Come te sono per 4 Sì, ma la mia vita mi rende più cauto




Caro Luca, ho letto il tuo articolo "Per un'igiene linguistica della discussione sui referendum" (sul Foglio di mercoledì 18) con vero piacere, perché era intelligente e anche brillante. Ero più o meno d'accordo su questo e quel punto, com'è ovvio. Discuterne in pubblico fra padre e figlio e un indiscrezione, lo so. Però, nel capolavoro insuperato della pedagogia domestica italiana, il libro Cuore, il padre scrive addirittura nel diario del figlio, e poi tutto è stato pubblicato. Dunque ti scrivo. A proposito di uno solo dei punti da te toccati. E' ormai chiaro che la differenza fra votare sì votare no o non andare a votare sarà decisiva per l'esito del referendum (io, se ne avessi il diritto, voterei quattro sì), e però ci sono poi differenze molto rilevanti fra un si e un si, un no e un no, un astenuto e l'altro. Ogni volta che leggo o ascolto un intervento sulla questione — cioè, da mesi, venti volte al giorno — si riduce la mia attenzione agli argomenti scientifici invocati, che ormai per lo più ho sentito tante volte, e cresce la mia curiosità per lo stato d'animo, la disposizione d'animo, di chi scrive o parla. Mi distraggo dal merito degli argomenti usati, e mi lascio incantare dallo sguardo che offrono sull'umanità di chi li impiega. Dev'essere perché sospetto che anche dentro di me la decisione razionalmente motivata su come votare e come sostenere il voto venga rosicchiata da un'inclinazione lunatica, ispirata da com'è andata la mia vita e come sta andando. Il punto pertinente del tuo discorso è quello in cui rivendichi, contro l'invadenza statalista e normatoria, una più serena fiducia nelle persone. La legge, dici, immagina "le persone incapaci di agire secondo coscienza anche per ciò che le riguarda..."; e deplori "il concetto millenarista del “dove andremo a finire”: quello a cui piace evocare terroristicamente “bimbi tutti biondi e con gli occhi azzurri”, prospettive naziste, dominio della scienza e fine della specie umana. Non si può escludere niente dalle eventualità del futuro, ma non ha senso trattare come imminenti scenari da fantascienza cinematografica... Ed è insopportabile e offensivo che le istituzioni ritengano le persone mediamente inclini a distruggere in un modo o nell'altro le vite e i diritti dei propri figli, e che pretendano di sapere questo si che è cinematograficamente orwelliano — cosa sia meglio per loro. Ti leggo, e sono contento. Mi piace questa tua simpatia per la responsabilità e la libertà delle persone, e la riluttanza a prendere sul serio scenari che offendono, mediamente, l'umanità. Mi piace, e ci sento una differenza da me. Tu mi somigli, dicono, specialmente quando ce l'hanno con te. Scherzi a parte, in questo caso la nostra (letterale) differenza di generazione conta parecchio. Provo a mostrarlo attraverso un libretto tempestivamente tradotto dalla Morcelliana, del grande teologo e filosofo tedesco (ma era nato a Verona) Romano Guardini: "Il diritto alla vita prima della nascita". Sono solo 35 paginette, il testo di una conferenza tenuta nel 1947. (Il Foglio le ha già presentate). Guardini spiega che "la vita dell'uomo non può essere violata, perché l'uomo è persona". (Avrei tradotto, piuttosto che l'uomo, l'essere umano: si parla naturalmente dell'uomo e della donna). Che la persona dipende dall'anima spirituale che è in ogni essere umano, e che "può essere anche latente come nell'embrione, ma vi è già col proprio diritto". Tre aspetti sono per me specialmente interessanti nel testo di Guardini. Il primo è la decisione di non ricorrere se non ad argomenti logici, comuni allo stesso modo a un cattolico come lui, e a qualunque altro interlocutore: che ci riesca, e in che misura, qui mi importa meno. Il problema, dice Guardini, non è affare di competenti. "Ognuno ha