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Coerenza politica e passione civile
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Dalla Bocconi fino alla Commissione europea, una strada di impegno senza compromessi
EMMA BONINO
Parlamentare europea
La laurea in Bocconi e, subito dopo, l’ingresso nel difficile percorso della politica di professione. Che cosa ha determinato questa sua scelta, che ha portato avanti coerentemente fino ad oggi?
Quando cominciai la mia esperienza di impegno civile, non ancora esplicitamente politico, ero mossa innanzitutto da impulsi etici e personali. Personalissimo fu il “movente”: l’esperienza amara e umiliante di un aborto, necessariamente clandestino, a metà degli anni Settanta, che vissi come una violenza intollerabile nei confronti della mia persona, della mia dignità. Ero all’epoca un’insegnante precaria di lingue, senza grandi passioni politiche, ma trovai naturale offrire la mia collaborazione alle persone e all’organizzazione, il Centro Informazione su Sterilizzazione e Aborto (Cisa) che spontaneamente si erano occupate di me e della mia sofferenza. Occupandomi di aborto, in realtà, mi occupavo di me stessa, nel senso che investivo al mia azione su problemi che, come donna o come individuo, sentivo come i miei. Senza esserne chiaramente cosciente, realizzavo in me, sperimentalmente, quello slogan che allora circolava parecchio e che diceva che “il personale è politico”. Man mano che la mia battaglia si ampliava e assumeva, come mezzi di lotta e come linguaggio, un carattere “oggettivamente” politico, cominciai a guardarmi attorno. Fu ovvio, vi ero obbligata. Non feci nemmeno un grande sforzo, perché molte erano le voci che sentivo turbinare attorno a me, che aderivano o mi osteggiavano con le loro parole d’ordine. A un certo punto mi accorsi che il gruppo, quelli che avevano più affinità con i miei problemi e il mio stesso linguaggio erano i, chiamiamoli così, “pannelliani”. I loro metodi, con il coinvolgimento del loro “personale” nel vivo della lotta, senza residui né compromessi, la loro conclamata fiducia nella “lealtà” come componente essenziale del confronto politico (senza peraltro negare le necessarie astuzie, i compromessi, i calcoli senza i quali non si fa politica ma solo testimonianza vuota e sterile) erano qualcosa che suscitava in me una effettiva simpatia. Mi ritrovai ad essere radicale senza quasi saperlo né volerlo.
La sua è una storia di coerenza politica, con una militanza continua fin dalle origini con il Partito radicale. Su qualivalori etici e quali orientamenti progettuali si fonda questa adesione?
Condivisi con i radicali l’esperienza del carcere, condivisi con i radicali l’esperienza del Cisa, che appunto si federò al partito radicale senza riserve né residui. Quella che lei definisce la mia coerenza politica era la loro stessa coerenza politica e divenne – doveva divenire – la comune coerenza politica. I valori etici, gli orientamenti progettuali che ne derivarono erano quasi – anzi senza quasi – obbligati. Se io mi battevo per quello che ritenevo un mio diritto (poter gestire il mio corpo) e i radicali avevano come bandiera la difesa dei diritti civili, è evidente che l’incontro doveva avvenire, prima o poi. La cultura politica italiana, purtroppo, non ha maturato né riflessioni né convinzioni precise sul grande tema dei diritti civili, inteso quale nocciolo, quale motore, della rivoluzione liberale ancora tutta da fare e non solo in Italia (che non può essere certo la sola riforma dell’economia, la conquista di un maggior liberismo imprenditoriale), e dunque oggi ci si meraviglia della coerenza mia e dei radicali, e ci si chiede quali siano i nostri orientamenti progettuali. Si deve, insomma, andare a scoprire qualcosa, perché proprio non lo si conosce e non lo si capisce. Ma io ho allora riflettuto su questa nostra tematica dei diritti civili, e non mi è difficile individuare, oggi, gli orientamenti progettuali su cui muovermi. Sono gli stessi di allora, sono sempre le battaglie per i diritti civili: la “vita del diritto per il diritto alla vita”. Ieri l’aborto, oggi il tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità, o i diritti delle donne, o le questioni della demografia a livello mondiale, la globalizzazione. Ecco cosa è la mia, o la nostra, coerenza politica. Semplicissimamente, ma ancora la gente, gli stessi addetti ai lavori, per non parlare degli “intellettuali”, non riescono ad afferrarlo.
Fu lei la promotrice del referndum contro l’utilizzo del nucleare civile in Italia, che si concluse con una sostanziale vittoria e portò alla chiusura di tutte le centrali di quel tipo. Era il 1987, c’era scarsa informazione sui dati di fatto e molta confusione ideologica. Alla luce di ciò che si è verificato in seguito, della permanente dipendenza dell’Italia dai combustibili fossili, dall’emergere delle priorità ambientali e in particolare del problema dell’effetto serra, combatterebbe oggi la stessa battaglia, o farebbe scelte diverse?
Non mi sono mai pentita di quella scelta. Credo anzi sia stata positiva, tanto più in quanto la situazione di oggi non mi sembra radicalmente cambiata. Perché facemmo quella scelta? Non certo per ragioni ideologiche, almeno noi radicali, ma ritenendo che il nucleare civile porti con sé dei rischi che non sono controbilanciati da adeguati vantaggi. Ebbene, la vicenda di Chernobyl ha ampiamente dimostrato che la catastrofe nucleare è possibile: e, per quanto ne so, non si sono registrati successivamente progressi tecnologici tali da ridurre nettamente il rischio-catastrofi. Lo stesso vale per la questione scorie: per quanti sforzi i Paesi “produttori” di scorie abbiano fatto, mi pare rimanga aperto il problema del che fare con scorie che possono restare radioattive per qualche migliaio di anni.
