Dopo Putin, Gheddafi e Lukashenko. La pratica dello sdoganamento
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L `elenco si allunga di giorno in giorno. E si fa di giorno in giorno sempre più imbarazzante. Imbarazzante per gli alleati europei e per quello di oltre Oceano. E la storia del Cavaliere sdoganatore. L`uomo degli abbracci inquietanti. Della memoria labile. Il premier che dimentica l`esistenza dei diritti umani, di giornalisti uccisi perché ingombranti, di campi di «accoglienza» trasformati in veri e propri lager per una umanità sofferente. Elenco imbarazzante Che la politica estera deve tenere conto degli interessi nazionali, è fuori discussione. Ma il Cavaliere ha portato all`estremo questo assunto, sdoganando, esaltandoli, leader che di certo non possono dirsi esempio di democraticità e di rispetto per i diritti del- la persona. L`ultimo, in ordine di tempo, è il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, per anni isolato dalla comunità internazionale anche per il sospetto di brogli nelle elezioni. Isolato da tutti, ma non dal Cavaliere. Che al leader bielorusso si è rivolto così, pochi giorni fa a Minsk: «Grazie anche alla sua gente che so che la ama: e questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti». Gli «occhi» dell`Europa hanno visto con sospetto quel voto, ma questo per il Cavaliere sdoganatore conta poco o niente. Come poco o niente hanno contato le ripetute, e documentate, denunce delle più autorevoli associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani - da Amnesty International a Human Rights Watch - relative al rispetto (mancato) dei diritti umani in altri due Paesi che Berlusconi ha innalzato a partner privilegiati dell`Italia: la Russia di Vladimir Putin, e la Libia di Muammar Gheddafi. Diritti è affari Gli affari hanno la meglio sui diritti. È la regola del Cavaliere. La «diplomazia del gas» che lega Berlusconi a Putin fa dimenticare il genocidio ceceno, i giornalisti - come Anna Politkovskaia - assassinati per aver denunciati i crimini perpetrati dalle truppe russe in Cecenia, e non solo. Così come gli appalti da cinque miliardi di dollari, oltre che i fondi libici a soccorso di aziende pubbliche e private italiane, legati al Trattato di amicizia tra Italia e Libia, fanno scomparire quei centri di detenzione ancora in funzione sul territorio libico, in cui vengono reclusi migliaia di donne e uomini che dall`Africa cercano rifugio nei Paesi della sponda nord del Mediterraneo. Viaggi e affari. Come quello che, ricorda la vice presidente del Senato, Emma Bonino - di recente Berlusconi ha fatto in Arabia Saudita «con il suo socio Tarak Ben Ammar». O quello in Turkmenistan. Terre dove i diritti umani non sono proprio di casa.
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