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Giappone: “Ho passato 34 anni nel braccio della morte”
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“Quando il corpo non cede sotto il peso dei suoi 83 anni, e il sole splende sul suo luogo di nascita, Kyushu, in Giappone, Sakae Menda a volte si dimentica delle pene sofferte ed è consapevole di essere fortunato ad averla scampata. Ma per la maggior parte del tempo non può dimenticare che lo Stato giapponese gli ha rubato 34 anni di vita per un reato che non aveva commesso, né può scordarsi di quando pensava che ogni giorno dei 12.410 giorni trascorsi nel braccio della morte poteva essere l’ultimo. Perché, dice, “essere in attesa di morire è una forma di tortura, peggiore della morte stessa.”
Menda è il primo uomo liberato dal braccio della morte giapponese, un posto che in un recente rapporto si è meritato le critiche fulminanti di Amnesty International. I detenuti sono portati alla follia nell’attesa dell’esecuzione, sostiene Amnesty International, e almeno 5 dei 102 condannati a morte giapponesi sono malati di mente. Molti dei detenuti più anziani sono sull’orlo della senilità, ma i dati precisi della situazione non sono resi noti.
“La politica del governo è di non permettere visite ai detenuti nel braccio della morte e le nostre richieste d’accesso sono regolarmente respinte,” dice Amnesty, che definisce il sistema “vergognoso”.
…
I detenuti sono privati di ogni contatto col mondo esterno, tenuti in isolamento e costretti ad attendere in media oltre sette anni, a volte decenni, in celle dalle dimensioni di un gabinetto mentre il sistema legale li stritola. Quando arriva il decreto di esecuzione, i condannati hanno, letteralmente, minuti per sistemare le loro cose prima di infilare la testa nel cappio. Siccome l’ordine può arrivare in qualunque momento, i detenuti vivono ogni giorno pensando che potrebbe essere l’ultimo, ricorda Menda, che fu incastrato dalla polizia per un caso di duplice omicidio.
…
La mattina presto del 30 dicembre 1948, un assassino fece irruzione nella casa di un sacerdote e di sua moglie, vicino l’abitazione di Menda, e li uccise a coltellate e a colpi d’ascia. Menda si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato, e fu arrestato in un caso a parte relativo a un furto di riso. La polizia lo trattenne per tre settimane senza che vedesse un avvocato finché non riuscirono a estorcergli una confessione. Condannato nel 1951, non avrebbe più messo piede fuori dal carcere di Fukuoka fino al 1983, quando fu riconosciuto innocente.
…
Una vita ridotta in una cella di isolamento di 5 metri quadri, senza riscaldamento, illuminata giorno e notte e costantemente monitorata. Menda racconta quando per la prima volta ha sentito dalla sua cella uno dei detenuti che veniva portato al patibolo. È stato un evento che lo ha fatto uscire fuori di testa e lo ha portato a urlare così tanto da fargli meritare un chobatsu (una punizione): in quel caso, si trattò di due mesi con le mani legate così che era ridotto a mangiare come un animale.
Ma ogni mattina, dopo la colazione, quando sarebbe arrivato lo squadrone dell’esecuzione, ritornava il terrore che quello potesse essere il suo ultimo giorno. “Le guardie si sarebbero fermate davanti alla tua cella, il tuo cuore sarebbe impazzito, poi loro avrebbero proseguito e tu avresti potuto riprendere a respirare,” ricorda vivamente Menda che avrebbe visto dozzine di altri detenuti trascinati via.
“Mentre venivano portati alla forca, gli uomini urlavano: ‘Me ne andrò per primo e ti aspetterò’,” ricorda Menda. La moglie Tamae definisce un ‘miracolo’ il fatto che suo marito sia rimasto sano di mente. “E’ un tipo molto irascibile e ostinato e credo sia sopravvissuto grazie al fatto che non aveva un’istruzione e non poteva capire il senso di quello che gli stava capitando.”
…
Gli abolizionisti sperano che il nuovo governo Democratico di Yukio Hatoyama discuterà l’eliminazione della pena di morte.
Ma Menda è pessimista. “Quando sono stato rilasciato, la gente ha iniziato a interessarsi alla causa (dell’abolizione) ma poi ha perso interesse. La democrazia giapponese ha solo 60 anni. Il concetto di diritti umani non è radicato nella nostra storia,” dice Menda. L’avvocatessa Noguchi, che ha lasciato il servizio penitenziario per la pratica legale nel 1980, ritiene che la riforma è attesa da troppo tempo. “Il sistema è persino peggiorato rispetto a 30 anni fa. Le regole sui contatti con il mondo esterno, inclusa la corrispondenza e gli incontri con i familiari, sono diventate più rigide. Prima ai condannati l’esecuzione veniva notificata 24 ore prima, ora lo sanno solo con poche ore d’anticipo.”
Più di vent’anni di libertà non hanno affievolito l’avversione di Menda nei confronti della polizia e della magistratura. Lui sostiene che il sistema che ha distrutto la sua vita non è cambiato: la polizia può ancora trattenere un sospetto per 23 giorni senza alcun controllo giudiziario; le confessioni hanno ancora un peso enorme, con oltre il 99% delle accuse che si risolvono in una vittoria della procura nei processi, mentre i condannati continuano a essere tenuti in isolamento potenzialmente all’infinito.
