Dupuis, Sofri e l’«enorme manifestazione» pro Cecenia

Lettera a Paolo Mieli Olivier Dupuis
Il Corriere della Sera

Qualche giorno fa, lei caro Mieli, ha invitato i sostenitori della causa cecena, fra i quali si annovera, a chiamare il loro terrorismo, quando è terrorismo, con il suo nome: terrorismo. Siamo d’accordo. E aggiungo che il terrorismo costituisce una forma di tradimento della causa cecena proprio perché fornisce un formidabile alibi politico, militare e propagandistico alla politica terrorista, in quanto fondata sul terrore, della Federazione russa in Cecenia... Non potrebbe essere una «pace antiterrorista», per riprendere uno slogan coniato da André Glucksmann, una delle parole d’ordine della grande manifestazione per la pace, la libertà e la democrazia in Cecenia proposta da Adriano Sofri?

Olivier Dupuis ,


Caro Dupuis, lei è il parlamentare europeo (fino a pochi giorni fa segretario del Partito radicale transnazionale) che forse più di tutti si è speso per la Cecenia e mi auguro che le tormentate vicissitudini che l’hanno messa in urto con i vertici italiani del suo partito non si ripercuotano dannosamente sul fin troppo esiguo fronte che si batte per sensibilizzare l’opinione pubblica d’Europa a favore della causa cecena. Oltretutto, come si evince dalle righe iniziali di questa lettera, il suo approccio alla questione è sensibile al tema del confine netto che dobbiamo pretendere tra la giusta resistenza che fa riferimento al presidente eletto Aslan Maskhadov e le forme di lotta dei terroristi islamici che fanno capo a Shamil Basaev o altri come lui. Ma, mi si chiederà, come possiamo noi soltanto pensare di pretendere qualcosa da quella povera gente martoriata? Si può, si può. Anzi, si deve. Credo che il modo, per quel che vale, sia quello di far venir meno la nostra solidarietà ed esprimerci pubblicamente con la doverosa durezza tutte le volte in cui qualche gruppo ceceno si produce in attentati simili a quelli di Al Qaeda. E lo si deve fare a voce alta, senza subire il ricatto che può essere generato in noi dalla compassione per un popolo a rischio di genocidio. Anzi, nella consapevolezza che la nostra severità pro «pace antiterrorista» volge tutta a favore dell’unico (sottolineo: l’unico) possibile destino di libertà per i ceceni.
Poste queste premesse, aderisco senza tentennamenti alla proposta di Adriano Sofri per una «manifestazione enorme» a favore della Cecenia. Di più: a favore del progetto di un percorso che, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, restituisca la libertà a quella terra caucasica, nell’impostazione che, come lei ricorda, gli ha dato André Glucksmann. È un fatto di grande importanza che qualcuno (come già fece qualche giorno fa il direttore di Avvenire Dino Boffo) chiami, qui in Italia, a un corteo per un «conflitto dimenticato». E vedo con piacere che si sono detti pronti Nino Rizzo Nervo, direttore di Europa , il quotidiano della Margherita, il segretario dei Ds Piero Fassino, il sindaco di Roma Walter Veltroni e il suo predecessore Francesco Rutelli (la Casa delle Libertà ha la testa altrove e, al momento in cui scrivo, non si è fatta viva). Se non fraintendo il significato di queste adesioni, l’intero centrosinistra si dice disponibile a marciare per la Cecenia.
Credo di capire, poi, perché Sofri abbia ritenuto di specificare che la manifestazione deve essere «enorme». È un modo sufficientemente esplicito di chiedere che, affinché non si tratti di una «testimonianza» di quattro gatti, l’apparato delle organizzazioni politiche facenti capo a Fassino e Rutelli dispieghino tutto il loro impegno e tutta la loro capacità organizzativa per dar vita ad un evento di massa destinato a restare nella memoria di tutti. C’era bisogno di chiederlo? Sì. Perché sappiamo tutti benissimo che non è facile convincere quel popolo a scendere in piazza per cortei il cui passo non sia scandito da slogan antiamericani, che non siano destinati a concludersi con gruppi (per carità «piccoli e marginali») che danno fuoco a bandiere degli Stati Uniti e di Israele. Una «enorme manifestazione» pacifista che per una volta si occupi di gente sofferente non per colpa di George W. Bush, sarebbe qualcosa di unico. E di davvero memorabile.