I Balcani sono ancora Europa?
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"La Bosnia, come un uomo ammalato, non può dormire e non lascia gli altri in pace" (Ivo Andric)
Negli ultimi due anni il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik ha più volte messo apertamente in discussione l'esistenza della Bosnia Erzegovina minacciando esplicitamente più di una volta un referendum per l'indipendenza della Republika Srpska, una delle due entità che compongono Il Paese in base agli accordi di pace di Dayton del 1995. In un'intervista all'autorevole rivista Foreign Affairs, Dodik ha spiegato che a suo giudizio "la Republika Srpska è un'entità stabile e durevole, mentre il futuro della Bosnia Erzegovina è incerto". In precedenza - per esattezza lo scorso gennaio - in un'intervista al quotidiano belgradese Vecernje Novosti, Dodik aveva dichiarato che il suo obiettivo è che la Republika Srpska funzioni da sola perché "è più importante dell'integrazione europea". E lo scorso settembre, il rappresentante serbo-bosniaco della presidenza tripartita, Nebojsa Radmanovic, è andato anche oltre dichiarando, sempre a Vecernje Novo sti, che "la Bosnia Erzegovina è più vicina alla dissoluzione che all'unità". D'altra parte, non è che il leader croato-bosniaco Haris Silajdzic sia da meno: Foreign Affairs lo ha definito senza mezzi termini uno sciovinista. E il cosiddetto "processo di Prud", ovvero il tentativo di arrivare alle riforme attraverso un accordo tra i tre maggiori partiti delle principali etnie, è sembrato rispondere più che altro ai disegni e agli interessi dei principali leader politici, invece che ad una reale volontà di trovare un nuovo assetto istituzionale per il Paese.
In un quadro del genere è sembrata farsi strada, per la Bosnia come per il Kosovo, l'idea della partizione. Nel mese di giugno il New York Times ha pubblicato un articolo di William Montgomery, ex ambasciatore degli Stati Uniti in diversi Paesi della regione, in cui si sostiene l'inevitabilità ma anche la necessità della divisione del Kosovo sulla linea del fiume Ibar e della secessione della Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina. Secondo Montgomery, “è inutile pensare che i balcanici ragionino come noi, questo non accadrà”. Certo, il giudizio dell'ex diplomatico americano è improntato ad un realismo politico che rasenta il razzismo, ma come ha osservato Senad Pecanin, direttore del settimanale bosniaco Dani, in un'intervista ad Andrea Rossini di Osservatorio Balcani, Montgomery "in un certo senso, basandosi sull'analisi della politica serba in Bosnia Erzegovina negli ultimi due anni, trae la corretta conclusione che la direzione verso cui si sta andando è quella della disintegrazione del Paese. Solo che il problema ora sembra essere non tanto il fatto che stiamo andando in quella direzione, ma che qualcuno si sia reso conto che quello è l'esito finale del processo in corso".
Nel 1995 gli accordi di pace di Dayton fermarono il conflitto e la pulizia etnica e fotografarono la situazione sul terreno. Oggi la divisione del paese rappresenterebbe la ricompensa per le violenze e il genocidio e potrebbe avviare una nuova spirale di violenze. Senza contare che la secessione dei serbo-bosniaci e la loro eventuale riunificazione alla "madre patria" serba, autorizzerebbe i croato-bosniaci a fare altrettanto in direzione della Croazia, lasciando così soli i bosgnacchi musulmani. Per Pecanin tutto ciò rappresenterebbe "una conferma per quanti affermano che la comunità internazionale non ha fatto niente in tre anni e mezzo per fermare la guerra, gli assassinii di massa, le espulsioni e deportazioni di centinaia di migliaia di persone perché in realtà era tutto un'unica grande cospirazione dei cristiani contro i musulmani". Un messaggio chiaro ai fondamentalisti islamici con il risultato ultimo della la creazione di uno Stato islamico fondamentalista nel cuore dell'Europa. E' questo che l'Europa vuole per sé stessa, domanda Pecanin?
