DEMOCRAZIA E NON DAZI PER LA VOLTA CINESE


Il Dalai Lama arriva in Italia e nei più alti palazzi della politica si fa a gara per non incontrarlo.

Ciampi e Berlusconi hanno “altri impegni”, ma soprattutto ritengono che l’impegno italiano ed europeo verso Pechino non sia compatibile con una causa che, in modo anche simbolico, ripropone alcuni quesiti di fondo sulla natura politica della tumultuosa evoluzione economica del gigante asiatico.

Ma quale politica verso la Cina deve chiedere chi, come noi, non si stanca di denunciare la natura tecno-autoritaria e nazionalistica del regime cinese, senza per questo stigmatizzare le sue salutari aperture al mercato? Cosa deve fare, insomma, chi ritiene che il miracolo economico cinese non debba essere pagato con il sangue e la “cattività” politica delle minoranze tibetane o uigure o delle stesse “maggioranze” cinesi, che grazie ad un accresciuto benessere maturano via via la speranza di una maggiore libertà politica?

In primo luogo, pensiamo che non si farebbe un favore alla Cina ed un servizio alla sua evoluzione democratica, se si inaugurasse una politica protezionistica e di isolamento commerciale. L’ingresso nel WTO - obbligato per un paese sterminato, con una enorme capacità produttiva, che non poteva fondare il rilancio economico su di una domanda interna assolutamente insufficiente - va declinato in termini politici coerenti. Il paradosso è che oggi per la democratizzazione della Cina lavorano di più i tecnici commerciali, obbligandola a standard di concorrenza e di apertura economica, che i politici di governo, che evitano di richiedere quell’apertura politica che consentirebbe, peraltro, di governare la transizione economica in termini meno duramente polizieschi.

In secondo luogo, se le politiche di boicottaggio o di protezionismo commerciale, da alcuni sciaguratamente richieste, venissero messe in campo, si otterrebbe il duplice effetto di soffocare la liberalizzazione e di favorire l’esplosione di un “continente” di 1 miliardo e 200 milioni di persone e di privare i produttori occidentali di un immenso mercato in espansione. Ma proprio gli spiragli indotti dall’apertura economica dovrebbero essere allargati dall’iniziativa politica: cosa che l’Europa si guarda bene dal fare.

Temiamo che questo atteggiamento, oltre ad evidenziare la caratteristica cecità europea in politica estera, nasconda un interesse politico-economico altrettanto sciagurato. Convinto com’è di dovere lanciare una guerra commerciale di chiusura dei propri mercati, l’intero continente europeo- ed in primis l’Italia - ritiene controproducente lanciare una campagna politica per l’apertura della società e della politica cinese. Alla fine dei conti, sono anche e soprattutto gli interessi particolari e parassitari degli agricoltori e dei produttori assistiti dell’Europa a condannare all’isolamento le minoranze democratiche cinesi, dentro e fuori i confini della Cina, e perfino dentro il partito comunista cinese. E tutto questo, prima che politicamente ingeneroso, è letteralmente masochistico, perché non vi è osservatore economico che non riconosca che il riequilibrio delle condizioni di concorrenza fra Cina e Occidente passa attraverso l’imposizione ai produttori cinesi dei “costi” economici della democrazia (libertà politica e sindacale, libertà di “lotte sociali”), e non attraverso l’imposizione di dazi commerciali ai prodotti asiatici.

Per avere la botte piena delle esportazioni a Pechino, e la moglie ubriaca del “consenso” dei produttori europei, nessuno, nei palazzi della politica, ritiene ancora conveniente ricordare alle autorità cinesi che con la libertà politica e la democrazia si vive tutti meglio e si fanno perfino affari migliori.

Carmelo Palma e Bruno Mellano
(Consiglieri regionali radicali del Piemonte)