E sul versante economico? La questione centrale rimane quella di trovare i modi migliori per risparmiare enerigia. Perché è un fatto che tutti i Paesi industrializzati dell’Ocse (ma non solo loro, penso ai paesi dell’Est, per esempio) continuano a sprecare energia. Come sostiene un Libro Verde della Commissione europea del 2000, il mondo contemporaneo ha bisogno di un “massiccio risparmio di energia”. Ebbene, nulla ci fa ritenere che la scelta nucleare sia stata la strada da percorrere per raggiungere questo obiettivo. Anche sulla strada delle energie rinnovabili non sono stati fatti passi decisivi. La realtà è che l’ultima ondata di centrali nucleari è stata realizzata negli anni Settanta (quelle oggi in cantiere sono meno numerose delle dita di una mano), che altri Paesi hanno fatto la stessa scelta dell’Italia, e che non spingono nella direzione del nucleare né gli Stati né la stessa Francia che, pur ricavando oggi l’80 per cento della sua energia elettrica dal nucleare, non può essere considerata come modello da imitare. Il motivo è che a favore del nucleare gioca l’argomento ideologico dell’effetto serra, giustamente usato contro l’uso dei combustibili fossili. Ora, il settore di gran lunga più inquinante, fra quelli “incriminati”, è quello dei trasporti, ma non dobbiamo dimenticare che il sistema dei trasporti consuma oggi appena il 6 per cento dell’energia detta “sporca”. A me pare che per contenere l’effetto inquinante del trasporto su strada bisognerebbe piuttosto pensare a riformare il sistema esistente, privilegiando il trasporto ferroviario rispetto a quello su gomma.
Il problema principale rimane quello della produzione dell’energia elettric, dove l’obiettivo rimane, a parere dei più nel mondo intero, quello di realizzare impianti poco costosi, semplici, durevoli e che non espongano a troppi rischi. Ora le centrali nucleari richiedono grandi investimenti e tempi di costruzione assai lunghi; sono impianti sofisticati, la cui sorveglianza esige uno specifico Know how, e per questo stesso pericolosi. Voglio dire, senza apparire “catastrofista” che, nell’agitato mondo di oggi, una centrale nucleare deve poter disporre, per essere considerata sicura, “anche” della pace civile, della pace sociale e della pace internazionale. Il che è tutt’altro che scontato. Faccio un solo esempio: se in Serbia ci fossero state delle centrali nucleari sarebbe stato molto più difficile per la comunità internazionale neutralizzare Milosevic. Ecco perché non mi pento della scelta di allora.
Per molti anni lei, dall’interno e dall’esterno del Parlamento europeo, ha denunciato l’insufficiente impegno dei governi di tutto il mondo per combattere con strumenti concreti la fame e il sottosviluppo. Occorre verificare, purtroppo, che negli ultimi vent’anni questo impegno non solo non è aumentato, ma si è spesso affievolito. D’altra parte, molti dei Paesi travagliati da questi problemi sono almeno corresponsabili di queste sciagure. Oggi la nuova tendenza è di fare nei Paesi riceventi, in modo da garantire la trasparenza e il buon fine degli aiuti umanitari e dei finanziamenti. Condivide questa nuova strategia?
Certamente. Non a caso non mi stanco di ringraziare l’economista e Premio Nobel indiano Amartya Sen per avere dimostrato che in certe realtà il godimento delle libertà individuali non è un optional né un lusso, bensì una delle condizioni necessarie per innescare lo sviluppo. Ci sono voluti alcuni decenni di fallimenti delle cosiddette “politiche dello sviluppo” per capire che l’aspetto più vistoso dello squilibrio fra Nord e Sud del mondo, il mancato trasferimento di risorse da Nord verso Sud, non può essere affrontato (e ancor meno risolto) “meccanicamente”, cioè ritoccando verso l’alto le percentuali di prodotto interno lordo che i Paesi industrializzati destinano a cosiddetti “aiuti allo sviluppo”. Anche se qualcuno, proprio in questi ultimi tempi, sembra purtroppo rivalutare questo approccio semplicistico.
E c’è voluto tutto il dibattito di questi ultimi anni sulla globalizzazione per valutare il peso spesso soffocante che esercitano sulle economie e selle società del Sud le politiche protezionistiche che continuano a praticare i Paesi più industrializzati, principali “donatori di aiuti”. Prendiamo l’Unione europea, che è giustamente fiera di essere il principale fornitore mondiale di aiuti allo sviluppo. Ebbene, fino a quando ogni bovino che pascola tra la Finlandia e la Sicilia riceve da Bruxelles un dollaro al giorno di sussidi – quello stesso dollaro al giorno di reddito che qualche miliardo di esseri umani fatica a racimolare per sopravvivere nell’indigenza – come si fa a pensare che l’Europa si sforza davvero di aiutare le economie povere a emanciparsi? L’economia argentina annega, ma l’Europa, che pure esprime quotidianamente solidarietà verso il popolo argentino fratello, non è disposta a importare la sua carne, che è fra le migliori del mondo. Paesi come il Marocco scoppiano, sotto il peso del sottosviluppo e dell’esplosione demografica (che solo in questi ultimi anni sembrano intenzionati a contenere): ma il Consiglio dei ministri dell’Ue va in tilt se qualcuno propone di ritoccare verso l’alto le quote di importazione di prodotti agricoli o tessili provenienti dal Marocco o da qualsiasi altro Paese del Sud. Per tacere dell’immigrazione. Come se fosse lecito a noi europei dare ogni giorno lezioni di “libero scambio” ai Paesi del Sud, esortandoli ad aprirci i loro mercati, per poi rifiutare i prodotti della loro economia o i loro cittadini che cercano, emigrando, di combattere individualmente la povertà.