il diritto di prendere posizione", e, quanto a lui, escluderà "ogni riferimento che presupponga conoscenze specializzate". Se entrerà nel campo biologico, lo farà solo "partendo dall'evidenza fenomenica. Il secondo aspetto interessante è il peso che prende nel suo ragionamento la rivendicazione antirelativista di un "principio assoluto". (Guardini è un pensatore determinante per l'attuale Papa). "Non appena in cose di tal genere viene a mancare il principio assoluto, e al suo posto subentra un giudizio pratico di utilità o danno, tutto va a rotoli". Il terzo aspetto, quello per il quale propriamente te ne scrivo, è il legame urgente e angoscioso con la tempesta attraverso cui la Germania e l'Europa sono appena passate. Accenno appena ai primi due aspetti, cui non aderisco, se non nella forma supplente del "come se". Mi pare che Guardini non distingua fra vita nel grembo materno e vita del nato: per esempio quando applica ad ambedue indistintamente le eccezioni ammissibili all'intangibilità della vita umana, la pena di morte, quando sia prevista dal diritto, e la legittima difesa. Una analoga indistinzione gli fa assimilare senz'altro donna e uomo: "Non è vero che la donna abbia in modo puro e semplice il 'diritto di disporre del proprio corpo' — ne ha così poco come l'uomo". O, più stridentemente: "L'affermazione che il figlio nel grembo della madre sia semplicemente una parte del corpo di lei, equivale a quella che l'uomo sia nello Stato una semplice parte del tutto". L'uomo non porta un'altra vita nel proprio grembo: è uomo per quello. A parte questo, mi sembra capzioso non voler chiamare l'embrione "vita umana", mi sembra assurdo volerlo chiamare "persona" . Non escludo che, di fronte allo spavento suscitato dalla manipolazione genetica, si convenga di applicare il cosiddetto principio di precauzione rinnegando la precauzione, e dunque facendo retrocedere il limite fino alla considerazione dell' embrione "come se fosse una persona": convenzione che arriverebbe comunque tardi, perché embrioni cosiddetti soprannumerari esistono già con un destino nemmeno di morte, che è un eufemismo, ma di smaltimento spiccio, a meno che se ne autorizzi, com'è del tutto ragionevole, l'impiego per la ricerca; e perché ogni giorno che passa sposta più in là la soglia del limite oltrepassato, e a un annuncio coreano fa eco uno britannico, e chissà quanti altri aspettano solo il momento di farla e spararla più grossa. Quanto al principio assoluto, senza il quale tutto va a rotoli, penso la stessa cosa: che esso non esista, almeno non chiaramente ai miei occhi — dato che il rispetto per le vite non è il principio assoluto, ma la sua conseguenza — ma che bisogna fare come se esistesse. Sapendo tuttavia che in alcuni casi si porrà la scelta fra due decisioni ambedue tutelate dal principio assoluto, e dunque la scelta sarà quella triste o lacerante del male minore. Veniamo al terzo punto. Guardini interviene mentre si dibatte dell'articolo del Codice penale tedesco che disciplina l'interruzione di gravidanza, della quale si ipotizza la depenalizzazione quando siano minacciati la salute della madre o del nascituro, o quando la gravidanza derivi da uno stupro, o— segno brutale dei tempi - quando la condizione economica della madre non assicuri il mantenimento del nascituro. Quanto terribile fosse la povertà nella Germania sconfitta lo sai meglio di me, reduce come sei dal documentario su Berlino: fa comunque impressione quel richiamo alla possibilità di dar da mangiare a un figlio messo al mondo. Ma a Guardini sta a cuore soprattutto la devastazione degli spiriti che il passate recente ha lasciato. "Negli ultimi tempi il governo dello Stato e l'educazione del popolo hanno negato radicalmente la dignità dell'uomo (mensch) e hanno fatto lega con tutto ciò che di violento è nella sua natura. Questi