Felipe Gonzalez: "Il processo decisionale nell' UE è diabolicamente inefficiente"

Felipe Gonzalez
El Pais

Cosa  possiamo fare affinché la UE avanzi in mezzo a tante difficoltà? Felipe Gonzalez espone le risposte: una politica energetica comune, un trattamento congiunto dei flussi migratori, una riduzione del gap tecnologico con gli Stati Uniti, i problemi della sicurezza, una voce diplomatica comune: queste sono le sfide che hanno bisogno di un potente impulso della volontà piuttosto che continuare a girare intorno ai trattati o a quello  che fa o decide di  non fare  il motore "franco-tedesco".
 
Un gruppo di cinquanta personalità e esperti del European Council on Foreign Relations- uno dei più importanti think-tank dell'Europa- si è riunito con Felipe Gonzalez, presidente del Gruppo di Riflessione sul Futuro dell'Europa, e lo ha sottoposto a numerose domande sull'andamento dei sui lavori. Quello che segue è un ampio estratto della trascrizione del colloquio, che si è svolto a Madrid, ed è stato diretto dalla ex-Commissaria Europea Emma Bonino, e al quale erano presenti, fra gli altri, l'ex-Ministro Spagnolo degli Esteri e ex-Commissario Europeo Marcelino Oreja, l'ex- Presidente Finlandese Martti Ahtisaari, e il finanziere George Soros.
 
I cittadini sono spossati da otto anni di discussione sul trattato di Lisbona. Anche le persone non proprio entusiaste del trattato, noi comprese, si chiedono: "bene, ora che si è ratificato, cominceremo ad attuarlo in qualche modo, no?". O dobbiamo riflettere un'altra volta a medio e lungo raggio? Perché continuiamo a riflettere?
 
Probabilmente lei ha ragione ed è una scusa per non fare. Non sono contrario alla riflessione. Ma la riflessione precede l'azione. Il problema è che stiamo convertendo le istituzioni in think-tank e ci manca l'action-tank. Ripensando a Gramsci, il problema è che oggi si può essere più pessimisti della volontà che dell'intelligenza. Penso che non manchi l'intelligenza per capire quello che dobbiamo fare. Quello che manca è la volontà per metterlo in pratica.
Il Gruppo di Riflessione nasce il giorno seguente alla firma, e non alla ratifica- arrivata solo ora,  grazie alla benevolenza del Signor Klaus -, del Trattato di Lisbona. Pareva contraddittorio e in parte lo era. Si suppone che Lisbona risolva i problemi istituzionali, però lo  si suppone solamente. Vedremo che succede, sono preoccupato. Il servizio degli affari esteri, che sarà il più potente nel mondo, sarà uno strumento di politica estera, diretto e controllato dall'altro rappresentante, o l'alto rappresentante solo farà solamente uno sforzo di coordinamento dei diversi servizi diplomatici? Io credo che stiamo andando solo  verso il coordinamento e non  verso un potente servizio estero. Non entrerò in maggiori dettagli.
 
L'Europa deve riflettere?
Sì, ma non deve fermarsi alla riflessione. Devo dire che ieri mi sono preso il disturbo di leggere l'ultima risoluzione del Consiglio Europeo e sento una lamentela continua: i cittadini non ci capiscono, e neanche capiscono i capi del governo che hanno fatto la risoluzione. Ci sono parti che non si capiscono e altre che sono pure e semplici manifestazioni  di stati d'animo: "Il Consiglio si compiace che stia succedendo non so che cosa.... o manifesta la sua preoccupazione per il fatto che  stia succedendo non so quale altra cosa......". E, per colmo, l'ultimo Consiglio scommise sul secondo turno delle elezioni in Afghanistan come un fattore inevitabile di legittimazione della democrazia afgana, pero nelle 24 ore successive auspicò che non ci fosse un secondo turno.
 
