Due candidati perbene Ma McCain è il passato

Fareed Zakaria
Corriere della Sera

E' diventato di moda lagnarsi della politica presidenziale e scandalizzarsi per i toni della campagna elettorale. Ma in realtà l'attuale tornata si è rivelata una piacevole sorpresa. Nell'ultimo dibattito, mentre i candidati discutevano con dovizia di particolari le rispettive proposte per la sanità, hanno rischiato di alienarsi il pubblico americano non per la virulenza dello scontro, bensì per la noia.

 

Confrontiamo l'attuale campagna con quella del 1988, quando furono le polemiche sul giuramento alla bandiera, Willie Horton, le fabbriche di bandiere e l'indivia belga a dominare la scena. Oppure fate il paragone tra la breve comparsa di William Ayers, oggi, e il fuoco di fila che i veterani del Vietnam scagliarono contro John Kerry quattro anni fa. Sarà che gli americani si sono stancati delle campagne elettorali aggressive e senza esclusione di colpi, ma il merito stavolta va anche ai due candidati in lizza, entrambi uomini di grande dignità e onorabilità. 

 

John McCain è coraggioso e lo ha provato non solo negli anni di prigionia in Vietnam. Negli ultimi due decenni ha saputo rompere con il suo partito e osteggiare il presidente sul riscaldamento globale, il finanziamento della campagna elettorale, la spesa pubblica e l'impiego della tortura. Ha preferito prendere le distanze dalla denigrazione razziale sulla quale il partito repubblicano aveva fatto leva per decenni nelle sue campagne elettorali. Malgrado tanti notevoli punti di forza, però, come candidato alla presidenza nel 2008, McCain è l'uomo sbagliato per l'incarico sbagliato, e nel momento sbagliato.

 

Se si osserva McCain alle prese con l'attuale crisi economica si capisce che è un uomo che non è più al passo con i tempi. Le sue risposte sono una reiterazione di vecchi slogan - tagli fiscali, paletti al governo, riduzione della spesa pubblica - che appaiono largamente irrilevanti per gestire i problemi di oggi. C'è qualcuno che crede veramente che imporre restrizioni ai finanziamenti allocati direttamente dal Congresso sia il modo migliore per ridare fiato al mercato del credito? Per alcuni versi, la fiacchezza intellettuale di McCain riflette l'esaurimento della rivoluzione ideologica inaugurata da Reagan e dalla Thatcher. Il Paese invece ha bisogno di un nuovo modo di pensare, in grado di recepire nuovi fatti e nuove idee. Il mondo è cambiato.

 

In politica estera, John McCain è combattivo. Anzi, la sua bellicosità è aumentata nel corso degli ultimi anni, man mano che andava riscoprendo la sua anima neoconservatrice. McCain intende proseguire la guerra in Iraq, parla con disinvoltura di bombardare l'Iran e si dimostra assai scettico sugli sforzi diplomatici avviati dal governo Bush con la Corea del Nord. Vuole estromettere la Russia dal G8 e umiliare la Cina, tenendola fuori dai colloqui. Vede una «lega delle democrazie» perennemente contrapposta all'alleanza delle autocrazie. Questa è pura nostalgia della Guerra fredda, non una strategia adatta per il ventunesimo secolo.

 

Per McCain, il problema non riguarda soltanto la sostanza, bensì anche il carattere, e questo potrebbe rivelarsi un fattore determinante. Nel corso della campagna elettorale, si è dimostrato spesso mutevole e impulsivo. Agisce in modo improvviso e imprevedibile: oggi sospende la campagna, l'indomani invoca il licenziamento del presidente della Sec (l'organo di vigilanza di Wall Street), il giorno successivo addossa ai democratici la"responsabilità per la crisi economica. Pare che volesse nominare come vicepresidente Joe Lieberman, un repubblicano con forti aperture democratiche e con alle spalle decenni di esperienza, e invece ha scelto l'opposto, Sarah Palin, un'ultraconservatrice arruffapopoli con scarsa esperienza e conoscenza dei problemi sul tappeto.

 

Dal canto suo, Barack Obama si è dimostrato invece preparato e sicuro di sé in tutta la campagna elettorale. Dopo attenta riflessione, ha appoggiato il piano del governo di intervenire nel settore finanziario, seppur con qualche emendamento, e non per segnare punti a proprio favore, bensì per assicurare il buon esito dell'iniziativa. Le modifiche da lui proposte sono state adottate dal governo Bush e inserite la settimana scorsa nel programma dal segretario Paulson.

 

La ben più ampia agenda economica di Obama - riforma sanitaria, investimenti nelle infrastrutture e un forte impulso all'energia alternativa - propone soluzioni complesse ai problemi del nostro tempo. Non sono mosse radicali, ma nemmeno esageratamente ingabbiate per timore di sembrare liberal. Bill e Hillary Clinton stavano molto attenti a non spingersi troppo in là, a non urtare certe sensibilità dei Paese. Obama invece è deciso a cambiare i parametri di quelle certezze. E questa è vera leadership.

 

In politica estera, Obama sa mantenere il sangue freddo e discerne accuratamente i potenziali conflitti, mentre McCain si lascia trascinare dall'emotività. Obama invoca una maggior cooperazione internazionale e il dispiegamento fattivo della diplomazia. Vede un mondo in cui l'America non sarà più costretta a flettere i muscoli e per risolvere i problemi comuni preferisce lavorare a fianco di altri Paesi, qualunque sia la sfumatura politica.

 

Siamo sinceri: nessuno dei due candidati possiede quell'esperienza così cruciale alla presidenza, se non per il fatto che entrambi hanno gestito la loro sconfinata campagna elettorale per diversi anni, al costo di svariati milioni di dollari, nei 50 Stati dell'Unione. E tutti concordano nell'affermare che McCain si è dimostrato caotico e inefficace, mentre Obama ha impostato un'ottima operazione, senza sconfinare nelle beghe e nella discordia che spesso affliggono queste macchine politiche.

 

Offro tutto il mio sostegno a Obama per il suo programma elettorale, che resta il criterio principale della mia scelta. Ma anche il simbolismo incarna una forza potente negli affari umani. Immaginate che cosa penserà il mondo, se vedrà l'America di nuovo pronta a inventare il futuro. E immaginate che cosa proveranno gli americani, se vedranno ancora una volta il loro Paese capace di vivere fino in fondo il credo dei fondatori, basato sulle pari opportunità; se vedranno che il loro Paese non alza barriere contro nessuno, neppure per la massima carica politica, neppure per un uomo dalla pelle scura e dal nome insolito.

 

Confesso di avere un interesse personale in tutto ciò.

 

Ho un figlio di nove anni, di nome Omar. Credo fermamente che riuscirà a realizzarsi come meglio vorrà in questo Paese quando sarà grande. Ma confesso che mi sentirò più fiducioso sul suo futuro se un uomo di nome Barack Obama diventerà presidente degli Stati Uniti.