Detto questo, che le politiche di cooperazione allo sviluppo vanno ripensate e concepite tenendo conto di questioni parallele come la liberalizzazione del commercio e dei flussi migratori, vengo alla questione essenziale della “partnership”, cioè alla necessità che i Paesi beneficiari delle politiche di sviluppo siano governati da gruppi dirigenti affidabili e responsabili, che perseguano l’interesse delle popolazioni che amministrano. Proprio per quello che sostiene Amartya Sen, oggi è necessario, per i Paesi e gli organismi donatori, privilegiare quei Governi che credono nei principi ispiratori dello Stato di diritto e della democrazia. E si sforzano di costruirli. E’ proprio pensando allo sviluppo, oltre che alla necessità di rendere “più etiche” le relazioni internazionali, che noi radicali siano promotori di una “Organizzazione mondiale della democrazia” di cui facciano parte, sul modello dell’Organizzazione mondiale del commercio, quei Paesi disposti a trasformare in norme vincolanti i principi e le regole dello Stato di diritto e della democrazia parlamentare. E’ necessario moltiplicare quelle “società aperte” che Karl Popper teorizzò e che qualche benemerito come l’Open Society Institute di George Soros cerca di costruire ai quattro angoli del mondo. Solo una società aperta può superare il paradosso denunciato dall’economista cileno hernando De Soto, secondo il quale alcuni miliardi di persone, che le statistiche ufficiali riguardanti vari continenti descrivono come “prigioniere della povertà”, in realtà possiedono – ma in forma “illegale” – le risorse necessarie per uscire dall’indigenza. Si tratta, spiega De Soto, di abitazioni, mezzi di produzione, esercizi commerciali, microaziende, che sono “capitale morto”, inutilizzabile, perché privi di riconoscimento legale, “abusivi”, per inefficienza burocratica, per corruzione, per mera insipienza politica.
Un altro aspetto del suo impegno politico e civile ha riguardato il disarmo, la messa al bando delle mine anti-uomo e la tutela dei rifugiati. Questo da posizioni sostanzialmente pacifiste che non si sono, però, mai allineate al pacifismo unilaterale di altre forze politiche, specie nella sinistra dello schieramento politico. Può spiegare i principi su cui si basano le vostre posizioni pacifiste e le scelte che ne sono conseguite?
I temi menzionati – disarmo, messa al bando delle mine-antiuomo, tutela dei rifugiati – o sono temi “politici” oppure restano, o rischiano di restare, temi vagamente “umanitari” cioè rituali e velleitari, al di là delle buone e nobili intenzioni di chi cerca di portarli avanti illudendosi di poterlo fare al di fuori, senza la politica. La cultura umanitaria, pur generosa, ha a volte paura, diffidenza, della politica. L’umanitario non vuol sporcarsi le mani con quella cosa ovviamente sporca che è la politica. Io non la penso così, anzi credo che solo la politica (che è organizzazione della lotta, non comunione degli spiriti) possa avviare a soluzione certi temi: questi di cui stiamo parlando. Il disarmo, ad esempio. Io ho chiaro che il disarmo non può essere una nobile istanza della coscienza delle cosiddette anime belle. Il disarmo può, deve diventare oggetto di confronto politico, serio e forte; lo si deve, cioè, ottenere sempre e solo nel rispetto di alcune esigenze ben definite. Non ci può essere, ad esempio, disarmo dinanzi alle forme del totalitarismo aggressivo che ancora dominano in alcune parti del mondo. Io sono stata favorevole all’intervento armato contro Saddam Hussein o contro Milosevic, perché consapevole dell’assenza di alternative di fronte ad una violenza senza diritto come quella scatenata dai due dittatori. E lo stesso si può dire della tutela dei rifugiati, che sono quasi sempre rifugiati che fuggono dalla violenza di un potere che ignora i fondamenti dei diritti umani e civili, e li calpesta solo per sete di potere, una sete del tutto totalitaria. Il cacciare via settori interi, mirati, di popolazione, minoranze etniche, religiose, politiche, o di qualsiasi altro genere. Governare significa governare innanzitutto le differenze, gli “altri”; cacciarli via non è governare, ma esattamente il suo contrario. La pulizia etnica, religiosa o di ualunque altro tipo è solo barbarie. Bisogna attivarsi contro, non lasciare che le cose marciscano in nome di una purezza “disarmista”. E questo spiega perché io mi batta anche, contemporaneamente, per la messa al bando delle mine antiuomo – che sono, a ben guardare, una delle forme del terrorismo attuale, perché non colpiscono solo il combattente armato, ma il civile, spesso anche quando la guerra è cessata da tempo. Non sono armi da guerra, sono armi di un terrorismo che tutti può insidiare.
Da quel che ho detto, dovrebbe essere chiaro che io non sono una pacifista nel senso più comune e sciatto del termine. Anzi, non sono per nulla una pacifista. Il pacifista ritiene di essere superiore alla politica, fa appello a un generico senso umanitario che, senza che lui se ne accorga, è solo un segno di viltà intellettuale. Il pacifista sostiene che i due contendenti sono uguali l’uno all’altro; in sostanza, che il governo di un Saddam Hussein equivale a un qualsiasi governo democratico. Il pacifista che la pensa così è un vile. Io, da nonviolenta, mi schiero invece senza riserve dalla parte della democrazia. Intendiamoci, io non credo che oggi ci siano democrazie perfette, ma pur sempre penso che un governo democratico, sia pure al 50 per cento o giù di lì, sia infinitamente superiore ad un governo totalitario e dittatoriale. Dunque mi schiero, e porto con orgoglio il peso dialettico, cioè anche conflittuale, della mia presenza nonviolenta, nel campo della democrazia. E in questo campo la mia battaglia è ugualmente forte e senza sconti per nessuno perché ogni giorno venga compiuto un passo, magari un solo passo ma continuo, incessante, verso la conversione degli strumenti di guerra in strumenti di pace. Mi batto contro le lobby militari, contro i tribunali militari, per il mantenimento strenuo dei diritti civili anche in momento di emergenza e di guerra, e così via.
La tradizionale politica antiproibizionista in fatto di droghe che i radicali portano avanti da anni non sembra fare breccia nell’opinione pubblica, che continua a percepire le vostre proposte come una sostanziale liberalizzazione all’uso e al commercio di devastanti sostanze, con danno conseguente per i giovani e per l’intera società. Ritiene che le ormai numerose esperienze di più o meno parziale liberalizzazione delle droghe nel mondo avvalorino la vostra tesi?
