E adesso niente vendette: nessuno tocchi Saddam. Intervista ad Emma Bonino


Un processo inattaccabile e pi presenza occidentale a Baghdad: è questa, secondo Emma Bonino, la strada da percorrere dopo la cattura

“Capisco l’emozione di tanti curdi e sciiti che hanno subito tutti gli orrori del mondo”, dice la leader radicale, “ma la pena di morte sarebbe sbagliata”. “L’Europa? E’ troppo assente, deve svegliarsi”. “La guerra? Si poteva evitare, ma oggi c’è un dittatore in meno e in Iraq è ritornata la speranza”. “Ora non dobbiamo avere fretta”.



Bruxelles, dicembre – Forse sta collaborando o forse no. Sbarbato e ripulito, Saddam Hussein è ora detenuto in qualche località segreta, probabilmente dentro i confini iracheni. Gli esperti della Cia lo stanno torchiando. E, stando alle indiscrezioni del Pentagono, gli interrogatori potrebbero protrarsi anche per sei mesi. Poi, verrà il giorno del processo. Quali giudici, per uno dei più feroci dittatori dei giorni nostri? Quale condanna? E, più in generale, che influenza potrà avere, la cattura del Rais, sul terrorismo internazionale?
Lo abbiamo chiesto a Emma Bonino, europarlamentare radicale e grande esperta del mondo arabo (da due anni vive fra Il Cairo e Bruxelles), al punto che in molti stanno pensando proprio a lei come possibile Commissario Onu a Baghdad.

Dunque, onorevole Bonino, quale processo per Saddam?
“Tre sono i punti fondamentali: che il processo si svolga in arabo, che sia pubblico, e che avvenga in Iraq o in un territorio vicino. Poi ci sono varie opzioni. Si può seguire la strada usata per la Sierra Leone e per il presidente della Liberia, Charles Taylor: un tribunale “internazionalizzato”, con giudici locali e internazionali, che nasce da un accordo tra le Nazioni Unite e il governo locale. Mi sembra il percorso migliore. Si può anche, come già annunciato, istituire un tribunale iracheno: ma dopo trent’anni di dittatura è difficle che esistano nel Paese competenze professionali all’altezza di processi così complessi. Inoltre, visto che l’attuale consiglio provvisorio iracheno è accusato di essere il fantoccio degli americani, un tribunale deciso da loro verrebbe visto con sospetto”.

Si può anche ricorrere alla Corte dell’Aia, come per Milosevic, il boia di Belgrado.
“E’ una Corte che gli Stati Uniti non hanno ratificato e non riconoscono. Ma il limite è un altro: Saddam, all’aia, potrebbe essere giudicato per atti commessi dopo il 1 luglio 2001, perché lo Statuto della Corte non è retroattivo”.

Il presidente Bush ha parlato, per Saddam, di “pena ultimativa”. In Iraq c’è chi vorrebbe “impiccarlo”. Allora pena di morte sì o no?
“Capisco l’emozione di milioni di iracheni curdi e sciiti che dal dittatore hanno subito tutti gli orrori del mondo. Ma se l’obiettivo è fare dell’Iraq un Paese pacifico, la strada dev’essere un’altra. Io dico no, niente vendette. Nessuno tocchi Saddam. Niente pena di morte. Oggi per l’Iraq si apre una nuova pagina, e dobbiamo fare di tutto perché questa pagina sia all’insegna del diritto e della libertà, non della vendetta. Spero che anche gli amici americani non si facciano prendere dalla tentazione di stravincere”.

La figlia di Saddam, Raghda, che vive a Beirut, ha chiesto di vedere il padre. E’ suo diritto?
“La situazione giuridica è complessa. In effetti, in Iraq non è mai stata dichiarata la cessazione delle ostilità. E quindi, in base al diritto della guerra, quantomeno Saddam dovrebbe poter essere visitato dalla Croce Rossa Internazionale. Sui familiari ho qualche dubbio. L’ex dittatore è detenuto in un luogo segreto, proprio per evitare attacchi terroristici. Allora, va bene difendere i diritti di saddam, ma bisogna anche essere prudenti e tutelare la vita dei cittadini iracheni, e delle forze militari che sono in Iraq, italiani compresi”.

