Gandhi, M.L. King, Popper, Kant


 

Mohandas Karamchand Gandhi, Young India, 1920, 1927
«Non sono un visionario. Sostengo di essere un pratico idealista. La religione della nonviolenza non appartiene solo ai rishis e ai santi, ma a tutta la gente comune. La nonviolenza è la legge della nostra specie, così come la violenza è la legge dei bruti. In questi ultimi lo spirito rimane dormiente e non conosce alcuna altra legge se non quella della potenza fisica. La dignità dell’uomo richiede invece l’obbedienza ad una norma superiore, cioè alla forza dello spirito… I rishis, che scoprirono la dottrina della nonviolenza in mezzo alla violenza, furono geni superiori a Newton. Conoscevano anch’essi l’uso delle armi, ma compresero la loro inutilità ed insegnarono a un mondo esausto che la sua salvezza non risiedeva nella violenza, ma nella nonviolenza».
«[Il Satyagraha] è una forza cui possono fare ricorso i singoli individui, così come le comunità. Potrebbe allo stesso modo essere utilizzata nelle questioni politiche e in quelle domestiche. La sua applicabilità universale è una dimostrazione della sua continuità e invincibilità. Può essere usata allo stesso modo da uomini, donne e bambini. È del tutto sbagliato affermare che sia una forza che può essere usata solo dai deboli, fino a che questi non saranno in grado di rispondere alla violenza con la violenza… La forza del Satyagraha sta alla violenza e, dunque, alla tirannide e all’ingiustizia, come la luce sta al buio. In politica, il suo utilizzo è basato sul principio immutabile che il governo del popolo è possibile solo finchè quest’ultimo acconsente, consciamente o incosciamente, ad essere governato».
 
Martin Luther King, Letter from Birmingham Jail, 1963
«Non c’è nulla di sbagliato che una legge esiga che una manifestazione non debba essere consentita, ma quando questa legge viene impiegata per mantenere la segregazione e negare invece ai cittadini il privilegio garantito dal Primo Emendamento per le assemblee pacifiche e per la protesta pacifica, allora questa legge si fa ingiusta (…). In nessun modo io difendo l’infrazione della legge o la sfida alla legge, come fanno invece i segregazionisti infuriati. Questo non ci condurrebbe che all’anarchia. Infrangere una legge ingiusta deve essere fatto alla luce del sole, con amore (…) e con disponibilità ad accettare la punizione. Io sostengo che un individuo che infranga una legge che la coscienza gli dice essere ingiusta, ma che accetta di buon grado di andare in prigione per sollevare le coscienze della comunità sul caso dell’ingiustizia inflittagli, esprime in realtà un altissimo rispetto della legge (…). Non dobbiamo mai dimenticare che tutto ciò che Hitler fece in Germania era legale, e che tutto ciò che fecero i combattenti per la libertà d’Ungheria era “illegale”».
 
Karl Popper, All Life Is Problem Solving, 1994
«Nell’interesse della pace, sono un avversario del cosiddetto movimento pacifista. Dobbiamo imparare dalle nostre esperienze e già due volte il movimento pacifista ha contribuito a incoraggiare l’aggressore. L’imperatore Guglielmo II, si aspettava che l’Inghilterra, nonostante le garanzie fatte al Belgio, non si decidesse alla guerra proprio a motivo del pacifismo; e analogamente pensò Hitler, nonostante le garanzie fatte dall’Inghilterra alla Polonia».
 
Karl Popper, La lezione di questo secolo, 1992 (a.c. di Giancarlo Bosetti)
«Lo Stato di diritto consiste prima di tutto nell’eliminare la violenza. Io non posso, in base al diritto, prendere a pugni un’altra persona. La libertà dei miei pugni è limitata dal diritto degli altri di difendere il loro naso. Quando consentiamo che venga abbattuta e tolta di scena la generale avversione alla violenza, davvero sabotiamo lo Stato di diritto e l’accordo generale in base al quale la violenza deve essere evitata. In quel modo sabotiamo la nostra civilizzazione (…). Lo Stato di diritto esige la nonviolenza, che ne è il nucleo fondamentale (…) e l’idea è sempre la stessa: massimizzare la libertà di ciascuno nei limiti della libertà degli altri. Se invece andiamo avanti come stiamo facendo ora, ci troveremo presto a vivere in una società in cui l’assassinio sarà pane quotidiano (…). [Queste indicazioni non sono] né di destra né di sinistra [ma] indicano qualcosa che potrebbe prendere il posto della distinzione destra-sinistra. Vale a dire che noi dobbiamo pensare a quali fatti sono necessari per realizzare quegli obiettivi (…). Dovremmo insomma soppiantare questo orribile sistema dei partiti, in base al quale la gente che sta in questo momento nei nostri Parlamenti è prima di tutto dipendente da un partito e solo in seconda istanza sta per usare il proprio cervello per il bene della popolazione che rappresenta. La mia opinione è che questo sistema deve essere sostituito e che noi dobbiamo tornare, se possibile, ad uno Stato in cui gli eletti vadano in Parlamento e dicano: io sono il vostro rappresentante e non appartengo a nessun partito».
 
Immanuel Kant, Per la pace perpetua, 1795
«Il diritto internazionale dev’essere fondato su un federalismo di liberi Stati. Questa sarebbe una federazione di popoli, che non dovrebbe essere però uno Stato di popoli. In ciò vi sarebbe infatti una contraddizione, poiché ogni Stato implica il rapporto di un superiore (legislatore) con un inferiore (colui che obbedisce, cioè il popolo), mentre molti popoli in uno Stato costituirebbero un sol popolo: il che contraddice al presupposto (poiché qui noi dobbiamo considerare il diritto dei popoli tra loro in quanto essi costituiscono altrettanti Stati diversi e non devono confondersi in un solo ed unico Stato). (…) Il diritto internazionale inteso come diritto alla guerra non è propriamente concepibile (poiché dovrebbe essere un diritto di determinare ciò che è giusto non secondo leggi esterne universalmente valide, limitanti la libertà di ciascuno, ma secondo massime unilaterali, per mezzo della forza). (…) Per gli Stati che stanno tra loro in rapporto reciproco non può esservi altra maniera razionale per uscire dallo stato naturale senza leggi, che è soltanto stato di guerra, se non rinunciare, come i singoli individui, alla loro libertà selvaggia (“senza leggi”), consentire a leggi pubbliche coattive e formare così uno Stato di popoli (civitas gentium) che si estenderebbe sempre più ed abbraccerebbe infine tutti i popoli della terra. Ma poiché essi, secondo la loro idea del diritto internazionale, non vogliono ciò affatto e rigettano quindi in ipotesi ciò che in tesi è giusto, così in luogo dell’idea positiva di una repubblica universale (e perché non tutto debba andare perduto) rimane soltanto il surrogato negativo di una lega permanente e sempre più estesa, come unico strumento possibile che ponga al riparo dalla guerra e arresti il torrente delle tendenze ostili contrarie al diritto, sempre però con il continuo pericolo che queste erompano nuovamente (Furor in ius intus (…) fremit horridus ore cruento Virgilio, Eneide I, 294-96)».