Congo, missione possibile




Un singolare destino spinge in queste settimane la Repubblica Democratica del Congo ad assumere il ruolo di paese-simbolo – ad un tempo – del martirio dell’Africa e della capacità di questo stesso continente di sanare i suoi conflitti e partecipare attivamente a campagne civili “globali” come quella per una moratoria universale della pena di morte, in vista della sua totale messa al bando.
Degli orrori quotidiani che da mesi si consumano nella provincia dell’Ituri, estremità nord-orientale del Congo dove l’Unione europea ha mandato la sua prima missione militare di peace-keeping fuori d’Europa, oggi tutti sanno. L’operazione, battezzata “Artemis”, ha uno scopo umanitario ma anche politico: si tratta infatti di spegnere il focolaio di violenza che, irresponsabilmente alimentato da due paesi vicini, Uganda e Ruanda, rischia di riaccendere una guerra civile faticosamente chiusa ad opera della diplomazia internazionale dopo sette anni di massacri.
Pochi sanno invece dei progetti e delle ambizioni che nutre il neonato governo di transizione e di unità nazionale costituito a Kinshasa in virtù degli accordi di pace e guidato dal giovane presidente Joseph Kabila. E’ proprio questa una delle ragioni che mi hanno spinto a bussare alla porta di Kabila per chiedergli – proprio nelle ore in cui il suo ruolo di capo dello Stato veniva legittimato internazionalmente – un gesto fortemente simbolico e coraggioso: graziare i 30 uomini condannati a morte per l’omicidio del suo predecessore, che era anche suo padre, Laurent Désiré Kabila. E di schierarsi contro la pena di morte.
Non avevo mai incontrato Kabila figlio né tanto meno suo padre, con il quale ebbi una pubblica e aspra vertenza fra il ’96 e il ’97 quand’ero commissaria europea per gli aiuti umanitari. Dissi allora quel che pensavo di un uomo dal passato oscuro, che si era messo al servizio degli invasori ruandesi, coprendo i loro massacri, e che si era ritrovato sul trono del generale Mobutu a Kinshasa quasi per caso.
Più per la rapidità con cui era caduta la dittatura che non per meriti personali. Né mi sarei interessata di Kabila figlio, asceso alla presidenza della repubblica dopo la congiura di palazzo che aveva eliminato fisicamente il padre, se Nessuno Tocchi Caino, l’associazione radicale che lotta per una moratoria universale delle esecuzioni capitali, non mi avesse chiesto di guidare una missione volta a salvare la vita degli assassini del presidente condannati a morte. Aldo Ajello, un vecchio amico italiano che dal ’97 ricopre la carica di inviato speciale dell’Unione europea per la regione africana dei Grandi Laghi e che svolge un ruolo prezioso nella pacificazione del Congo, ha fatto di tutto perché l’incontro avvenisse.
Incontrando Joseph Kabila e pensando alle avventure familiari e politiche nelle quali si è fatto le ossa, ci si chiede dove abbia attinto i tratti di moderatezza, riflessività e quasi timidezza che lo contraddistinguono. Gli ho esposto, insieme ai dirigenti di Nessuno Tocchi Caino Sergio D’Elia e Elisabetta Zamparutti, le nostre due richieste: non firmare l’esecuzione dei trenta uomini condannati a morte per l’omicidio di suo padre e impegnare il suo paese nella battaglia che sarà condotta alla prossima Assemblea generale dell’Onu per rilanciare la proposta di una moratoria universale delle pene capitali. Mi ha risposto, con saggezza e prudenza, che la difesa della moratoria all’Onu, così come l’eventuale abolizione della pena di morte in Congo, sono questioni di competenza del futuro parlamento, previsto dagli accordi di pace; ma che lui, per parte sua, si asterrà dal mandare i condannati al patibolo fino a quando il parlamento non si sarà pronunciato.
Sono pochi i paesi del mondo dove negli ultimi anni la vita umana ha perso tanto valore come in Congo. Il bilancio di vittime della guerra civile oscilla fra i 4 e i 5 milioni di morti. Un abitante su dieci. Ma ciò non impedisce ai congolesi di essere istintivamente contro la pena capitale, contro l’idea stessa che si possa riconoscere ad una qualsiasi autorità la facoltà di togliere legalmente la vita a qualcuno. Ne abbiamo avuto una prova assai convincente, i miei compagni di viaggio ed io, visitando la prigione di Maiala, dove sono rinchiusi i presunti assassini di Kabila padre. Accolti dal direttore del carcere, abbiamo trovato affissi alle pareti del suo ufficio un manifesto contro la tortura e un altro contro la pena di morte, quello con un grande cappio e lo slogan “No alle esecuzioni”.
Come può un abolizionista, dopo essere passato per il carcere, perdere l’ottimismo? Come si fa, dopo un’esperienza simile, rinunciare alla difficile e annosa battaglia per una moratoria mondiale delle esecuzioni iniziata nel 1994 all’Assemblea generale dell’Onu dal governo italiano? Dal 1994 a oggi 33 Stati membri delle Nazioni Unite hanno rinunciato a praticare la pena di morte. Nei mesi scorsi, malgrado il clima di tensione internazionale legato alla guerra in Irak, la tradizionale risoluzione abolizionista presentata ogni anno alla Commissione Onu per i Diritti Umani ha registrato il sostegno record di 75 paesi co-firmatari (l’anno scorso erano stati 68). Il 2 luglio scorso, in occasione dell’illustrazione all’Europarlamento del programma del semestre italiano di presidenza dell’Ue, Silvio Berlusconi ha annunciato l’impegno a presentare la risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali alla prossima Assemblea Generale dell’Uno, in settembre.
Calcolano gli esperti di Nazioni Unite che una nuova risoluzione per la moratoria potrebbe contare alla Assemblea Generale su un pacchetto di voti favorevoli fra i 95 e i 100, con 21/26 astensioni e 62/65 voti contrari. La vittoria degli abolizionisti è insomma a portata di mano. Per coglierla basterebbe che l’iniziativa annunciata dal governo italiano vedesse l’Unione europea compatta e determinata a favore della moratoria.
Sarebbe paradossale che l’Occidente, di solito così generoso di lezioni di etica nei confronti dell’Africa, tradisse le aspettative dei 28 paesi africani che, malgrado gli orrori quotidiani che conoscono, si sono schierati di diritto o di fatto contro l’”omicidio di Stato”.