 
 
 
 
A dire la verità la propria comunicazione è incomprensibile perché- è questo che voglio sottolineare in primo luogo- il processo decisionale nella UE è diabolicamente inefficiente. Nel contempo, non facciamo altro che  emettere rapporti e dare opinioni come se fossimo le Nazioni Unite o un istituto di studi strategici. È il modo  di rifugiarsi in conseguenza di questa mancanza di efficienza nel processo decisionale.
 
Lei presiede il Gruppo di Riflessione, però risulta che non deve occuparsi né delle istituzioni, né dei bilanci; però senza istituzioni e senza bilanci deve riflettere su come si può rafforzare e modernizzare il modello europeo economico e di responsabilità sociale. Deve rafforzare la competitività della UE, deve mettere lo sviluppo sostenibile come obiettivo fondamentale dell'UE, deve occuparsi di riflettere sulla stabilità globale, sui flussi migratori, energia e cambio climatico e lottare per la sicurezza, contro il crimine organizzato e il terrorismo. E alla fine di tutta questa riflessione, senza toccare il bilancio senza menzionare le istituzioni, deve preparare un rapporto di 30 pagine per presentarlo nel 2010. Si sente a suo agio in  questo incarico?  
 
Sì, anche  quando penso che una volta più lo sforzo possa condurre alla malinconia, però mi sento a mio agio  e grato perché mi hanno incaricato questo impegno. Vediamo. La stessa risoluzione, che è molto corta, chiarisce meglio  quello che non si deve studiare che quello che si deve affrontare.
Ha parlato di due temi che non si devono toccare, ne manca uno. Non si devono analizzare le politiche attuali; però per parlare dell'orizzonte del 2020-2030, se non si parla del cambio delle politiche attuali, l'unica cosa possibile  è marcare un orizzonte che sempre si allontana, come si sta allontanando l'orizzonte del completamento della Agenda di Lisbona. L'Agenda di Lisbona aveva l'orizzonte 2000-2010. I paesi che hanno fatto qualcosa che si riferisce all'analisi dell' Agenda di Lisbona lo hanno fatto non per imposizione dell'Agenda stessa, ma perché erano convinti di doverlo  fare. Quasi tutti sono nella parte nord dell'Europa. Questi paesi hanno guadagnato competitività, hanno flessibilizzato le loro relazioni industriali, hanno mantenuto un grado di coesione sociale altissima e non a un costo maggiore di  altri che hanno meno coesione sociale.
 
Punto numero uno della riflessione sul  futuro: l'Agenda di Lisbona non si è compiuta. C'è qualche possibilità che L'Europa dichiari che non si è realizzata e che facciamo qualcos'altro ovvero  che facciamo questo con strumenti diversi? Ne dubito. Credo debbano completarsi alcune delle previsioni dell'Agenda di Lisbona. Sarebbe il primo punto di riflessione del gruppo: Come l'Europa riesce a inserirsi nella società di informazione? Non lo dirò perché suona arrogante, però si diceva nell'Agenda di Lisbona: "Come ci convertiamo nel 2010 nella prima potenzia economica-tecnologica del mondo con un modello sociale coesivo? Disgraziatamente non si sa come, perché la distanza tecnologica con gli Stati Uniti è aumentata e il processo di avvicinamento d'alcuni paesi emergenti è evidente. È evidente che gli obiettivi non si sono realizzati. Nei paesi nei quali questi obiettivi si sono realizzati non era per l'Agenda di Lisbona, ma  piuttosto perché lo hanno visto, hanno riformato la formazione del capitale umano, hanno cambiato le cose. E credo che non si può discutere, seriamente, in una maniera separata il modello sociale dell'economia, e il valore da aggiungere per finanziare il modello sociale. Credo che sia demagogico pensare a una cura in astratto: se l'economia non è capace di aggiungere valore per finanziare il modello sociale che sogniamo, non ci sarà un modello sociale, non è finanziabile.
 
