservatoriobalcani.org, 12 novembre 2009), "il violento processo di frammentazione statuale nel Sud Est è infatti progredito parallelamente al declino del progetto di Europa politica, secondo una ambivalente relazione di causa-effetto. Da un lato la vittoria dei nazionalisti è riverberata ben oltre lo spazio balcanico, dall'altro il messaggio inviato alle élite politiche della regione da un'Europa di Stati-nazione era chiaro: per entrare nell'Unione meglio dividersi".
"La posizione assunta dall'Unione a fronte delle crisi esplose nello spazio europeo - secondo Rossini - è stata infatti sempre coerente. Ha seguito il mutato clima politico, evolvendo da una iniziale afasia (che ha contraddistinto tutta la prima fase della crisi in ex Jugoslavia) ad una politica di riconoscimenti in ordine sparso delle nuove Repubbliche, fino alle più recenti politiche di allargamento rivolte ai Paesi della regione. Gli strumenti principali sin qui utilizzati da Bruxelles nell'area ex jugoslava, gli Accordi di Associazione e Stabilizzazione come primo gradino verso la candidatura e infine l'adesione, rivelano infatti un approccio tutto basato sui negoziati con i singoli Stati che continua a prescindere dalla dimensione regionale. A fronte di processi transnazionali che mostrano una forza sempre maggiore, in particolare sul terreno dell'illegalità e della costruzione di reti criminali, l'UE non sembra più in grado di c ontrapporre un proprio transnazionalismo". In altre parole, mi sembra esattamente quello che Marco Pannella e i Radicali vanno ripetendo da tempo: il prevalere dell'"Europa delle patrie" contro la "patria europea". Dunque, l'Europa può fornire la soluzione alla questione kosovara solo se ridà gambe e fiato e cervello al progetto politico che fu dei padri (e delle madri) fondatori scongiurando quella deriva che ha mostrato e per certi versi continua a mostrare i peggiori effetti proprio nei Balcani e con essa il rischio di produrre in Kosovo un pasticcio simile a quello combinato con l'adesione di Cipro.
Gli iscritti e contribuenti 2012
| FRANCESCA T. MILANO | 200 euro |
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| DAVIDE L. MANTOVA | 200 euro |
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Iscrizioni e contributi 2012
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