Comitato permanente sui diritti umani. Indagine conoscitiva sulla violazione dei diritti umani nel mondo: audizione di rappresentanti del MLDH-Movimento Lao per i diritti umani.


Signore e Signori,

Da 32 anni, la Repubblica Democratica Popolare Lao non ha smesso di infrangere le regole internazionali dei Diritti dell’Uomo, divenendo uno degli Stati più repressivi dell’Asia, come lo sottolineano i recenti rapporti di Amnesty International, di Reporters sans Frontières e del Dipartimento di Sato americano.

La stampa, la radio, la televisione, Internet, l’insieme dei media, appartengono al Partito-Stato e sono sotto il suo stretto controllo. La libertà di espressione e di manifestazione è inesistente. Una legge su Internet punisce chiunque consulti o metta online elementi che il Partito considera “nocivi all’unità e all’integrità del Paese”. Il governo, inoltre, chiede espressamente ai proprietari dei Cyber caffè di assicurarsi che i loro locali non siano frequentati da “cattivi elementi”.

Da 32 anni, la RDP Lao è diretta da un regime dittatoriale. Rimane uno Stato a Partito unico: il Partito Popolare Rivoluzionario Lao. Qualsiasi altro partito politico è vietato nel Paese e questo principio è scritto chiaramente nella Costituzione. Organizzazioni e istituzioni diverse da quelle che gravitano intorno al Partito o sotto stretto controllo del sistema non sono autorizzate.

Ogni qualvolta la comunità internazionale sarà informata delle violazioni dei diritti fondamentali, il governo del Laos negherà qualsiasi propria azione riprovevole. Per le autorità del Laos si tratterà sempre di “mere invenzioni” provenienti da “cattive persone” che cercano di “screditare l’immagine del governo Lao”.

Quattro particolari dossier ci stanno a cuore: la sorte dei leader del Movimento studentesco del 26 Ottobre 1999, in prigione da 8 anni per aver osato reclamare pubblicamente riforme democratiche; la persecuzione contro i gruppi di Lao-Hmong; la campagna di repressione delle minoranze religiose e gli spostamenti forzati di popolazioni.

1 – Il dossier dei leader del “Movimento Studentesco del 26 ottobre”

Il 26 ottobre 1999 a Vientiane, cinque difensori delle libertà e della democrazia: Thongpaseuth KEUAKOUN, Seng-Aloun PHENGPHANH, Bouavanh CHANMANIVONG e KEOCHAY, così come altri giovani responsabili hanno indetto una marcia pacifica di studenti, di insegnanti e di cittadini laotiani per richiedere riforme democratiche ed il rispetto della libertà e dei Diritti dell’Uomo nel Laos. Questo raduno di protesta, il primo sotto il regime comunista dal 1975, è stato represso sin dal suo avvio e oltre un centinaio di partecipanti sono stati arrestati.

Domani ricorre l’ottavo anniversario del loro arresto. Ignoriamo se siano ancora in vita.

Poche notizie sono filtrate sulla sorte dei cinque dirigenti studenti, a parte l’annuncio del decesso in prigione di uno di loro, Khamphouvieng SISA-AT, della cui morte nel 2001, causata da privazioni e maltrattamenti si è avuta notizia soltanto nel 2004, grazie alla testimonianza di un ex detenuto.

Nessuno ha mai potuto visitare i leader di questo “Movimento del 26 ottobre”. Quanto al governo Lao ha dapprima mantenuto il silenzio, poi negato i fatti e, in seguito, ha dato informazioni contraddittorie ed inesatte.

Il 20 marzo di quest’anno, in occasione della visita di una delegazione parlamentare del Parlamento Europeo in Laos, il presidente dell’Assemblea nazionale del Laos ha dichiarato al capo della delegazione, Harmut NASSAUER, che i leader di questo movimento sono stati liberati nel 2006. Purtroppo, altre informazioni ci portano a credere il contrario poiché queste persone sono sempre attese dalle loro famiglie e dai loro amici.

Se siamo qui oggi, è perché esistono legami molto forti tra alcuni vostri compatrioti e il simbolo di una lotta pacifica per la democrazia in Laos.

L’onorevole Bruno MELLANO, deputato italiano, così come due altri vostri compatrioti, Silvja MANZI e Massimo LENSI, faceva parte dei cinque militanti del Partito Radicale Transnazionale – con l’ex deputato Olivier DUPUIS, e Nikolai KHRAMOV – che erano stati arrestati, condannati ed espulsi dalla RDPL per aver manifestato pacificamente a Vientiane il 26 ottobre 2001, per segnare il 2° anniversario del “Movimento del 26 ottobre”, un anniversario divenuto il simbolo di una lotta pacifica per i democratici Lao dentro e fuori del Paese.