 
 
 
 
 
 
Se stiamo perdendo capacità di competere nell'economia globale- anche se c'è molta discussione sulla competitività-, per quanto siamo fieri del modello sociale, non potremo sostenerlo, salvo che riusciamo ad essere talmente equi da distribuire povertà ovvero minore capacità di distribuzione del benessere.
Il secondo punto è l'energia e il cambiamento climatico. È indicato, anche se non chiaramente, nel mandato. Nemmeno si può discutere separatamente, anche se è vero che i temi ambientali sono un'altra cosa rispetto ai problemi energetici. Al proposito  farò solo alcune affermazioni. Non c'è bisogno di modificare nessun trattato per avere un mercato comune dell'energia o un mercato interno dell'energia e una politica energetica comune. Non c'è bisogno di dover sopportare le limitazioni nella fornitura di gas che sopportiamo- che non succedevano in altri anni- perché 500 milioni di consumatori non hanno una strategia energetica comune. Per questo a volte dico: non vogliamo più trattati. Non è previsto dal  il trattato di Lisbona? Non importa. È un problema di volontà, non di strumenti, gli strumenti ci sono.
 
Terza questione (approccio?), dopo l'energia e il cambio climatico. Dobbiamo fare qualcosa rispetto ai flussi migratori. Nell'orizzonte del  2050, in Europa mancheranno 70 milioni di persone attive- 70 milioni di persone attive più di quelli attuali! - Come fronteggiare questa esigenza? Sicuramente sarà con un insieme  di politiche, però considerando quanto  facciamo sull'immigrazione, incluso il  rapporto con il Sud del Mediterraneo, dico: questo non ha soluzione. Dovremo  fare delle modifiche. Non si possono  avere 20 o 15 politiche migratorie differenti in un mercato interno e uno spazio Schengen. Si possono  avere rispetto all'inserimento nella società corrispondente; però per le frontiere, per i rapporti con i terzi, no.
 
Quarto punto, che è di grande interesse. Quando nel mandato si parla di sicurezza, (si riferisce a quello che ha creato il Gruppo di Riflessione), si citano  due minacce: terrorismo e criminalità organizzata. Però nessuno prevedeva che, alcuni mesi dopo, avremmo avuto una tensione così dura come quella in  Georgia, a parte il fatto che nemmeno allora si poteva dire che l'Europa è minacciata soltanto dalla criminalità organizzata e dal terrorismo. Prima il conflitto con la  Georgia, dopo tutto il dibattito sullo scudo antimissili....i problemi di sicurezza hanno una prospettiva diversa.
 
E,  quinto punto, per definirlo così- quello che ti regalai prima, me lo riprendo adesso: abbiamo bisogno di una politica estera e di sicurezza che sia la cornice per conseguire gli obiettivi, tenendo chiaro che difendiamo interessi. Questo discorso che noi difendiamo valori è una semplificazione; difendiamo interessi, che sono europei, in una cornice  di valori che sono nostri. Lo strumento è la politica estera e di sicurezza. Molto bene. Avremo un alto rappresentante, avremo un Servizio Estero, il più grande del mondo, avremo più rappresentazioni dell'Unione nel mondo di qualsiasi  altro paese. L'Alto Rappresentante dirigerà il Servizio Estero o lo coordinerà? È una domanda importante. L'alto rappresentante come vicepresidente della Commissione- non può parlare dei temi istituzionali- coordinerà, con la politica estera, la politica di cooperazione, che è la più importante del mondo? O questo sarà un pezzo sciolto del sistema? Coordinerà qualcosa della politica commerciale per far coincidere la politica estera agli interessi commerciali e le politiche di cooperazione?    
 
 
 
 
 
 
In alcune dei sui interventi ha disegnato una panorama abbastanza triste per noi, come i pessimisti. Crede che siamo condannati alla irrilevanza o al fallimento?
 
In assoluto.
 
Quali sono i nostri maggiori punti di forza e le nostre debolezze? Dove, quando, chi e come si definisce l'interesse europeo? Cosa è l'interesse europeo?
 
