COSI' VOGLIAMO SOSTENERE IL MADE IN ITALY

Emma Bonino*
Il Messaggero

Il rapporto dell’Ufficio Studi di Mediobanca, i cui risultati sono stati diffusi ieri, conferma un’ipotesi che sostengo ormai da mesi: l’export ha giocato nel 2006 un ruolo determinante per la ripresa dell’economia italiana. Aggiungo che il trend resta ottimo per il 2007: nel corso del primo semestre le esportazioni sono aumentate di oltre il 10% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Il merito di questo importante risultato va anzitutto ai nostri imprenditori, che stanno dimostrando di sapersi muovere straordinariamente bene sui mercati internazionali, nonostante i tanti limiti del sistema-Paese: chi ha guardato alla globalizzazione più come ad un’opportunità che come una minaccia; chi ha visto nella Cina o nell’India, non solo delle potenze esportatrici o dei temibili concorrenti, ma anche dei vastissimi mercati da conquistare ha fatto la scommessa giusta, e ne sta incassando il premio.
Aggiungo due riflessioni, la prima sull’euro, la seconda sull’azione del governo.
Una moneta forte non aiuta le esportazioni, ma è vero pure che non necessariamente ne frena il trend positivo. La prova viene dai nostri due principali competitors continentali. I francesi stanno conoscendo un diminuzione delle esportazioni e una perdita di quote di mercato soprattutto all’interno della zona euro. Allo stesso tempo - e con lo stesso euro - la Germania resta il primo esportatore al mondo. La capacità di vendere all’estero, quindi, rimane più legata alla struttura produttiva, alla taglia delle aziende, alla voglia di innovare e di inseguire l’eccellenza, che non al fattore monetario.
Come governo - è la seconda riflessione – dobbiamo continuare a fare la nostra parte per sostenere un trend positivo non solo per il PIL, ma anche per la competitività a lungo termine del sistema produttivo. Come? Ecco tre esempi. Primo, aiutando una quota crescente di PMI che ancora non si sono affacciate sui mercati esteri ad internazionalizzarsi.
Secondo, rafforzando con l’azione politica la capacità di penetrazione commerciale delle nostre imprese, soprattutto in quei paesi in cui il ruolo di “affiancamento” del governo può rivelarsi utile per creare un ambiente favorevole.
Terzo, contribuendo a trasmettere a livello internazionale un’immagine dell’Italia più efficiente, moderna e oramai distante dalla fotografia tradizionale del paese della pizza e del mandolino. Per questo serve uno sforzo “pedagogico”, da parte di tutti, per far capire che l’eccellenza italiana, il made in Italy, è anche una macchina per lavorare il marmo o il legno, o per imballare prodotti surgelati, o per produrre cavi a fibre ottiche.
Portare avanti queste ed altre azioni pubbliche di sostegno – nel quadro della strategia definita con le linee direttrici triennali indirizzate all’ Ice, alla Simest e a tutti gli attori pubblici che si occupano di internazionalizzazione – non è gratis. Servono più risorse, sia finanziarie, sia umane, e un loro migliore impiego.
Più export significa più vendite, più fatturato, nuovi posti di lavoro, e un sistema produttivo che punta sempre di più su competitività, concorrenza, innovazione, eccellenza.
E’ quello che serve ad una società aperta, quella a cui dobbiamo tendere anche al di là del sistema produttivo – e senza per questo abdicare ad una seria concezione della solidarietà sociale. Le imprese hanno fatto in questo senso da traino e da apripista. E’ tempo di dare risposte alla loro domanda di una politica in grado di liberare le migliori energie del Paese.


Ministro per il Commercio internazionale e le Politiche europee