DEMOCRACY, FREEDOM AND THE INTERNET: HOW DIGITAL TECHNOLOGIES EMPOWER OR UNDERMINE CIVIL LIBERTIES - INTERVENTO DI MARCO CAPPATO


Internet non è uno strumento di libertà, o di democrazia. È uno strumento. Può essere usato per accrescere le capacità di oppressione e controllo del cittadino, oppure per restituirgli poteri arbitrariamente sottratti e facoltà riconosciute solo sulla carta.



Quando il potere è dittatoriale, i danni provocati dalla tecnocrazia sono devastanti: basta l’evocazione di «1984» di Orwell come monito memorabile. Ma anche quando lo Stato è formalmente democratico, le degenerazioni burocratiche e degli apparati repressivi costituiscono una minaccia. Già oggi quei territori digitali che si ritenevano destinati a divenire la nuova frontiera della libera iniziativa individuale, sono passati al setaccio dalla iper-regolamentazione statalista. Con il risultato ad esempio che nel mio Paese, l'Italia, l'obbligo di iscrizione all'Ordine dei giornalisti per dirigere un giornale viene esteso ai siti Internet, ed è notizia di ieri che, dopo 20 mesi di indagini, sono stati chiusi numerosi siti che contenevano bestemmie: non materiale pedo-pornografico e nemmeno pericolose informazioni terroriste, ma semplici offese al culto della religione cattolica.



Con questa conferenza noi radicali abbiamo voluto mettere in relazione tre temi legati alle teconologie digitali : la conservazione dei dati personali (data retention), la democrazia elettronica e della nonviolenza in rete:



data retention : ovvero come la tecnologia é utilizzata dallo Stato per controllare i cittadini. Il problema politico è quello dei limiti da porre a tale controllo;

e-democracy : ovvero come la tecnologia é utilizzata per dare più potere ai cittadini, facilitando l’accesso ai diritti civili e politici;

cyber-nonviolenza : ovvero, come la tecnologia é utilizzata per l’ iniziativa politica, anche di opposizione nonviolenta alla violenza o all’arbitrio del potere ;



La relazione tra i tre temi è diretta perchè riguarda scelte di priorità politica. Attualmente lo Stato attribuisce la priorità agli strumenti di controllo del cittadino, limitando la protezione ordinaria della privacy soprattutto ai rapporti tra privati, tra imprese, tra individui.

Come sapranno coloro che hanno seguito il dibattito sulla Direttiva in materia di privacy nelle comunicazioni elettroniche (di cui ero relatore), personalmente mi sono opposto a una legislazione che consideravo troppo rigida sul cosiddetto sistema di opt-in vincolante per le email non sollecitate. Non voglio riaprire quel dibattito, sul quale so che non siamo daccordo anche con molti dei nostri relatori. Lungi dal voler legalizzare lo spamming, mi limitavo ad obiettare che anche rispetto alla « domanda » di privacy esistono preferenze individuali di maggiore e minore apertura e che, una volta imposta per legge la correttezza del messaggio (mittente identificabile, esplicitazione della natura commerciale del messaggio, ecc…), le preferenze individuali si possono esprimere attraverso la tecnologia più che attraverso la legge.

La cosa paradossale é che invece proprio alcuni tra i più ferventi sostenitori dell’opt-in hanno poi ceduto rispetto alla pretesa del Consiglio dei Ministri di inserire il riferimento, tanto più pericoloso quanto più generico, alla conservazione obbligatoria dei dati da parte degli operatori telefonici e dei fornitori di accesso ad Internet.

Come dire : NO alle email non sollecitate dei privati, SI’ alla data retention generalizzata da parte dello Stato! A mio parere invece il trattamento dei dati personali da parte dello Stato dovrebbe sollecitare una maggiore –e non una minore – attenzione da parte del legislatore, per la semplice ragione che lo Stato aggiunge al potere della conoscenza (essendo in possesso di una massa sterminata di dati personali) il monopolio dell’autorità e dell’uso della forza.



La legislazione europea non prevede un controllo diretto in questo campo da parte del Parlamento europeo, in quanto la cooperazione giudiziaria e di polizia é retta dal metodo intergovernativo. Ma se la caratteristica fondamentale di uno Stato di diritto democratico è quella di sottoporre il potere alla legge, è evidente che la sfida è proprio quella di sottoporre al diritto e al controllo democratico l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali, promuovendo il rafforzamento delle libertà individuali.