La verità è che noi condividiamo uno spazio pubblico: l'Europa è uno spazio pubblico condiviso. Ci costa accettare che uno spazio pubblico che si condivide è qualcosa di più che la pura somma di interessi di ciascuno degli stati nazionali. Il plus che aggiunge l'Europa è solo perché si condivide questo spazio pubblico. Per esempio, in politica energetica è una ovvietà. Se metteremo in secondo piano queste passioni per i campioni nazionali probabilmente avanzeremmo più in un mercato interiore dell'energia e nella strategia comune di energia. Ci sarà qualche beneficio? Sì. Il paradosso dell'insieme di tutte queste di domande è che una parte della situazione internazionale, la più rilevante, sta dando ragione all'avvicinamento europeo alle grandi sfide, anche se queste sono contraddittorie in parte o sono più dichiarative che efficienti. Per questo non dobbiamo essere pessimisti.
 
Un esempio: nessuno dubita che l'Europa sta nella punta di lancia della riflessione, inclusi i compromessi riguardo agli impegni nella  lotta contro il cambio climatico. Si potrà considerare sufficiente o insufficiente, però non c'è nessuno che dia più, nessuna regione del mondo. Adesso il cambio negli Stati Uniti avvicina la posizione dell'Amministrazione degli Stati Uniti alla posizione europea. Non dico che la faccia coincidere, la avvicina, e la coscienza del fatto che  abbiamo un problema è molto più generalizzato. Equivale a dire che  se do ragione all' Europa significa che  le da ragione anche sul fatto che  non è possibile sostenere politiche unilaterali dopo la caduta del muro, la liquidazione dei blocchi, eccetera.
 
Abbiamo ragione. Sembra che questa posizione stia cominciando a trionfare, non il multilateralismo, che sarebbe una forma di ritorno  alle tentazioni unlilaterali- il multilateralismo puro non è governabile- diciamo che cominciamo a vedere una specie di condivisioni  importanti che rappresentano  bene il G-20. L'Europa è un buon esempio di questo. Ha difeso, contraddittoriamente, il fatto che non si debbono fare  politiche unilaterali, che l'uso della forza è sempre lo strumento ultimo, però non è lo strumento per portare la democrazia ai paesi. Adesso danno ragione all'Europa, però non so se l'Europa vuole impegnarsi, una volta che le danno ragione, per corresponsabilizzarsi negli obiettivi, lo dubito. Credo che l'Europa speri che Obama sia unilaterale, però nella direzione che vuole l'Europa, non nella direzione che prima era di Bush, ma in quella nella che reclama l'Europa.
 
Siamo in questo paradosso. L'Europa è un buon laboratorio per sperimentare politiche alternative, di un uso diverso del potere, di una supremazia del diritto, di relazioni internazionali basate sulla diplomazia...Però non siamo in condizioni di corresponsabilizzarci come Unione, che sarebbe uno dei risultati per fare questo. 
 
Così ho pensato- in questo non impegno il gruppo, è un gruppo di riflessione e fin che non c'è un rapporto non c'è impegno- di fare come Garcia Marquez nei suoi romanzi: cominciare dalla fine. Dire: questo è l'orizzonte che abbiamo nel 2030, l'orizzonte di tendenza, a partire dal punto di vista della demografia, che è uno dei problemi strutturali più seri per lo stato del benessere in Europa, non solo dal punto di vista economico. Questo è l'orizzonte dal punto di vista energetico...da qualsiasi punto di vista.
 
 
 
A questo risultato arriveremo dentro un contesto mondiale: la Cina sta  occupando un sua collocazione,  l'India pure, e l'Europa sarà anch'essa in questo contesto. Cosa  potremo fare affinché questo orizzonte ci sia più favorevole? Questa sarà la strategia che il rapporto dovrà definire.
 
Ha detto che però c'è un impedimento politico a una politica energetica comune...
 
Effettivamente
 
Dicono che, tradizionalmente, il motore franco-tedesco è stato il motore dell'Europa. Abbiamo perso il motore, se si è perso quello della Germania e della Francia..? Condivide questa analisi? Siamo senza motore?
 