E’ evidente che gli americani hanno “voluto” prendere saddam vivo. Hanno fatto la scelta giusta?
“Ho sempre profondamente sperato che Saddam fosse catturato da vivo, e non da morto. Proprio per non trasformare un dittatore sanguinario in un martire. Non me l’aspettavo, che lo prendessero, tantomeno vivo, ma è stata la cosa migliore. La miglior vendetta, contro Saddam, è mostrare che cosa significa rispettare i diritti civili delle persone”.

Si sta facendo della dietrologia su come sia stato davvero preso Saddam: se è stato venduto dai suoi fedelissimi, se è stato drogato prima di essere estratto dall’ormai famoso tombino...
“Considerando la morfologia del territorio, mi pare ovvio che ci sia stata qualche gola profonda. Nessuna forza militare è in grado di scoperchiare tutti i tombini dell’Iraq. E’ stata un’operazione di intelligence. Per il resto, questa dietrologia mi interessa poco. L’importante è che l’abbiano preso”.

Il cardinal Renato Raffaele Martino ha detto che gli americani sono stati disumani, nel mostrare le immagini di un uomo a cui si controlla la dentatura, come fosse un animale. Lei pensa che ci siano stati comportamenti di disumanità?
“Ma per favore... Certo, ognuno ha la sua sensibilità. Io trovo che l’abbiano fatto vedere esattamente come l’hanno trovato. Se lo avessero mostrato ripulito e tirato a lucido, i dietrologi si sarebbero inventati chissà quali altri scenari. Devo dire che questi poveri americani, che pure di errori ne commettono parecchi, qualunque cosa facciano non ne va mai bene una...”.

America e Gran Bretagna sono accusate di aver usato le armi di distruzione di massa come alibi per attaccare l’Iraq. Riusciremo ora a sapere da Saddam se queste benedette armi esistono?
“Chi lo sa. Farei una considerazione. Certamente le armi chimiche e batteriologiche Saddam le aveva, perché le ha usate, per esempio, contro i curdi. E non trovo, nella storia di questo dittatore sanguinario, una sola ragione per cui dovrebbe essere liberato, lui che aveva questo disegno politico di diventare il grande leader del mondo arabo. Diverso è il discorso delle armi nucleari, che necessitano di infrastrutture visibili e probabilmente non ci sono. Forse, sull’argomenro, qualcosa verrà fuori dagli interrogatori. Ma io continuo a ritenere che la più grande arma di distruzione di massa fosse Saddam stesso, rispetto al suo popolo”.

Saddam aveva contatti con il terrorismo islamico di Al Qaeda?
“Al Qaeda in arabo significa “Base”. Cioè: ai terroristi serve una base da cui poter operare. Lo era l’Afghanistan dei Talebani. E, se continua la distrazione dell’intera comunità internazionale, temo che tornerà a esserlo molto presto. Ora questa base è l’Iraq. Credo che contatti fra Saddam e il terrorismo ce ne fossero. Ma, soprattutto, l’Iraq ha funzionato da cartina moschicida per attrarre sul territorio una rete terroristica internazionale che è molto ben organizzata”.

Nel medio e lungo termine, la cattura del Rais che influenze potrebbe avere sul terrorismo mondiale?
“Difficile dirlo. Dipende da molti elementi: come verrà maneggiata la vicenda Saddam, se si riuscirà a fare un processo inattaccabile, quali politiche metteremo in pratica per incoraggiare le piccole e grandi aperture democratiche che pure esistono nel mondo arabo. Perché è questo che dobbiamo fare. Il terrorismo non si combatte solo con la guerra. Se c’è un appunto che vorrei fare agli Stati Uniti, è sulla loro illusione che tutto si risolva con le armi. L’uso della forza è spesso necessario, ma ci sono altre strade da percorrere in parallelo: sostenere i democratici che già esistono in molti Paesi musulmani, informare meglio il mondo arabo, rafforzare le istituzioni democratiche dove ci sono”.