La domanda mi sembra ingenua. Sembra quasi che su certe materie esista una opinione pubblica liberamente formata attraverso la libera scelta dell’informazione da parte del singolo, del cittadino e dei cittadini. Credere questo è pura illusione. Oggi la cosiddetta opinione pubblica viene di fatto plasmata dai grandi media e, proprio su temi come il proibizionismo alle droghe, i grandi media impongono una scelta, anzi una non scelta, e perfino manipolano le reazioni. E, si badi bene, responsabile di una manipolazione cosiffatta non è solo la televisione privata, ma soprattutto quella di Stato, che dovrebbe rendere un servizio pubblico, vale a dire almeno tendenzialmente orientato verso la presentazione documentaria del fatto. Sul tea del proibizionismo la disinformazione/manipolazione è addirittura abnorme. Si dicono impunemente menzogne di ogni genere e successivamente si aizza l’opinione pubblica, con le sue paure, le sue diffidenze, le sue insicurezze, cioè i “drogati”. Il termine “drogato” diventa un mito negativo, il capro espiatorio di ben altre, e altrui, responsabilità. E’ drogato il ragazzo che si fa una canna di marijuana ed è drogato lo sbandato che cerca rifugio, drammaticamente, nell’eroina. Il proibizionismo criminalizza a 360 gradi il consumatore e, intanto, dimentica, vuole dimenticare – dolosamente – che necessariamente criminogeno è lui, il proibizionismo, che serve solo a fare arricchire, prosperare e moltiplicare la delinquenza organizza internazionale.
Noi non ci stupiamo affatto che l’opinione pubblica faccia confusione e ci veda come coloro che vogliono incitare la gente a farsi di droghe pesanti. Ci si avale artatamente di questo scambio tra menzogna e paure per esercitare una sorta di potere repressivo, di controllo psicologico sull’intera società. Noi diciamo invece che se i grandi media facessero una corretta informazione, l’opinione pubblica sarebbe dietro a noi, anche per eliminare quelle sue paure e insicurezze, che il nostro antiproibizionismo aiuterebbe a far scemare in modo considerevole. Lo sappiamo, questo, forti dell’esperienza dei nostri referendum, sempre potenzialmente vincenti presso la gente, se questa fosse stata correttamente informata. Ma lo sanno anche i proibizionisti, e per questo ci aggrediscono, cercano di ridurci al silenzio.
Per quel che riguarda gli esperimenti, molto parziali, in corso in qualche Paese, qualcosa di buono ne viene ed è ampiamente documentato (mentre i media non ne parlano, e anzi ne distorcono i risultati) ma si tratta di aperture insufficienti e ovviamente a rischio proprio perché parziali. Questo essere esperienze minoritarie le azzoppa. Non possono essere prese ad esempio generalizzato. Beninteso, io preferisco quanto si fa ad Amsterdam, in Spagna, o in Svizzera piuttosto che le menzogne all’italiana o, in generale, la stessa terminologia, la cultura, della cosiddetta “guerra alla droga”, quella imposta, propagandata da Arlacchi con i risultati che tutti hanno potuto constatare, compreso il foraggiamento dei Talebani in Afghanistan. Per sfogare la questione droga non occorre una guerra, ma solo la ragionevolezza della cultura liberale.
Parliamo della sua esperienza come commissario europeo nel quinquennio 1995-2000. La sua candidatura non è stata, inizialmente, sostenuta con molto vigore dall’opinione pubblica, ma dopo qualche anno di lavoro lei ha ottenuti consensiai livelli più alti in Europa. Ci racconti la sua esperienza di commissario europeo negli anni cruciali di Maastricht e della preparazione dell’euro.
La comunità che ho vissuto da commissaria era già quella ridisegnata dalla Commissione Delors a Maastricht nel 1992 e ulteriormente ritoccata dal Trattato di Amsterdam nel 1997. Da federalista quale sono, trovavo ragioni di soddisfazione ma anche di preoccupazione: soddisfazione per la nascita dell’Unione europea, dotata di un’anima politica e votata all’unificazione, ma anche perplessità per l’assenza di uno schema, di un itinerario istituzionale verso la meta dell’unificazione. Ero soddisfatta e preoccupata anche per l’architettura istituzionale nata a Maastricht, detta dei tre pilastri: le politiche già comuni, rette dall’esecutivo di Bruxelles; la politica estera e di sicurezza comune (la Pesc), risultato dell’interazione fra il Consiglio e le altre istituzioni; la materia giustizia-immigrazione, affidata alla dinamica intergovernativa. Chi condivide il mio approccio federalista ritiene che, in questo complesso meccanismo, il metodo comunitario, sia pure accompagnato e controbilanciato da forti dosi di sussidiarietà, debba sempre finire per prevalere. Perché solo dall’agire comune possono nascere quelle istituzioni forti senza le quali, secondo Jean Monnet, non si conclude molto. Quando io assunsi l’incarico di commissaria il pendolo europeo era nettamente spostato sul versante dell’integrazione, tanto che Etienne Davignon poteva definire la politica estera come “l’ultima vanità degli Stati”. Quasi che i giorni delle cancellerie nazionali fossero contati. Oggi constatiamo che gli stati nazionali sono ancora molto lontani dall'abbandonare queste ed altre vanità. C'é chi pensa che in realtà la codificazione del secondo e del terzo pilastro finiscano per ritardare, anziché facilitare, il processo di integrazione. La verità é che il pendolo si é spostato sul versante degli interessi nazionali: ma non tanto di questo mi preoccupo, quanto dell'assenza di riflessioni e di visioni sul futuro dell'Unione. Detto questo, i miei anni da commissaria sono stati sicuramente l'esperienza più importante e gratificante della mia carriera politica. Sento di poter dire che ho operato da federalista in tre campi che non potevano essere più diversi: l'azione umanitaria, rappresentazione tangibile della solidarietà europea nei confronti del mondo intero, ma anche componente essenziale squisitamente politica, di tutte le grandi crisi internazionali; la pesca, una politica comune ricalcata sull'archetipo comunitario della politica agricola; e infine la politiche dei consumatori, dicastero-centrencola nel momento in cui mi fu affidato, che diventó dicastero strategico per la sua partecipazione all'avventura della moneta unica; ma soprattutto per essere diventato - in virtù della crisi della mucca pazza e delle sue conseguenze - il nucleo fondatore e promotore di quei meccanismi di tutela della salute umana e animale che, nel giro di pochi anni, sono diventati una priorità in tutto il nostro continente. Non sta a me, ovviamente, giudicare dei consensi ottenuti. Io mi sono attenuta a tre regole fondamentali, care alla famiglia politica cui appartengo: il pieno rispetto delle istituzioni e delle loro regole; il primato della politica, quando si tratta di decideere, rispetto alla burocrazia; il diritto-dovere per ogni politico di comunicare , cioé di far sapere e far capire quello che sta facendo all'opinione pubblica.