Non si tratta soltanto di « proteggere » il cittadino, ma si tratta ancor di più di fornirgli nuovi strumenti di conoscenza, di comunicazione e di decisione. Esiste un altro monopolio dello Stato, che é quello dell’organizzazione della vita istituzionale e dell’attivazione dei diritti civili e politici dei cittadini. La proposta dei Deputati radicali, di cui parleremo in seguito, é quella di inserire nei Trattati dell’Unione Europea il diritto di accesso e attivazione della cittadinanza europea attraverso Internet.



La « priorità democratica » che proponiamo come Partito Radicale Transnazionale non solo si concretizza come promozione della democrazia digitale e come opposizione a censure e abusi di potere, ma riguarda anche la politica internazionale e la definizione di cybercriminalità. Non dobbiamo infatti permettere ai nostri Governi di restare neutri rispetto alla repressione esercitata nei Paesi dittatoriali. Non dobbiamo permettere che la legislazione si « tecnicizzi » a tal punto da considerare reati dei comportamenti indipendentemente dalle condizioni soggettive di chi li compie. È molto diverso il caso di chi si introduce in un sistema informativo per rubare, per distruggere o addirittura per commettere o facilitare azioni violente, da chi invece lo fa per resistere alla violenza, per bloccare strumenti di oppressione, per interrompere la censura e portare conoscenza là dove non è consentito; tale distinzione non è adeguatamente ripresa dalle legislazioni nazionali, e tantomeno lo è dalle Convenzioni internazionali – come quella contro la cybercriminalità - o dagli atti dell’Unione europea. La proposta di decisione UE relativa agli attacchi contro i sistemi informatici (di cui sono relatore per parere alla Commissione industria) introduce il principio di extra-territorialità nell’applicazione della legge pur non prevedendo in modo esplicito alcuna distinzione che prenda in conto le diverse finalità di un attacco contro un sisteme informatico. Ciò significa che rischiamo di imporre sanzioni penali a chi, operando dall’interno del territorio dell’Unione europea, realizza atti di disobbedienza civile nei confronti di sistemi informatici utilizzati da regimi dittatoriali.



L’alleanza contro il terrorismo sta rafforzando tale confusione influendo negativamente sulle scelte politiche. Tornando al dibattito sulla direttiva europea sulla privacy nelle comunicazioni elettroniche, sono stati in molti ad invocare, a sostegno dell’inclusione della data retention, l’esigenza di combattere il terrorismo dopo l’11 settembre. Tale argomento viene sollevato senza minimamente considerare che la quasi-unanimità degli analisti ed esperti del settore sostiene che l’incapacità di prevenire gli attacchi terroristici fu dovuta non alla scarsità di informazioni, ma alla scarsa capacità di analisi delle informazioni stesse. Come dire: la soluzione non è quella di generalizzare la raccolta di dati sulla popolazione, ma di focalizzare la raccolta e l’analisi dei dati stessi. Se poi ragioniamo sulle cause di fondo del terrorismo e dell’instabilità politica, dovremmo utilizzare le nostre risorse per costruire democrazia e legalità là dove non esistono, per organizzare veri e propri « attacchi » nonviolenti di controinformazione, a sostegno di dissidenti, popolazioni oppresse, combattenti della libertà, online ed « offline ». Su questo le nuove tecnologie possono giocare un ruolo fondamentale.



Ecco la sfida per il legislatore, ma anche per i Governi come titolari di scelte sugli investimenti pubblici, sulle strategia di sicurezza, di difesa, di intelligence. Quello che servirebbe è non soltanto il potenziamento degli strumenti di democrazia elettronica, ma anche la conversione di spese e strutture militari in spese e strutture civili in grado di prevenire la violenza e i conflitti armati, innanzitutto facendo leva sull’arma potentissima dell’informazione, quanto più « aperta » e « condivisa » possibile.

Questa sfida riguarda certamente anche le imprese private, che sono gli attori fondamentali nel mercato delle nuove tecnologie e che sono direttamente coinvolte dalla definizione delle priorità degli investimenti pubblici e degli interventi legislativi, anche relativamente agli accordi di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Un conto é, infatti, se tali imprese operano in presenza di standard elevati di libertà individuali, promosse ad esempio attraverso clausole che condizionano gli aiuti stessi e gli investimenti; un conto é, invece, se la loro unica preoccupazione diviene quella di intrattenere rapporti con chi detiene di volta in volta il potere, e lo esercita non solo senza rispettare diritti umani fondamentali, ma anche senza creare condizioni minime di mercato e di libera concorrenza. In tali contesti prosperano solitamente monopoli basati su rapporti politici di natura clientelare e sulla corruzione.

Ecco perché ritengo che la battaglia a favore della democrazia e della libertà in rete sia anche una battaglia a favore del mercato e della libertà di impresa.