fatti hanno esercitato un grande influsso sul generale modo di sentire e giudicare, e conviene non supporre troppo presto di essere personalmente immuni da tale influsso". "Sei anni di un immane conflitto hanno tolto ogni freno allo spirito dell'uccisione, che finora non è stato domato". Ancora: "La recentissima propaganda per la cosiddetta 'eutanasia' e tutti i suoi effetti stridono ancora nella nostra memoria... Nel corso dell'età moderna, soprattutto nell'ultima generazione, è andato sempre più indebolendosi il freno immediatamente efficace sulla vita istintiva e sentimentale, ossia la soggezione religiosa...". Guardini sottolinea la dissoluzione moderna del singolo nella massa, e la crescita demografica che suscita in molti "il senso che gli uomini seno così numerosi che il singolo non ha più importanza". Si può osservare a proposito di quest'ultima considerazione che, sessant' anni dopo, le cose vanno in modo tragicamente contraddittorio: perché nei paesi ricchi, e in Europa soprattutto, la premura per la vita singola e anche singolarmente debole e invalida è cresciuta enormemente, e in gran parte del mondo povero succede il contrario, e i deboli soccombono nel gran mucchio - e anche troppi fra i loro profughi fra noi. Ancora, la micidiale ambiguità dell' eugenetica non sarà mai risolta una volta per tutte. Essa sorse come una promessa di felicità nel viluppo di utopismo e scientismo, salutismo e femminismo, positivismo e spiritismo, brutale virilismo e compassione femminile, che tardò molto a sciogliersi al passaggio fra i due secoli scorsi, e restò in auge nelle socialdemocrazie scandinave fino a poco fa, e in qualche Stato degli Stati Uniti fino a pochissimo fa, e nel frattempo aveva infierito nel razzismo nazista. "Prime vittime furono i malati mentali e gli idioti, sarebbero seguiti gli incurabili — e, infatti, molti vennero uccisi — e i vecchi e gli inabili al lavoro avrebbero chiuso la serie". Nelle discussioni di oggi si sente evocare lo spettro dell'eugenetica a proposito di elementari aspirazioni alla cura di malattie penosissime, e insieme, contraddittoriamente, deprecare la venuta al mondo di creature la cui fecondazione assistita provocherà forse peculiari difficoltà psicologiche. Ma non posso qui andare oltre. Mi importava mostrare, dietro la posizione di Guardini 1947, l'esperienza vissuta di un uomo e di una generazione, lo stato d'animo di una persona. Il principio di precauzione è per definizione relativo: la sua applicazione assoluta vieta di respirare. Impone il favor rei. Impone che quando non conosciamo la strada nuova, convenga attenerci alla vecchia. Ma anche qui, con giudizio. Se non avessimo mai imboccato la strada nuova, non ci sarebbe nessuna strada. Piuttosto, il principio di precauzione consiglia di tastare il terreno, prima di avventurarci, e soprattutto di essere capaci di tornare indietro, quando ci siamo accorti dell'errore. Il concetto millenaristico del dove andremo a finire, come tu l'hai chiamato, è spesso un feticcio. Se fosse vero che lo spinello porta all'eroina saremmo, diciamo, spacciati E d'altra parte: "Abbiamo pur sperimentato che cosa vuol dire accondiscendere prima a una cosa, poi ad un'altra e poi ad una terza, asserendo ogni volta che non si poteva far diversamente, cercando ogni volta di persuadere noi stessi che il peggio non sarebbe venuto - finché il peggio ce lo trovammo davanti", Così Guardini, e il peggio che aveva appena alle spalle era il nazismo, e la shoah, e la guerra mondiale, e le atomiche... I sessant'anni che ce ne separano spiegano la differenza, non nelle nostre opinioni, mie e tue, ma nella nostra vita trascorsa, e nel nostro stato d'animo attuale—e in quella ricapitolazione di passato e presente che chiamiamo, ciascuno col proprio tono, futuro. Ecco, ti ho scritto, come nel libro Cuore. Tuo padre.