Molti ritengono che, compiuta la grande opera di aggregazione economico-monetaria, varata la Banca centrale europea e la moneta unica e definite le politiche inerenti al Patto di Stabilità sia arrivato il momento di portare più avanti l'unificazione politica dei Quindici. Concorda con questa visione?
Se c'é qualcuno di impaziente, rispetto ai tempi del processo di integrazione europeo, sono proprio io. In quanto federalista, che continua a sognare gli Stati Uniti d'europa, e per carattere. Ma ció non mi impedisce di valutare le proporzioni, davvero storiche, senza retorica, dell'impegno che la nostra Comunità si é assunta con l'allargamento, che mi sembrerebbe più corretto definire come il processo di riunificazione del nostro continente, fino a ieri diviso dalla cortnina di ferro. Ancora senza retorica, sono fiera che la nostra Comunità abbia concepito e varato un progetto cosí ambizioso. Che ricalca in sostanza, su scala continentale, la sfida entusiasmante della riunificazione tedesca dopo l'abbattimento del muro di Berlino. A voler essere realisti, mi sembra già prodigioso che questo progetto sia oggi da considerare irreversibile, cioé senza vere alternative per tutti i partner coinvolti. Certo, i Quindici debbono portare avanti la loro unificazione politica. Ma altrettanto evidente mi pare che l'obiettivo dell'allargamento-riunificazione sia in sé squisitamente politico, talmente politico da richiedere ai Quindici, sul piano economico, la pazienza ed i nervi saldi necessari per assorbire gli inevitabili contraccolpi che verrano dall'ingresso nell'Unione di Paesi fortemente segnati da mezzo secolo di socialismo reale. Il gap fra l'apporto demografico ed il livello medio di sviluppo economico dei Paesi candidati é tale da imporre ai quindici e ai loro contribuenti il passaggio dal ruolo di benificiari (chi più chi meno) a quello di contribuenti netti dell'Unione allargata. Insomma, in nome di un grande obiettivo politico, la parte più sviluppata e opulenta dell'Europa si assume l'onere di fare da locomotiva - per un lasso di tempo che non sarà breve - alla parte meno ricca del continente. E tutto questo, per di più, in una fase storica in cui si affacciano sulla scena comunitaria coalizioni di governo che contengono forze politiche fortemente ispirate al localismo e all'egoismo, poco inclini alle grandi visioni e alla generosità. Ecco perché, pur conservando tutta la mia impazienza di federalista, credo che in questa fase sia necessario sintonizzare la realizzazione delle nostre ambizioni con l'evoluzione di una realtà che é assai complessa.
Portare l'Ue, che ha già i suoi importanti problemi di coordinamento sia in campo economico, sia istituzionale e politico, da 15 a 25-28 membri non rischia di determinare una situazione eccessivamente complessa da gestire e di portare, in seguito, alla frantumazione di quanto oggi già si é costruito?
Lo stesso realismo che mi ispira le considerazioni appena fatte, mi porta alla convinzione che la nostra comunità ha accumulato un ritardo gravissimo per quanto riguarda la necessaria riforma delle sue istituzioni e del loro funzionamento. Sono fra quelli che denunciavano il rischio di ingovernabilità dell'Unione - per l'inadeguatezza dei suoi meccanismi istituzionali - già prima della "delusione" di Nizza, quando é diventato chiaro per tutti che nessuno fra i Quindici ha saputo, o voluto, concepire una ricetta istituzonale capace di rivitalizzare il funzionamento della nostra Comunità. E non c'é dubbio, credo, che i rischi aumentano con l'avvicinarsi delle scadenze delle nuove adesioni: stanno per entrare a far parte del club Paesi le cui democrazie sono in via di consolidamento, che da una parte hanno sottoscritto volontariamente regole assai impegnative e vincolanti (il mercato e la moneta unica, il secondo pilastro della Pesc, la cooperazione in materia di giustizia e immigrazione), ma che da un'altra parte potrebbero risultare assai restii a concedere sostanziali cessioni della propria sovranità senza le stesse contropartite - diritto ai propri commissari, meccanismi decisionali - di cui i Quindici hanno goduto finora. O qualcuno compie il miracolo di una riforma istituzionale rapida e funzionale, prima dell'allargamento, o andremo inesorabilmente verso una comunità paralizzata da una Commissione-assemblea di 30 membri, un Parlamento ipertrofico, un Consiglio a 25/28 ministri dove l'attuale tradizione del "giro di tavolo" prenderà un'intera giornata. Una specie di ONU su scala europea.
Dell'Unione europea si dice che sia un gigante economico, ma un nano politico; un'altra definizione molto attuale é che sia una potenza regionale con ambizioni globali. Riuscirà, secondo lei, a esprimere queste ambizioni e ad assumere un ruolo politico internazionale più coerente con la sua realtà sottostante?
