Conversazione con Andrei Mironov

Massimo Picchianti
www.radicalparty.org

In Italia, per rimettersi da una violente aggressione fisica subita a Mosca da un agente delle forze dell’ordine russe, sta passando un periodo di convalescenza Andrej Mironov, uno dei fondatori di Memorial, Centro per i Diritti dell’Uomo sorto sotto la presidenza di Andrej Sakharov per ricordare e riabilitare le vittime del totalitarismo sovietico, per favorire lo sviluppo della società civile e dello stato di diritto, le trasformazioni democratiche in Russia. Memorial effettua ricerche e pubblica rapporti sulle violazioni dei diritti umani, contribuisce all’elaborazione di leggi e di atti normativi conformi agli standard internazionali di tutela dei diritti umani. Nel suo campo d’azione rientrano il monitoraggio delle repressioni politiche nel territorio dell’ex URSS, l’assistenza giuridico – legale ai rifugiati e ai profughi nell’area ex-sovietica, i diritti delle minoranze nazionali nella Federazione Russa.

Mironov è particolarmente impegnato nelle iniziative di Memorial tendenti a raggiungere una soluzione politica del conflitto russo-ceceno, poiché questa organizzazione ha tra i suoi fini anche quello di fare rispettare i principi umanitari durante i conflitti che si verificano nei territori dell’ex URSS.

A Roma, Mironov ha incontrato Olivier Dupuis che, nella sua qualità di deputato radicale, ha presentato alla Commissione Europea una interrogazione sulla violenza di cui è stato vittima l’attivista di Memorial il 3 giugno, 2003, un durissimo pestaggio che lo ha lasciato senza conoscenza, con molte ferite aperte e una serissima lesione cerebrale che gli ha causato un’incapacità lavorativa che perdura ancora oggi.

Il 5 giugno 2003, due giorni dopo l’aggressione, Mironov si è presentato alle forze di polizia competenti per inoltrare denuncia, al fine di evitare che questo crimine restasse impunito e per ottenere riparazione per il grave pregiudizio subito. Nel mese di settembre, Mironov ha appreso che la polizia aveva rifiutato di registrare la sua denuncia e aveva deciso di scagionare la persona che lo aveva aggredito. Per denunciare questa grave mancanza delle autorità, il signor Viaceslav Igrunov, all’epoca membro della Duma, aveva scritto al procuratore di Mosca, al procuratore del distretto incaricato dell’inchiesta e al capo della polizia di Mosca. Dall’altra parte, l’associazione di difesa dei diritti umani “Frontline Defenders” aveva investito il Procuratore Generale di Russia del caso Mironov.

Il 6 gennaio scorso, le autorità giudiziarie russe hanno deciso di non proseguire l’inchiesta penale sulle base di affermazioni della polizia secondo le quali le lesioni di cui è stato vittima Mironov erano molto leggere mentre tutte le documentazioni sanitarie prodotti da Mironov mostravano lesioni gravi.

Olivier Dupuis, ha rivolto questa domanda alla Commissione:

“La Commissione è al corrente del caso di Andrej Mironov? In caso affermativo, quali sono le iniziative che ha preso, o che conta di prendere, affinché le autorità giudiziarie russe sanzionino i responsabili dell’atto criminale di cui il signor Mironov e’ stato vittima e affinché il signor Mironov benefici di una giusta riparazione? Più in generale, la Commissione non ritiene che il moltiplicarsi degli atti di intimidazione, di molestie, di repressione e di aggressione nei confronti dei militanti della democrazia e dei diritti umani divenga estremamente preoccupante e tenda a dare credito all’esistenza di una vera e propria deriva autoritaria e poliziesca del sistema russo? Quali sono le iniziative che la Commissione intende prendere per impedire urgentemente una tale deriva?”

Mironov conosce bene il suo aggressore, un membro dei reparti speciali della polizia, reduce dalla Cecenia. Andrej constata sulla propria pelle: “La guerra contro i ceceni non è soltanto un atto di sopraffazione nei riguardi di quel popolo, ma soprattutto una minaccia alla società civile russa. Chi partecipa a quella guerra ne esce irrimediabilmente abbrutito, Mironov, come altri ex dissidenti russi, dopo la caduta del regime sovietico pensava che fosse finalmente arrivato il tempo della libertà, una libertà che gli era stata negata anche sotto Gorbacev. Infatti, è negli anni della perestrojka che Mironov viene arrestato, processato e condannato a quattro anni di lager e tre di confino come pericoloso criminale, in base all’articolo 70 del Codice Penale della Repubblica Federale Socialista Sovietica Russa, per “propaganda antisovietica”. La sua “propaganda antisovietica” consisteva nella copiatura e nella diffusione di libri proibiti. Secondo i suoi calcoli, almeno duemila “clienti” si erano serviti della sua ”libreria clandestina”. L’index librorum prohibitorum sovietico era lunghissimo e la carta stampata senza imprimatur del Glavlit era ritenuta più pericolosa della dinamite, un esplosivo che poteva far saltare la muraglia di menzogne eretta a difesa del regime. Liberato, a suo parere, grazie anche alla pressione dell’opinione pubblico occidentale, riprende subito la sua “attività antisovietica” contro un regime ormai moribondo facendo controinformazione: “Quando Gorbacev presentava al mondo un’immagine di Russia libera, trasparente e democratica, io, come portavoce del nascente movimento per i diritti umani, parlavo dei prigionieri politici ancora detenuti e dei nuovi arresti”.