“Il potere qui ha il sopravvento,” dice Menda. “Sono andato a trovare la polizia quando sono stato rilasciato e ho chiesto loro come si sentissero dopo quello che mi avevano fatto. Hanno risposto che stavano facendo solo il loro lavoro.” (Fonte: Independent.co.uk, 15/09/09)
Menda è il primo uomo liberato dal braccio della morte giapponese, un posto che in un recente rapporto si è meritato le critiche fulminanti di Amnesty International. I detenuti sono portati alla follia nell’attesa dell’esecuzione, sostiene Amnesty International, e almeno 5 dei 102 condannati a morte giapponesi sono malati di mente. Molti dei detenuti più anziani sono sull’orlo della senilità, ma i dati precisi della situazione non sono resi noti.
“La politica del governo è di non permettere visite ai detenuti nel braccio della morte e le nostre richieste d’accesso sono regolarmente respinte,” dice Amnesty, che definisce il sistema “vergognoso”.
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I detenuti sono privati di ogni contatto col mondo esterno, tenuti in isolamento e costretti ad attendere in media oltre sette anni, a volte decenni, in celle dalle dimensioni di un gabinetto mentre il sistema legale li stritola. Quando arriva il decreto di esecuzione, i condannati hanno, letteralmente, minuti per sistemare le loro cose prima di infilare la testa nel cappio. Siccome l’ordine può arrivare in qualunque momento, i detenuti vivono ogni giorno pensando che potrebbe essere l’ultimo, ricorda Menda, che fu incastrato dalla polizia per un caso di duplice omicidio.
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La mattina presto del 30 dicembre 1948, un assassino fece irruzione nella casa di un sacerdote e di sua moglie, vicino l’abitazione di Menda, e li uccise a coltellate e a colpi d’ascia. Menda si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato, e fu arrestato in un caso a parte relativo a un furto di riso. La polizia lo trattenne per tre settimane senza che vedesse un avvocato finché non riuscirono a estorcergli una confessione. Condannato nel 1951, non avrebbe più messo piede fuori dal carcere di Fukuoka fino al 1983, quando fu riconosciuto innocente.
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Una vita ridotta in una cella di isolamento di 5 metri quadri, senza riscaldamento, illuminata giorno e notte e costantemente monitorata. Menda racconta quando per la prima volta ha sentito dalla sua cella uno dei detenuti che veniva portato al patibolo. È stato un evento che lo ha fatto uscire fuori di testa e lo ha portato a urlare così tanto da fargli meritare un chobatsu (una punizione): in quel caso, si trattò di due mesi con le mani legate così che era ridotto a mangiare come un animale.
Ma ogni mattina, dopo la colazione, quando sarebbe arrivato lo squadrone dell’esecuzione, ritornava il terrore che quello potesse essere il suo ultimo giorno. “Le guardie si sarebbero fermate davanti alla tua cella, il tuo cuore sarebbe impazzito, poi loro avrebbero proseguito e tu avresti potuto riprendere a respirare,” ricorda vivamente Menda che avrebbe visto dozzine di altri detenuti trascinati via.
“Mentre venivano portati alla forca, gli uomini urlavano: ‘Me ne andrò per primo e ti aspetterò’,” ricorda Menda. La moglie Tamae definisce un ‘miracolo’ il fatto che suo marito sia rimasto sano di mente. “E’ un tipo molto irascibile e ostinato e credo sia sopravvissuto grazie al fatto che non aveva un’istruzione e non poteva capire il senso di quello che gli stava capitando.”
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Gli abolizionisti sperano che il nuovo governo Democratico di Yukio Hatoyama discuterà l’eliminazione della pena di morte.
Ma Menda è pessimista. “Quando sono stato rilasciato, la gente ha iniziato a interessarsi alla causa (dell’abolizione) ma poi ha perso interesse. La democrazia giapponese ha solo 60 anni. Il concetto di diritti umani non è radicato nella nostra storia,” dice Menda. L’avvocatessa Noguchi, che ha lasciato il servizio penitenziario per la pratica legale nel 1980, ritiene che la riforma è attesa da troppo tempo. “Il sistema è persino peggiorato rispetto a 30 anni fa. Le regole sui contatti con il mondo esterno, inclusa la corrispondenza e gli incontri con i familiari, sono diventate più rigide. Prima ai condannati l’esecuzione veniva notificata 24 ore prima, ora lo sanno solo con poche ore d’anticipo.”
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“Il potere qui ha il sopravvento,” dice Menda. “Sono andato a trovare la polizia quando sono stato rilasciato e ho chiesto loro come si sentissero dopo quello che mi avevano fatto. Hanno risposto che stavano facendo solo il loro lavoro.” (Fonte: Independent.co.uk, 15/09/09)
(25 settembre 2009: un articolo su Sakae Menda, ex condannato a morte giapponese, è comparso lo scorso 15 settembre sul The Independent, a firma David McNeill)
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