2 – Il dossier sulla repressione delle popolazioni Lao-Hmong

Una popolazione del Lao-Hmong, che vive nascosta nella giungla di Saysomboune, compresa tra 10.000 e 20.000 persone (secondo fonti diverse), è vittima di una vera e propria “caccia all’uomo” lanciata dalle forze armate del governo Lao. Il calvario di queste persone –in maggioranza anziani, donne e bambini – è stato confermato dalle testimonianze di numerosi giornalisti occidentali.

Avvenimenti gravi sono regolarmente segnalati dalle organizzazioni di difesa dei Diritti dell’Uomo e dai media internazionali. Eventi puntualmente negati dal governo Lao.

Tra il 5 giugno e il 22 luglio 2007, nella regione di Phou Bia, 67 persone sono state massacrate, di cui oltre la metà erano donne e bambini.

Per far luce su questa grave situazione, che non può essere contraddetta in alcun modo, il governo del Laos non ha mai dimostrato la sua buona fede permettendo l’accesso a questa regione agli osservatori indipendenti.

Nel frattempo, questa popolazione nascosta nella giungla, che si nutre di foglie e radici, che non osa accendere fuochi per timore di essere individuata dall’esercito, scompare poco a poco, a causa delle stragi, a causa della fame, a causa delle malattie.

Oltre questa popolazione nascosta nella giungla nell’interno del Laos, c’è anche il dramma dei circa 8.000 Lao-Hmong, che sono riusciti a rifugiarsi in Thailandia, che vivono in un campo profughi della provincia di Phetchaboun in Thailandia e che stanno per essere rispediti verso il Laos, a seguito degli accordi tra i governi Lao e Thai.
Durante la sua visita in Thailandia nell’agosto del 2006, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, António Guterres, aveva chiesto a Bangkok di non rimandare questi rifugiati verso il Laos e concedere loro “protezione e assistenza”.
Autorevoli organizzazioni di difesa dei Diritti dell’Uomo – Amnesty International, Forum Asia, Human Rights Watch, la Federazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo, per esempio – hanno chiesto che questi Lao-Hmong non siano rimandati verso un regime dal quale sono fuggiti e dove la loro sicurezza non può essere garantita.

Il governo del Laos, dal canto suo, assicura che questa popolazione, una volta rimpatriata, sarà ben accolta.
Basandoci su fatti pregressi, abbiamo tuttavia ragione di temere il contrario. I gruppi di Lao-Hmong che sono stati rispediti dalla Thailandia nel Laos, hanno visto le loro famiglie disperse, uomini arrestati e scomparsi.

3 – Il dossier della repressione delle minoranze religiose

La repressione delle minoranze religiose non è cessata nel Laos, in particolar modo contro i cristiani.

Molestie, pressioni morali, minacce, violenze, confisca delle terre, esclusione dai villaggi sono la sorte dei cristiani del Laos, che spesso debbono rinunciare per iscritto alla loro fede per accedere alla funzione pubblica, per entrare in polizia, nell’esercito popolare o nella gerarchia del Partito.

Un fatto nuovo: nel febbraio del 2007, due bonzi buddisti sono stati arrestati per essere stati ordinati bonzi e aver celebrato la loro ordinazione senza l’autorizzazione del governo.

Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il suo rapporto annuale 2007 sulla situazione della libertà di credo nel mondo. Il Laos è classificato tra i 20 Paesi che continuano a “violare significativamente” la libertà di credo.

4 - Il dossier delle popolazioni spostate dal governo

Con l’intento di controllarli, decine di migliaia di Laotiani, in maggioranza appartenenti alle minoranze etniche, sono stati continuamente sballottati da un posto ad un altro nel corso degli ultimi vent’anni.
Ufficialmente, il governo della RDPL spiega questi spostamenti di popolazione come il risultato dell’attuazione di una politica di sviluppo rurale e di lotta alla coltivazione del papavero e contro la coltura su terreno debbiato. Ebbene, secondo le organizzazioni internazionali di difesa dell’ambiente, è di dominio pubblico che “i principali responsabili della distruzione di foreste primarie negli ultimi vent’anni sono state le imprese di sfruttamento del legno, di cui la più importante è controllata dall’esercito dagli anni ‘80”.