Sì, siamo un po' fra il passato e il futuro. Negli anni durante i quali ho partecipato allo sviluppo dei consigli europeie ho dato impulso a tutto quello che potevo per l'approfondimento europeo- e arriviamo tardi in Europa perché il leader che ci proteggeva, durante tanti anni di dittatura, non permetteva la nostra incorporazione all'Europa -, ho trovato che c'era una condizione necessaria per avanzare, ed era che fossero d'accordo Germania e Francia. Però questa condizione, già ai miei tempi, non era sufficiente. L'Europa non funzionava solamente  con la volontà di Germania e Francia, anche quando  convergevano tutti i due. Questo adesso è più vero riferito  alla mancanza di sufficienza, ma è altrettanto  vero in quanto alla necessità che ci sia una intesa franco-tedesca.
 
 
E dove situa il Regno Unito?
 
Nella costruzione dell'Europa entrò dopo, disposto di tutto. Il Regno unito- che ha una politica pragmatica e soprattutto ha una diplomazia probabilmente fra le più efficienti che conosco- forse ha ragione nell'allargamento attuale, anche se non lo esprimono nei termini nei quale lo esprimerei: Europa deve fare un gran sforzo di devoluzione, di applicazione della sussidiarietà, allo stesso tempo deve portare a Bruxelles una strategia energetica comune. Mi sembra che una sola politica comune sui formaggi abbia meno importanza che una strategia energetica comune. Pertanto abbiamo bisogno di meno personale sanitario controllando il formaggio che mangiamo - sarebbero sufficienti regole comuni - e un poco di più di sforzo affinché  il Servizio Estero che stiamo creando  serva a  qualcosa.
 
Deve fare, allo stesso tempo, un dibattito serio su quale  potere abbiamo bisogno in Europa, che possa aggiungere  valore; e che poteri si sono  accumulati nel corso della  storia dell'Unione che nessuna impresa complessa, e l'Europa lo è, continuerebbe ad averli ora.
 
Quello che si deve fare è un doppio esercizio, però di verità. Credo che stiano succedendo alcune cose. La frase di Kohl, che gli costò sia la cancelleria quanto il Trattato dell'Unione Monetaria, fu: "Voglio una Germania europea. Mai più un'Europa tedesca". Cosa è cambiato da allora? C'è qualcuno adesso che vuole  un'Europa tedesca? No. Quello che è cambiato è che, nella versione migliore, si sono persi tutti i complessi storici. La Germania è la Germania e difende i propri  interessi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Kohl si è  giocato la cancelleria e l'ha persa perché voleva una Germania europea. Questo è il passato, non il presente, anche dei miei colleghi di tribù ideologica, la generazione alla quale appartengo. La Germania si batte  nella direzione europea, non nego che abbia diritto, per un posto permanente nel Consiglio di Sicurezza. Se stessimo  lavorando per ottenere una voce unica nel Consiglio di Sicurezza, avanzeremmo un po' di più. Quando si riuniscono le banche centrali noi siamo rappresentati dalla  Banca Centrale Europea, c'è la Banca Centrale Europea e tutte le banche centrali della zona euro. E così, insieme e avanti.
 
Tutto questo si giustifica dicendo: "l'opinione pubblica del mio paese non accetterebbe una soluzione di questo tenore". L'interessante è che succede il contrario. I cittadini europei, negli studi qualitativi, dicono: "E' logico che l'Europa parli con una sola voce, nel G-20, nella politica estera, nella politica monetaria...". Dicono il contrario. Però i leader dicono che i cittadini non lo accetterebbero mai. Questo è il paradosso. Poichè l'ossessione franco-tedesca continua, credo che, per l'Europa a 27, Germania e Francia abbiano chiaro che la marcia d'Europa continua ad  essere una condizione necessaria, con meno peso relativo, e comunque  ogni volta chiaramente meno sufficiente.