Il problema è che fino ad oggi è mancata, e per molti versi manca ancora, una decisa, costante e coordinata pressione politica europea sulla Bosnia Erzegovina. Ora però qualcosa comincia a muoversi: la comunità internazionale sembra intenzionata a cercare di affrontare la crisi politica e istituzionale del Paese. Il 9 ottobre, per iniziativa di Ue e Usa, si è svolto a Butmir, nei pressi di Sarajevo, un vertice a cui sono stati convocati i leader degli otto più importanti partiti politici. Questa primo summit non ha prodotto niente di concreto se non una nuova riunione per il 20 ottobre: anche questo secondo round, però, è finito in un nulla di fatto. L'Alto Rappresentante internazionale, Valentin Inzko, in un'intervista al quotidiano serbo Politika del 23 ottobre, ha dichiarato tuttavia che, nonostante le divisioni tra i leader politici, "dopo il loro incontro a Sarajevo, è diventato chiaro che in Bosnia ed Erzegovina esiste la concordanza sul futuro avvicinamento alla famiglia europea, ed è chiaro a tutti che l’associazione all’Unione europea e alla Nato è l’unica strada sicura verso un futuro di prosperità”. Inzko, nell'intervista, ricorda poi che le modifiche costituzionali non sono possibili senza l’approvazione di tutti e tre i popoli costitutivi della Bosnia Erzegovina e si dice convinto che gli accordi di Dayton del 1995 possano servire da base di partenza per la creazione di una comunità più funzionale.
Questa "Dayton 2”, come è stato subito definito il vertice di Butmir, potrebbe in effetti rappresentare l’inizio di una revisione dell’accordo che segnò la fine del conflitto del 1992-95. Jacques Klein, ex rappresentante delle Nazioni Unite per la Bosnia Erzegovina, a metà di settembre ha dichiarato alla Voice of America che "gli Stati Uniti devono impegnarsi di più in Bosnia, perché hanno una politica più efficace. Invece l’Europa per ogni decisione ha bisogno di un consenso che richiede molto tempo”. In effetti, la nuova amministrazione americana ha già mostrato interesse per i Balcani e per la Bosnia. E' probabile che né gli uni, né l'altra siano in quanto tali tra le priorità della politica estera di Barack Obama. E' pur vero, però, che il vice presidente Joseph Biden ha dedicato una delle sue prime visite ufficiali all’estero proprio ai Balcani, nel giugno scorso, invitando i politici locali a evitare “vecchi modelli e antichi odi”. Il problema, però, è che quella della Bosnia è una questione prima di tutto europea. Come ha scritto Valerio Briani, in un articolo comparso lo scorso maggio sulla rivista on-line AffarInternazionali, "l’errore dell’UE è stato quello di pensare che la carota dell’integrazione fosse sufficiente, da sola, a spingere i dirigenti bosniaci sulla strada delle riforme. Sono state trascurate le specificità della situazione bosniaca e le condizioni particolari che rendono, per un dirigente locale, più fruttuoso scommettere sul nazionalismo che sull’apertura; più conveniente mantenere i privilegi che impegnarsi sulle riforme; più sicuro appellarsi al passato che al futuro", mentre da parte europea "è mancata, e per molti versi manca ancora, una decisa, costante e coordinata pressione politica sulla Bosnia".
Il problema, dunque, è l'Europa? Secondo un articolo apparso qualche tempo fa sul “Financial Times” ("Bosnia divides the EU-again"), i ventisette membri dell’Unione Europea sarebbero divisi sulla sorte della Bosnia Erzegovina. Alcuni, come la Francia, l’Italia e la Germania sarebbero dell'avviso che sia giunto il momento di chiudere l’Ufficio dell'Alto Rappresentante internazionale (OHR). In questo sarebbero sulla stessa linea della Russia. Il commissario europeo all’Allargamento, Olli Rehn, ritiene particolarmente importante sottolineare che la Bosnia Erzegovina può farcela “quando non sarà più un quasi protettorato”, il che significa la chiusura dell’OHR e il trasferimento di questo incarico all'Ufficio del Rappresentante Speciale dell'Unione Europea (EUSR). Se gli europei manterranno l'idea di chiudere l'Ufficio dell'Alto Rappresentante internazionale, che ha notevoli poteri esecutivi di controllo sull'operato delle autorità locali ad ogni livello (i cosiddetti "poteri di Bonn"), senza proporre un'alterativa credibile e capace di funzionare, il rischio concreto è quello di consegnare il Paese al'instabilità, con un progressivo blocco del funzionamento delle istituzioni statali che potrebbe portare alla dissoluzione dello Stato dal punto di vista istituzionale, aprendo a quel punto tutti gli scenari possibili. Il problema, allora, è riconsiderare il ruolo e i poteri della comunità internazionale in Bosnia. Ma come?