C'é del vero, ovviamente, in queste definizioni. E' indiscutibile che il gap fra il peso economico e quello politico dell'Unione. In materia di commercio multilaterale, per esempio, o di concorrenza, Bruxelles vanta un know how e un'esperienza comunitari che vanno ben oltre la somma delle capacità dei suoi singoli Stati-membri, e che pongono l'Unione su un piede di parità rispetto agli Stati Uniti sulla scena mondiale. Ma non si puó dire lo stesso sul terreno, assai più politico, della diplomazia e della difesa-sicurezza. Non troviamo, su questo versante, un contenitore comune capace di affermare la sua supremazia rispetto ai singoli ministeri degli Esteri o della difesa. Certo, é stato un passo avanti la creazione del ruolo di "Alto Rappresentante Pesd" incarnato, non senza risultati ma non senza difficoltà, da Xavier Solana. E non é un risultato trascurabile l'avvenuta creazione di un primo nucleo di esercito comunitario, la Forza di Reazione Rapida, che sarà operativa nel 2003. Quello che purtroppo rimane rimane oscuro é se l'ambizione globale, di cui lei parla, venga nutrita oggi davvero da tutti i Quindici "a titolo comunitario", o non sia invece la somma di vecchie ambizioni radicate nella tradizione di alcuni Stati-membri, che cercano nell'Unione una sponda per far meglio valere i propri interessi nazionali, veri o presunti che siano. Manca, lo si é detto fino alla nasua, una visione ambiziosa e , soprattutto, un progetto capace di dare finalmente all'Ue i mezzi per realizzare le proprie ambizioni. I più ottimisti sostengono che la nostra comunità é condannata ad assumere con il tempo il ruolo politico globale che le compete. E fanno notare che anche il ruolo di potenza regionale, tutt'altro che evidente fino a pochi anni fa, al culmine della crisi dei Balcani, incomincia a concretizzarsi ora, proprio in virtù dell'allargamento-riunificazione, con la dichiarata volontà dell'Unione europea di organizzare e governare il destino comune dei popoli dell'intero continente. Io spero che gli ottimisti abbiano ragione. Ma non so rassegnarmi a vedere la nostra comunità ancora incapace di svolgere un ruolo politico proporzionato al suo peso economico, per esempio lungo tutto l'arco delle frontiere mediterranee: dallo scacchiere mediorientale, dove dobbiamo rassegnarci (quando va bene) al ruolo di testimone privilegiato, al Maghreb, passado per l'Egitto. Eppure proprio lí, sulle sponde del Mediterraneo, vanno affrontate alcune fra le questioni più attuali per l'Europa comunitaria: la sicurezza, l'integralismo politico-religioso, i flussi migratori.
Europa e Stati Uniti esprimono punti di vista parzialmente omogenei sull'emergenza terrorismo. Hanno ragione gli Stati Uniti a ritenere che si tratti di una gravissima minaccia alla stabilità internazionale e alla democrazia, se non addirittura alla sopravvivenza del mondo occidentale cosí come noi lo conosciamo, o l'Europa a cercare di raffreddare i toni del confronto, a rallentare le iniziative militari e a perseguire compromessi tesi alla pacificazione a ogni costo?
Quasi tutto é già stato detto in materia di terrorismo, dopo l'11 settembre. Per quanto mi riguarda, non avendo bisogno di certificare oggi la mia antica simpatia e la mia ammirazione per la democrazia americana, ribadisco le mie riserve sul modo in cui l'amministrazione Bush ha varato la sua "alleanza globale contro il terrorismo", ricorrendo cioé a un approccio basato sulla sicurezza e sulla vecchia logica della Realpolitik (il nemico del mio nemico é mio amico), piuttosto che su analisi nuove e coraggiose di tutte le circostanze che hanno favorito l'insorgere nella nostra epoca del terrorismo detto globale. Con il che si rischia di tenere sí a bada i mostri di oggi, ma di sottovalutare, se non addirittura coltivare, i mostri di domani. Ho una riflessione da aggiungere a quanto é stato detto, soprattutto a proposito del gap psicologico fra Europa e America in materia di terrorismo. Gli europei della mia generazione hanno, a differenza dei loro coetani americani, un'esperienza diretta del terrorismo, "in casa". Spagnoli, inglesi, italiani (per citare solo i casi europei più vistosi) hanno imparato a coabitare con la violenza politica più assurda e spietata. Nessuno di noi ha mai pensato di abbassare la guardia contro questo fenomeno, ma abbiamo imparato a guardarlo in faccia, a cercare di capirlo nel momento stesso in cui lo si combatte. Sta forse qui una spiegazione possibile del minor trauma che (a parità di emozione e indignazione) le stragi di Manhattan hanno provocato sui due versanti dell'Atlantico. E' quasi paradossale, a questo proposito, per un europeo constatre che, nella fase storica in cui gli Stati Uniti si affermano come l'unica superpotenza esistente, essi risultano per la prima volta - in termini di sicurezza - assai più vulnerabili di quell'Europa la cui sicurezza proprio gli americani garantiscono da quasi un secolo. Nessun europeo pretende di dare lezioni di anti-terrorismo agli Stai Uniti. (Anche se basta guardare al caso irlandese per capire che il ristabilimento della sicurezza con le armi non sconfigge il terrorismo finché non intervengono le armi della politica). Tanto più che anche in America c'é chi ritiene che la risposta militare sia solo uno degli strumenti da utilizzare contro i movimenti terroristici e contro gli Stati-canaglia; e che per attaccare il male alle radici sia necessario fare ricorso, oltre che agli strateghi della guerra, anche a quelli che si occupano di intelligence, di commercio, di gestione degli aiuti internazionali, di lotta alla povertà. E, ultimo ma non meno importante, di rispetto dei diritti umani.
EMMA BONINO
Parlamentare europea
La laurea in Bocconi e, subito dopo, l’ingresso nel difficile percorso della politica di professione. Che cosa ha determinato questa sua scelta, che ha portato avanti coerentemente fino ad oggi?
Quando cominciai la mia esperienza di impegno civile, non ancora esplicitamente politico, ero mossa innanzitutto da impulsi etici e personali. Personalissimo fu il “movente”: l’esperienza amara e umiliante di un aborto, necessariamente clandestino, a metà degli anni Settanta, che vissi come una violenza intollerabile nei confronti della mia persona, della mia dignità. Ero all’epoca un’insegnante precaria di lingue, senza grandi passioni politiche, ma trovai naturale offrire la mia collaborazione alle persone e all’organizzazione, il Centro Informazione su Sterilizzazione e Aborto (Cisa) che spontaneamente si erano occupate di me e della mia sofferenza. Occupandomi di aborto, in realtà, mi occupavo di me stessa, nel senso che investivo al mia azione su problemi che, come donna o come individuo, sentivo come i miei. Senza esserne chiaramente cosciente, realizzavo in me, sperimentalmente, quello slogan che allora circolava parecchio e che diceva che “il personale è politico”. Man mano che la mia battaglia si ampliava e assumeva, come mezzi di lotta e come linguaggio, un carattere “oggettivamente” politico, cominciai a guardarmi attorno. Fu ovvio, vi ero obbligata. Non feci nemmeno un grande sforzo, perché molte erano le voci che sentivo turbinare attorno a me, che aderivano o mi osteggiavano con le loro parole d’ordine. A un certo punto mi accorsi che il gruppo, quelli che avevano più affinità con i miei problemi e il mio stesso linguaggio erano i, chiamiamoli così, “pannelliani”. I loro metodi, con il coinvolgimento del loro “personale” nel vivo della lotta, senza residui né compromessi, la loro conclamata fiducia nella “lealtà” come componente essenziale del confronto politico (senza peraltro negare le necessarie astuzie, i compromessi, i calcoli senza i quali non si fa politica ma solo testimonianza vuota e sterile) erano qualcosa che suscitava in me una effettiva simpatia. Mi ritrovai ad essere radicale senza quasi saperlo né volerlo.
