Diritti umani - Italia: Enzo Tortora


"Numero unico" per il 35° Congresso del Partito Radicale

17 maggio 1983. Viene arrestato il più famoso show-man televisivo italiano, Enzo Tortora. La sua immagine in manette è data in pasto all'opinione pubblica attraverso la TV di Stato e le prime pagine dei giornali. L'accusa - associazione per delinquere di stampo mafioso e spaccio di droga - priva di qualsiasi prova, si fonda soltanto sulle dichiarazioni interessate di alcuni criminali sedicenti pentiti che, con la complicità dei magistrati, tentano di uscire dal carcere.
Nella stessa notte con un unico mandato di cattura vengono arrestate 856 persone in tutta Italia, e di queste circa cento per... omonimia. Inizia una delle più colossali e infondate istruttorie che la storia giudiziaria ricordi, e Tortora che è un grande beniamino del pubblico viene proposto all'Italia a garanzia della serietà e della importanza dell'istruttoria e del colpo inferto alla criminalità. ``Se l'hanno arrestato, qualcosa ha fatto'' era il dubbio che, nonostante due assoluzioni, doveva rimanere nella gente: di questo sospetto infamante Tortora non è mai stato risarcito.
Ad un anno dall'arresto, in condizioni psicofisiche terribili, Tortora accetta la proposta di candidatura nelle liste del Partito radicale e 500 mila italiani lo eleggono al Parlamento europeo. Egli diventa la bandiera e l'artefice di una grande campagna per una giustizia giusta in un paese nel quale si stanno consumando le più aberranti prassi giudiziarie: i maxiprocessi in cui prima si arresta la gente e poi si cercano le prove; l'uso cieco e senza riscontri della parola dei pentiti; la sistematica violazione del segreto istruttorio da parte di magistrati con la complicità di certa stampa; il disprezzo della libertà e della identità del cittadino.
Una volta eletto, Tortora rinuncia all'immunità parlamentare per consentire lo svolgimento del processo. Condannato a dieci anni in primo grado, Tortora si dimette da deputato e si fa arrestare onorando con un gesto senza precedenti una sentenza ingiusta. Dagli arresti domiciliari continua instancabilmente a battersi per i diritti di quanti, sconosciuti e indifesi, sono vittime delle stesse prassi giudiziarie. A partire dalla sua vicenda, il Partito radicale promuove in Italia un referendum popolare per decidere se i magistrati colpevoli di gravi negligenze debbano o no rispondere del loro operato davanti ad altri giudici.
Nel settembre 1986, dopo oltre tre anni dall'arresto, la Corte d'Appello di Napoli assolve Enzo Tortora con formula piena. Nel giugno 1987 la Suprema Corte di Cassazione afferma definitivamente la totale innocenza di Tortora, il quale avvia contro i magistrati che lo avevano ingiustamente inquisito e condannato un'azione giudiziaria per un risarcimento di cento miliardi da devolvere a iniziative per la giustizia.
Il 7/8 novembre 1987, alla fine di una campagna referendaria drammatica e appassionante, i cittadini italiani sono chiamati alle urne e l'80% di loro dice ``sì'' alla responsabilità civile diretta del magistrato. Un risultato clamoroso e una grande conquista che, nell'aprile del 1988, con una legge del Parlamento, i partiti stravolgeranno. Intanto è esplosa la notizia che Enzo Tortora ha il cancro. A dirlo alla stampa è lui stesso. Sofferente per la malattia che lo sta consumando ma non rassegnato, rivolge un appello all'opinione pubblica, agli uomini dei partiti e al popolo delle carceri perché si mobilitino con il Partito radicale contro il tradimento della volontà popolare.
Muore il 18 maggio 1988 affidando al Partito radicale la proposta di una Fondazione europea per la giustizia che porti il suo nome e abbia tra gli scopi quello di «onorare nel mondo, ogni anno, sia la persona che meglio avrà contribuito ad affermare la Legge e la sua amministrazione, la cosiddetta ``giustizia'', sia la vittima che avrà saputo non essere connivente e avrà onorato, difendendoli, i valori di umanità, di giustizia e di libertà, senza rassegnazione, senza soddisfazioni facili ed individuali».