Ma quelli erano gli anni della crisi finale, del crollo del regime, anni di relativa tolleranza. Ora Mironov è tornato a essere “ uno che fa propaganda per il nemico”, uno che si interessa troppo di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità perpetrati dalle truppe russe in Cecenia e per questo si scatenano contro di lui, da parte di “patrioti” che lo ritengono un traditore, reazioni anche violente. Mironov accusa Putin di “terrorismo, per aver autorizzato il lancio di missili sul mercato Groznyj nelle ore di massima affluenza, causando oltre centocinquanta morti.”

Comunque, egli ritiene che la maggioranza della popolazione russa sia contraria alla guerra condotta dall’esercito federale. Secondo dati di sondaggi di opinione da lui riportati, il 60 percento dei russi sarebbe addirittura favorevole all’indipendenza della Cecenia.

Ma, allora, come si spiega il largo consenso ottenuto da Putin nelle ultime elezioni?

Mironov risponde che per capire questa apparente incoerenza degli elettori si deve tener presente la tradizione politica russa, ancora legata a una concezione “verticistica” dello stato, dove l’autorevolezza autentica o apparente, di chi lo impersona è più importante della sua condotta politica contingente. Del resto non c’erano candidati capaci di concorrere con lui, anche per mancanza di mezzi di informazione a loro disposizione. Le reti televisive indipendenti sono praticamente scomparse e Mironov ci ricorda che Memorial, per far passare notizie sulle violazioni dei diritti umani in Russia e informazioni sugli avvenimenti di Cecenia, deve rivolgersi a Radio Liberty, un’emittente basata all’estero, come avveniva in periodo sovietico quando i dissidenti volevano far giungere la loro voce alla popolazione russa. Certo, ora, dice Mironov, teoricamente, con le trasmissioni televisive via satellite si potrebbe attingere a fonti di informazione diverse da quelle nazionali, ma pochi conoscono cosi’ bene le lingue straniere, e ancora meno persone hanno i mezzi per comprare parabole e decoder per il diverso sistema di trasmissione. All’estero non ci si rende conto della miseria in cui vive la maggioranza della popolazione russa e la miseria diffusa si esprime nel suffragio universale con risultati apparentemente contraddittori, con un consenso a un leader che si contrappone ai cosiddetti oligarchi, cioè a coloro che si sono arricchiti grazie alle privatizzazioni “pilotate” nel momento del passaggio dall’economia statalizzata a quella del mercato. Non importa se questo leader continua la guerra in Cecenia, se dichiara pubblicamente che un ufficiale del KGB lo è per sempre, come lo sono la maggioranza dei suoi collaboratori.

Sarebbe immaginabile, si domanda Mironov, un colonnello della Gestapo circondato dai suoi colleghi al governo della Germania postnazista, che dichiara di non rompere con il proprio passato? Ma cio’ non importa. Si vota per lui contro i suoi oppositori sostenuti dagli oligarchi che, secondo Mironov, si sono arricchiti più per capacità di corrompere, che per capacità imprenditoriale. “Boris Berezovskyj è un tipico esempio di oligarca già complice della politica colonialista del governo russo che, ora, con la sua contrapposizione squalificante per l’opposizione, rafforza la figura di Putin.”

“La guerra di Cecenia, ribadisce Mironov, è una guerra coloniale. In Russia è dominante una cultura politica arretrata e solo le nuove generazioni, che non vivono più in un paese ermeticamente chiuso e che, bene o male, non crescono più ormai sotto totale tutela dello stato, potranno dare una spinta verso la modernizzazione della società. Purtroppo, pero’, ci sono segnali di regressione, come la proibizione della manifestazione del Partito Radicale alla Lubjanka, nell’anniversario della deportazione dei ceceni del 23 febbraio, 1944.

Sergej Kavalev aveva proposto di istituire per legge una “Giornata della Memoria” per ricordare le repressioni, i genocidi del regime sovietico, un momento di riflessione sui crimini del passato perché non si ripetano. Ma oggi, nel parlamento russo difficilmente si troverà sostegno a questa proposta.

Grazie, invece, conclude Mironov, a Olivier Dupuis, che nel Parlamento Europeo si è battuto perché il genocidio del 1944 del popolo ceceno non sia dimenticato.”