Cristophe Solioz, direttore esecutivo del Center for European Integration Strategies di Ginevra, in un articolo pubblicato sul sito di Osservatorio Balcani il 21 ottobre, fa una proposta concreta e ragionevole. Secondo Solioz, "la Bosnia Erzegovina da anni si trova ad affrontare un paradosso creato dalla stessa comunità internazionale: da un lato l'OHR è responsabile della esecuzione e tutela degli accordi di pace di Dayton. D'altro canto, l'EUSR ha il compito di modificare e superare elementi di Dayton nel quadro del processo di integrazione europea". Per aiutare a risolvere questa contraddizione occorre allora pensare alla costituzione di un solido Ufficio del Rappresentante Speciale dell'UE, che possa mantenere anche un utilizzo difensivo dei “poteri di Bonn”. Negli ultimi 4 anni, prosegue Solioz, la credibilità dell'OHR è praticamente svanita ed è ormai troppo tardi per rafforzarlo. Allo stesso modo pensare di tornare ad un uso massiccio dei “poteri di Bonn” non sembra più possibile, dato che l'Ufficio dell'Alto Rappresentante internazionale "appare ormai incapace di orientare lo sviluppo politico del Paese attraverso il proprio mandato". Viceversa, nota il direttore del CEIS, "il processo di integrazione europea emerge come unico elemento reale di consenso". Dunque, "la comunità internazionale dovrebbe urgentemente prendere in considerazione la chiusura dell'OHR impegnandosi nella costruzione di un forte EUSR". Questo nuovo EUSR "dovrebbe concentrarsi sul dialogo e sulla costruzione di rapporti di partenariato. In questo contesto, un processo negoziale potrebbe affrontare i temi più cruciali con il coinvolgimento sia di attori locali che internazionali. Una nuova dinamica – e qui sta l'importanza del percorso stesso – dovrebbe essere intrapresa insieme ai politici locali. Servono piccoli passi: promuovere riforme istituzionali e traghettare il Paese verso l'UE. Infine, ma questo richiederà tempo, l'obiettivo dovrebbe essere quello di una Bosnia Erzegovina unita e funzionale".
La Bosnia Erzegovina è uno Stato debole e in parte inefficiente ma non può essere in alcun modo considerata come uno “Stato fallito”, afferma Solioz secondo il quale il Paese sta affrontando problemi seri, ma non si sta disintegrando, non è più in una situazione di post-conflitto ed è in una condizione economica non più così disperata come quindici anni fa. Soprattutto, non sta andando verso una nuova guerra: anzi, nonostante l'attuale crisi è riuscito a fare progressi significativi, procede sul percorso di integrazione euro-atlantica, mentre dalla regione vengono segnali chiaramente positivi. In questo contesto, per Solioz, gli "esperti" principalmente internazionali che lanciano avvertimenti drammatici, enfatizzando i rischi di una disintegrazione e le minacce di guerra, "volenti o nolenti, finiscono per portare sostegno alla retorica estremista che vorrebbero denunciare, e dimenticano di ricordare che la comunità internazionale ha contribuito in maniera significativa alla situazione attuale", perché "anche le contraddizioni e gli insuccessi della politica internazionale in BiH, infatti, dovrebbero essere presi in esame". E qui il cerchio si chiude. Spetta alla comunità internazionale fare in modo che la Bosnia Erzegovina superi l'attuale crisi politico-istituzionale fermando i rischi di degenerazione che pure esistono. Butmir, nonostante le ostilità iniziali, può essere un punto di partenza, però è necessario che l'Unione Europea e tutti i suoi membri comprendano che, come ha scritto per esempio Valerio Briani su AffarInternazionali, "se si vuole che il progetto di normalizzazione della Bosnia vada finalmente a buon fine, sarà necessario tutto l’impegno che l’UE può profondere", perché dopotutto, "il problema della Bosnia è un problema per l’Europa, non per l’America" e "sarebbe velleitario nutrire aspirazioni da potenza globale se non si è in grado di risolvere i problemi del proprio giardino di casa".
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