EMMA BONINO: “LA PACE RICHIEDE ALLARGAMENTO”




Intervista al ministro per le politiche comunitarie.


In prima linea da sempre nella difesa dei diritti umani, europeista convinta, unica donna a sfidare la follia talebana quando, da commissaria Ue, ebbe l’ardire di farsi fotografare circondata da un gruppo di afgane col burqa. Ma le altre sue “imprese” sono molte, troppe da poter raccontare, a cominciare dalla sua decisione di trasferirsi al Cairo per imparare l’arabo al punto che, oggi, è l’unico membro dell’esecutivo a capire ciò che dicono Al Arabya, Al Jazeera e a non aver bisogno di un traduttore per farsi una rassegna stampa completa sul Medio Oriente. Di sicuro se dovessimo individuare nella politica italiana di oggi un combattente che non molla mai, questi è lei, Emma Bonino da Bra, provincia di Cuneo, ministro per il Commercio internazionale e le politiche europee.

Un gigante economico e un nano politico. Questa l’accusa che da anni si fa all’Unione europea. A suo avviso è ancora così? Era così perché, mentre è rimasta un nano politico, con i mercati globalizzati e nuovi attori emergenti - come i paesi Bric, acronimo che sta per Brasile, Russia, India e Cina – oggi l’Europa è economicamente più vulnerabile di ieri.

Cosa dovrebbe fare l’Unione per svoltare?

La Ue deve comunitarizzare di più alcune politiche, penso per esempio a uno dei settori chiave nei prossimi anni, quello dell’energia. Altrimenti continuerà a fare ciò che accade oggi, vale a dire presentarsi sui mercati mondiali in ordine sparso, con ciascuno Stato membro che porta avanti la sua strategia... Insomma la stessa cacofonia che si è sentita sino a oggi in politica estera.

Anche con gli ultimi avvenimenti in Medio Oriente si sente molto la mancanza di una politica estera comune, non crede?

Certo, anche perché la bocciatura del Trattato costituzionale ha messo in soffitta quei passi avanti, certamente ancora timidi e insufficienti, che erano previsti per la Pesc, la Politica estera e di sicurezza comune. Ma realisticamente non credo che ci sia molto da aspettarsi in questo campo prima delle importanti scadenze elettorali dei prossimi anni e finché sulla scena politica non si afferma una nuova leadership europea.

Zagabria e Istambul sono fuori dall’Europa dei 25, Vilnius e Tallin sono dentro. Perché e come giudica un eventuale processo di ingresso di Croazia e Turchia?

Le ragioni per cui i paesi baltici sono già parte dell’Ue e quelli balcanici no, sono da ricercare nella storia recente. Per la Croazia i negoziati sono stati avviati ufficialmente il 3 ottobre 2005, dopo i rinvii dovuti alla mancanza di cooperazione con il Tribunale per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia. Ora procedono speditamente e credo che possano concludersi nel giro di pochi anni. I prossimi ampliamenti dovrebbero coinvolgere Macedonia, Bosnia Erzegovina, Serbia e Montenegro, nonché l’Albania: tutti paesi che ritengo abbiano una vocazione ineludibile a diventare membri Ue non appena saranno pronti.

E per la Turchia?

Riguardo ad Ankara nessuno ha mai dubitato che la sua integrazione è e sarà un processo lungo e complesso. Da parte sua, la Turchia deve giocare fino in fondo la partita nel rispetto delle regole. Oggi è fondamentale andare oltre la questione di Cipro, che blocca il negoziato. Ali Babacan, ministro del Tesoro e capo negoziatore per l’allargamento, ha ragione quando sottolinea come le due questioni - adesione e Cipro - devono rimanere separate. Io non so se i turchi possano fare a meno di noi, ma sono sicura che per noi europei sia fondamentale il loro ingresso in Europa. Siamo noi che dobbiamo accelerare il processo per motivi politici, culturali, religiosi e anche economici perché, dal punto di vista del mercato, la Turchia “è la Cina più vicina”, come si dice, e l’Ue figura saldamente al primo posto quale area di destinazione - 55% - e di origine - 46% - dei flussi commerciali, secondo i dati del 2005.

L’Europa e l’Onu convivono con lo spettro bosniaco di Srebrenica e Goradze. Qual è la situazione attuale del rispetto dei diritti umani in Europa?

Uno dei messaggi più forti e simbolici che hanno voluto imprimere i padri fondatori dell’Europa è quello del “mai più guerre tra di noi”. In questo senso l’allargamento ha un ruolo essenziale. Non a caso noi radicali transnazionali chiedevamo l’immediata adesione della Bosnia nella Ue in piena guerra: ritenevamo che fosse uno dei modi per sottrarla alla pulizia etnica e ai crimini contro l’umanità.

Come far sì che tragedie simili non si ripetano in futuro?

Con la prevenzione. In tema di rispetto dei diritti umani, non appena la Polonia ha dato segni di cedimento nei confronti di un ritorno alla pena di morte, l’Europa è insorta con alcuni che chiedevano addirittura la sua “espulsione”. Tuttavia, quando guardo all’Europa di oggi, quello che mi preoccupa di più, è l’integrazione di milioni di extracomunitari: a mio parere, è fondamentale che siano integrati in quanto “individui” – con tutti i diritti e doveri che comporta la cittadinanza - e non in quanto “comunità”, all’interno della quale vengono perpetuate tradizioni che noi consideriamo gravi violazioni dei diritti umani, come la segregazione o le mutilazioni genitali femminili.

L’inserimento della cosiddetta “clausola sui diritti dell’uomo” in tutti gli accordi quadro stipulati dalla Ue con i paesi terzi, porrà fine all’odiosa pratica di fare business con i dittatori?

Su questo bisogna essere realisti. Questa clausola spesso è allegramente ignorata senza che ci siano particolari contraccolpi. Ma io dico che è un bene che ci sia: basta attivarla. I governi alla fine capiranno che la democrazia fa bene anche al business, mentre accordi sottobanco col dittatore di turno hanno spesso il fiato corto.