Questo programma di spostamenti forzati coinvolge, tra gli altri, gli Hmong, Khmu, Lu, Yao, costretti ad abbandonare i villaggi di montagna e degli altipiani verso le pianure, e che devono affrontare gravi difficoltà di adattamento, promesse di assistenza non mantenute da parte delle autorità, così come una scomparsa progressiva del retaggio etnico e culturale. L’indigenza estrema, così come il mancato accesso all’istruzione, alla salute e alle informazioni sanitarie, fan sì che le donne e le minorenni di queste popolazioni spostate lungo le strade, diventino la facile preda delle reti del traffico di esseri umani, della prostituzione e le vittime innocenti dell’Aids e di altre malattie sessualmente trasmissibili. Nella sua trasmissione del 18 ottobre 2007, la radio Voice of America, ha d'altronde rilevato che, secondo la “Anti-Aid Commission”, c’è un aumento preoccupante di malati di HIV, soprattutto nelle regioni di frontiera con la Thailandia, il Vietnam e la Cina.

All’origine degli spostamenti di massa di popolazione, ci sono anche dei progetti di dighe idroelettriche. Soltanto la diga di Nam Theun II – la cui costruzione in corso è sostenuta dalla Banca Mondiale, e nella quale la Francia occupa una parte essenziale attraverso l’impegno finanziario dell’impresa pubblica EDF –, sposterà in totale più di 6.000 abitanti dell’Altipiano di Nakai. Quelli che sono già stati sfollati aspettano ancora l’indennizzo finanziario o materiale che era stato loro promesso.
Oltre questi gravi problemi, quali sono le prospettive di cambiamenti nella Repubblica Democratica Popolare Lao?

L’ottavo Congresso del Partito Rivoluzionario Popolare Lao svoltosi nel marzo del 2006, seguito da elezioni legislative anticipate a fine aprile e dalla formazione di un governo nel mese di giugno, non hanno portato alcuna speranza di una ventata liberale. Ritroviamo gli stessi membri al Politburo, e le “nuove leve” tra i 55 membri del Comitato Centrale del Partito sono spesso i figli di alti dirigenti ottantenni costretti a ritirarsi.

Assistiamo di nuovo ad una spartizione del potere e della corruzione tra i clan e le famiglie del Partito unico, mentre il popolo laotiano sprofonda nella povertà.

Queste elezioni hanno permesso ai dirigenti della RDPL di vantare la propria legittimità presso i donatori e la comunità internazionale.

I grandi perdenti sono ovviamente la democrazia, la libertà e il popolo laotiano, un popolo sotto controllo che non soltanto scegliere su una lista prestabilita dal Partito, un popolo che il regime ha costretto ad andare a votare con un’unica scheda in mano.

32 anni dopo la presa del potere del Partito comunista, il PIL raggiunge appena 400 dollari pro capite l’anno (oltre il 75% degli abitanti vive sotto la soglia della povertà di 2 dollari al giorno), la speranza di vita non supera i 55 anni, stando alle ultime statistiche della Banca Mondiale quattro laotiani su dieci non sanno né leggere né scrivere.

In mezzo ad un’Asia in piena crescita, il Laos, al 135° posto nella classifica di “sviluppo umano”, rimane un’isola di povertà. Un rapporto della Banca Mondiale ha classificato il Laos tra i 26 Paesi più “fragili” del mondo. Secondo questo rapporto, l’instabilità fa di questi paesi dei “luoghi propizi al terrorismo, alla produzione di droghe e al traffico illegale di armi”. Sempre secondo questo rapporto, questi Paesi sono altresì confrontati “all’insicurezza, ad una corruzione su vasta scala, alle violazioni della legge e ad uno scarso livello di sviluppo”.

Ecco, Signore e Signori, i temi che suscitano in noi una costante preoccupazione e che ci fanno disperare.
La repressione in Laos non ha un “volto” noto. Il popolo laotiano non ha il suo Premio Nobel per far conoscere al mondo le proprie sofferenze e le proprie difficoltà.

Il Premio Nobel, Aung San Suu Kyi, appunto, non ha forse detto, e la cito: “Usate la vostra libertà per difendere la nostra”, (in inglese: “Please use your liberty to help us secure ours”) – fine citazione.

È in questo senso che noi rifugiati ed esiliati in una terra di libertà, proviamo ad essere la voce dei nostri compatrioti senza voce e senza diritti nel nostro Paese.

Vi ringrazio