La sua è una storia di coerenza politica, con una militanza continua fin dalle origini con il Partito radicale. Su qualivalori etici e quali orientamenti progettuali si fonda questa adesione?
Condivisi con i radicali l’esperienza del carcere, condivisi con i radicali l’esperienza del Cisa, che appunto si federò al partito radicale senza riserve né residui. Quella che lei definisce la mia coerenza politica era la loro stessa coerenza politica e divenne – doveva divenire – la comune coerenza politica. I valori etici, gli orientamenti progettuali che ne derivarono erano quasi – anzi senza quasi – obbligati. Se io mi battevo per quello che ritenevo un mio diritto (poter gestire il mio corpo) e i radicali avevano come bandiera la difesa dei diritti civili, è evidente che l’incontro doveva avvenire, prima o poi. La cultura politica italiana, purtroppo, non ha maturato né riflessioni né convinzioni precise sul grande tema dei diritti civili, inteso quale nocciolo, quale motore, della rivoluzione liberale ancora tutta da fare e non solo in Italia (che non può essere certo la sola riforma dell’economia, la conquista di un maggior liberismo imprenditoriale), e dunque oggi ci si meraviglia della coerenza mia e dei radicali, e ci si chiede quali siano i nostri orientamenti progettuali. Si deve, insomma, andare a scoprire qualcosa, perché proprio non lo si conosce e non lo si capisce. Ma io ho allora riflettuto su questa nostra tematica dei diritti civili, e non mi è difficile individuare, oggi, gli orientamenti progettuali su cui muovermi. Sono gli stessi di allora, sono sempre le battaglie per i diritti civili: la “vita del diritto per il diritto alla vita”. Ieri l’aborto, oggi il tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità, o i diritti delle donne, o le questioni della demografia a livello mondiale, la globalizzazione. Ecco cosa è la mia, o la nostra, coerenza politica. Semplicissimamente, ma ancora la gente, gli stessi addetti ai lavori, per non parlare degli “intellettuali”, non riescono ad afferrarlo.
Fu lei la promotrice del referndum contro l’utilizzo del nucleare civile in Italia, che si concluse con una sostanziale vittoria e portò alla chiusura di tutte le centrali di quel tipo. Era il 1987, c’era scarsa informazione sui dati di fatto e molta confusione ideologica. Alla luce di ciò che si è verificato in seguito, della permanente dipendenza dell’Italia dai combustibili fossili, dall’emergere delle priorità ambientali e in particolare del problema dell’effetto serra, combatterebbe oggi la stessa battaglia, o farebbe scelte diverse?
Non mi sono mai pentita di quella scelta. Credo anzi sia stata positiva, tanto più in quanto la situazione di oggi non mi sembra radicalmente cambiata. Perché facemmo quella scelta? Non certo per ragioni ideologiche, almeno noi radicali, ma ritenendo che il nucleare civile porti con sé dei rischi che non sono controbilanciati da adeguati vantaggi. Ebbene, la vicenda di Chernobyl ha ampiamente dimostrato che la catastrofe nucleare è possibile: e, per quanto ne so, non si sono registrati successivamente progressi tecnologici tali da ridurre nettamente il rischio-catastrofi. Lo stesso vale per la questione scorie: per quanti sforzi i Paesi “produttori” di scorie abbiano fatto, mi pare rimanga aperto il problema del che fare con scorie che possono restare radioattive per qualche migliaio di anni.
E sul versante economico? La questione centrale rimane quella di trovare i modi migliori per risparmiare enerigia. Perché è un fatto che tutti i Paesi industrializzati dell’Ocse (ma non solo loro, penso ai paesi dell’Est, per esempio) continuano a sprecare energia. Come sostiene un Libro Verde della Commissione europea del 2000, il mondo contemporaneo ha bisogno di un “massiccio risparmio di energia”. Ebbene, nulla ci fa ritenere che la scelta nucleare sia stata la strada da percorrere per raggiungere questo obiettivo. Anche sulla strada delle energie rinnovabili non sono stati fatti passi decisivi. La realtà è che l’ultima ondata di centrali nucleari è stata realizzata negli anni Settanta (quelle oggi in cantiere sono meno numerose delle dita di una mano), che altri Paesi hanno fatto la stessa scelta dell’Italia, e che non spingono nella direzione del nucleare né gli Stati né la stessa Francia che, pur ricavando oggi l’80 per cento della sua energia elettrica dal nucleare, non può essere considerata come modello da imitare. Il motivo è che a favore del nucleare gioca l’argomento ideologico dell’effetto serra, giustamente usato contro l’uso dei combustibili fossili. Ora, il settore di gran lunga più inquinante, fra quelli “incriminati”, è quello dei trasporti, ma non dobbiamo dimenticare che il sistema dei trasporti consuma oggi appena il 6 per cento dell’energia detta “sporca”. A me pare che per contenere l’effetto inquinante del trasporto su strada bisognerebbe piuttosto pensare a riformare il sistema esistente, privilegiando il trasporto ferroviario rispetto a quello su gomma.