A gennaio il parlamento italiano dovrà votare il rifinanziamento della missione italiana in Iraq. E’ giusto che i nostri carabinieri restino a Nassiriya?
“In base all’ultima risoluzione dell’Onu, la 1511, votata all’unanimità, stare o non stare adesso è una scelta politica, non è più un problema di legittimità internazionale. Io ritengo che non solo bisogna restare, ma che sarebbe necessario, proprio per dare un senso di isolamento politico del terrorismo, che ci andassimo tutti in Iraq: francesi, tedeschi, arabi...
“Oggi è il momento di dire “Siamo tutti iracheni”, parafrasando la celebre frase. Se questo accadrà, allora si potrà chiedere un ruolo maggiore alle Nazioni Unite. Altrimenti, non ha senso che molti Paesi occidentali continuino a negare uomini e soldi, pretendendo che l’Onu faccia tutto da solo”.

Pensa che l’Europa finora sia stata troppo assente?
“L’Europa, in quanto tale, nella vicenda irachena non è mai esistita. Ogni Paese ha fatto di testa sua. Alcuni hanno scelto l’alleanza con gli americani, altri si sono opposti alla guerra, altri ancora non si è capito bene. A forza di avere politiche diverse, la confusione è alta, ma l’inefficacia è garantita. D’altra parte non abbiamo una politica estera comune, non la vogliamo avere. Si sta ripetendo, alla grande, la storia della ex Jugoslavia: fino al ’95, quando gli Stati Uniti, Clinton prsidente, hanno deciso di intervenire, l’Europa non si è mossa, è stata a guardare. E’ la politica del wait and see, aspetta e guarda. Non vogliamo responsabilità. A volte penso che certa Europa soffra di una sindrome adolescenziale. Come quei ragazzi che stanno sempre a litigare con mamma e papà, a condizione che mamma e papò continuino a esserci e continuino a cacciare soldi”.

Ma questa guerra all’Iraq andava fatta o no?
“Guardi, io continuo a ritenere che, come è successo per la Liberia e per il suo sanguinario presidente Charles Taylor, era possibile arrivare a un isolamento politico, anche arabo, di Saddam. Rendendo evidente, a lui e a quelli vicini a lui, come fosse più interessante negoziare un esilio forzato, piuttosto che finire così. Ma non si è voluto percorrere questa strada. Anche i movimenti pacifisti non sono stati d’aiuto: una cosa è scendere in piazza a milioni al grido di “Iraq libero!”, un’altra è andarci con striscioni che dicono “Bush uguale Saddam”. Un amico iracheno mi ha detto: “Voi avete la libertà di sfilare per le strade, fate bene a farlo. Ma poiché quella che voi chiamate pace sono state le nostre fosse comuni, le nostre torture, il nostro inferno, allora fatemi un favore, continuate a sfilare, ma non chiamatela pace”. Ecco, vede, è sempre un pò complicato parlare di guerra e di pace. Diciamo che oggi, intanto, c’è un dittatore in meno, e per un Paese di venti milioni di abitanti non è davvero poco. E diciamo anche che in Iraq hanno ricominciato a usare una parola, dimenticata da tempo, che si chiama speranza. Non è tutto, ma non mi pare poco”.

Ecco, la speranza. Attacchi e guerriglia stanno continuando. E’ realistica la speranza che l’Iraq si trasformi in una democrazia?
“Dipenderà dagli iracheni. E dalla comunità internazionale. Intanto bisogna sapere che questi processi sono lunghi. Pensiamo al Kosovo. La guerra è finita nel ’99, siamo quasi nel 2004, e ci sono ancora le Nazioni Unite sul territorio. Anche in Bosnia e in Afghanistan, dopo la guerra, la situazione è tutt’altro che stabilizzata. Occore tempo. E’ possibile, e anche probabile, che gli iracheni costruiscano un Paese democratico. Ma non dobbiamo avere fretta. E soprattutto non dobbiamo dimenticarci di loro”.