Congo, il cardinale Monsengwo condanna la “barbara” repressione della marcia pacifica


Repressa nel sangue la manifestazione del 31 dicembre scorso per chiedere le presidenziali: 8 morti e circa 140 tra feriti e arrestati. L'arcivescovo: «Vogliamo pace».

Il cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa, rompe il silenzio e condanna duramente la «barbara» repressione della manifestazione pacifica dello scorso 31 dicembre nella Repubblica Democratica del Congo da parte delle forze di sicurezza, il cui bilancio è di otto morti (tra cui alcuni sacerdoti) e circa 140 arresti.

La marcia pacifica era organizzata dal Comité Laïc de Coordination (Comitato laico di coordinamento) per reclamare l’applicazione degli Accordi di San Silvestro, siglati l’anno prima tra governo e opposizione sotto gli auspici dell’episcopato per favorire l’uscita di scena del presidente Joseph Kabila (il cui mandato è scaduto alla fine del 2016) e tenere le elezioni presidenziali nel 2017, già rimandate più volte dallo stesso Kabila fino all’ultimo rinvio al 2019.
Esponenti dell’opposizione e dell’organizzazione avevano dunque promosso iniziative in circa 150 parrocchie per chiedere, ad un anno dalla firma, di rispettare l’accordo e svolgere le elezioni presidenziali entro la fine del 2017. Il governatore di Kinshasa aveva però vietato la manifestazione per motivi di ordine pubblico. L’ordinanza non è stata rispettata ed è intervenuta la polizia con atti che il cardinale Monswengo, in un comunicato diffuso oggi, ha definito «barbarie» commesse da «valorosi uomini in uniforme». Come ad esempio, «il fatto di impedire ai cristiani di entrare nelle chiese per partecipare alla messa, il lancio di gas lacrimogeni durante la celebrazione eucaristica nelle diverse parrocchie di Kinshasa, il furto di denaro, di dispositivi telefonici», poi «l’irruzione nelle parrocchie con il pretesto di cercare i seminatori dei problemi, le uccisioni, i proiettili sui cristiani che avevano in mano Bibbie, rosari e crocifissi, gli arresti di sacerdoti e fedeli» e via dicendo.

Nello stesso comunicato, il porporato afferma che la mancanza di applicazione pratica dell'accordo del 31 dicembre crea un «disordine socio-politico» e stigmatizza gli attacchi alla libertà religiosa e «l'accumulo di risorse, la ricchezza, il mantenimento del potere con metodi anticostituzionali» che causano gravi danni al Paese. Per l'arcivescovo di Kinshasa, «è tempo che la verità prevalga sulla menzogna sistemica» e «che regni la pace, la giustizia» nella Repubblica Democratica del Congo.

Da parte sua la Conferenza episcopale congolese (Cenco) ha denunciato, in una nota, una «campagna d’intossicazione mirante a seminare la divisione all’interno dell’Episcopato». «Le dichiarazioni di alcuni vescovi e del nunzio apostolico sono state deliberatamente deformate facendo loro dire di aver condannato l’iniziativa di questa marcia a Kinshasa e in alcune diocesi» afferma un comunicato inviato all’agenzia Fides. «Questo non è vero. Le diocesi che non hanno rilanciato la marcia non l’hanno per questo disapprovata».

La Cenco si dichiara «profondamente scioccata dagli atti ignobili» commessi dagli agenti dello Stato e condanna «la violazione della libertà di culto garantita in ogni Stato democratico, la profanazione di alcune chiese e l’aggressione fisica dei fedeli tra cui alcuni chierichetti e dei preti».

Sulla questione è intervenuto ieri anche il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, che ha lanciato un appello alla moderazione al governo del Congo esprimendo la sua forte preoccupazione. «Il segretario generale chiede al governo e alle forze di sicurezza nazionali di esercitare moderazione e sostenere il diritto del popolo alla libertà di parola e alla pacifica assemblea», ha affermato in una dichiarazione il suo portavoce. Guterres ha anche chiesto che tutti gli attori politici nel paese restino pienamente impegnati nell'accordo politico del dicembre 2016”