Il problema principale rimane quello della produzione dell’energia elettric, dove l’obiettivo rimane, a parere dei più nel mondo intero, quello di realizzare impianti poco costosi, semplici, durevoli e che non espongano a troppi rischi. Ora le centrali nucleari richiedono grandi investimenti e tempi di costruzione assai lunghi; sono impianti sofisticati, la cui sorveglianza esige uno specifico Know how, e per questo stesso pericolosi. Voglio dire, senza apparire “catastrofista” che, nell’agitato mondo di oggi, una centrale nucleare deve poter disporre, per essere considerata sicura, “anche” della pace civile, della pace sociale e della pace internazionale. Il che è tutt’altro che scontato. Faccio un solo esempio: se in Serbia ci fossero state delle centrali nucleari sarebbe stato molto più difficile per la comunità internazionale neutralizzare Milosevic. Ecco perché non mi pento della scelta di allora.
Per molti anni lei, dall’interno e dall’esterno del Parlamento europeo, ha denunciato l’insufficiente impegno dei governi di tutto il mondo per combattere con strumenti concreti la fame e il sottosviluppo. Occorre verificare, purtroppo, che negli ultimi vent’anni questo impegno non solo non è aumentato, ma si è spesso affievolito. D’altra parte, molti dei Paesi travagliati da questi problemi sono almeno corresponsabili di queste sciagure. Oggi la nuova tendenza è di fare nei Paesi riceventi, in modo da garantire la trasparenza e il buon fine degli aiuti umanitari e dei finanziamenti. Condivide questa nuova strategia?
Certamente. Non a caso non mi stanco di ringraziare l’economista e Premio Nobel indiano Amartya Sen per avere dimostrato che in certe realtà il godimento delle libertà individuali non è un optional né un lusso, bensì una delle condizioni necessarie per innescare lo sviluppo. Ci sono voluti alcuni decenni di fallimenti delle cosiddette “politiche dello sviluppo” per capire che l’aspetto più vistoso dello squilibrio fra Nord e Sud del mondo, il mancato trasferimento di risorse da Nord verso Sud, non può essere affrontato (e ancor meno risolto) “meccanicamente”, cioè ritoccando verso l’alto le percentuali di prodotto interno lordo che i Paesi industrializzati destinano a cosiddetti “aiuti allo sviluppo”. Anche se qualcuno, proprio in questi ultimi tempi, sembra purtroppo rivalutare questo approccio semplicistico.
E c’è voluto tutto il dibattito di questi ultimi anni sulla globalizzazione per valutare il peso spesso soffocante che esercitano sulle economie e selle società del Sud le politiche protezionistiche che continuano a praticare i Paesi più industrializzati, principali “donatori di aiuti”. Prendiamo l’Unione europea, che è giustamente fiera di essere il principale fornitore mondiale di aiuti allo sviluppo. Ebbene, fino a quando ogni bovino che pascola tra la Finlandia e la Sicilia riceve da Bruxelles un dollaro al giorno di sussidi – quello stesso dollaro al giorno di reddito che qualche miliardo di esseri umani fatica a racimolare per sopravvivere nell’indigenza – come si fa a pensare che l’Europa si sforza davvero di aiutare le economie povere a emanciparsi? L’economia argentina annega, ma l’Europa, che pure esprime quotidianamente solidarietà verso il popolo argentino fratello, non è disposta a importare la sua carne, che è fra le migliori del mondo. Paesi come il Marocco scoppiano, sotto il peso del sottosviluppo e dell’esplosione demografica (che solo in questi ultimi anni sembrano intenzionati a contenere): ma il Consiglio dei ministri dell’Ue va in tilt se qualcuno propone di ritoccare verso l’alto le quote di importazione di prodotti agricoli o tessili provenienti dal Marocco o da qualsiasi altro Paese del Sud. Per tacere dell’immigrazione. Come se fosse lecito a noi europei dare ogni giorno lezioni di “libero scambio” ai Paesi del Sud, esortandoli ad aprirci i loro mercati, per poi rifiutare i prodotti della loro economia o i loro cittadini che cercano, emigrando, di combattere individualmente la povertà.
Detto questo, che le politiche di cooperazione allo sviluppo vanno ripensate e concepite tenendo conto di questioni parallele come la liberalizzazione del commercio e dei flussi migratori, vengo alla questione essenziale della “partnership”, cioè alla necessità che i Paesi beneficiari delle politiche di sviluppo siano governati da gruppi dirigenti affidabili e responsabili, che perseguano l’interesse delle popolazioni che amministrano. Proprio per quello che sostiene Amartya Sen, oggi è necessario, per i Paesi e gli organismi donatori, privilegiare quei Governi che credono nei principi ispiratori dello Stato di diritto e della democrazia. E si sforzano di costruirli. E’ proprio pensando allo sviluppo, oltre che alla necessità di rendere “più etiche” le relazioni internazionali, che noi radicali siano promotori di una “Organizzazione mondiale della democrazia” di cui facciano parte, sul modello dell’Organizzazione mondiale del commercio, quei Paesi disposti a trasformare in norme vincolanti i principi e le regole dello Stato di diritto e della democrazia parlamentare. E’ necessario moltiplicare quelle “società aperte” che Karl Popper teorizzò e che qualche benemerito come l’Open Society Institute di George Soros cerca di costruire ai quattro angoli del mondo. Solo una società aperta può superare il paradosso denunciato dall’economista cileno hernando De Soto, secondo il quale alcuni miliardi di persone, che le statistiche ufficiali riguardanti vari continenti descrivono come “prigioniere della povertà”, in realtà possiedono – ma in forma “illegale” – le risorse necessarie per uscire dall’indigenza. Si tratta, spiega De Soto, di abitazioni, mezzi di produzione, esercizi commerciali, microaziende, che sono “capitale morto”, inutilizzabile, perché privi di riconoscimento legale, “abusivi”, per inefficienza burocratica, per corruzione, per mera insipienza politica.
Un altro aspetto del suo impegno politico e civile ha riguardato il disarmo, la messa al bando delle mine anti-uomo e la tutela dei rifugiati. Questo da posizioni sostanzialmente pacifiste che non si sono, però, mai allineate al pacifismo unilaterale di altre forze politiche, specie nella sinistra dello schieramento politico. Può spiegare i principi su cui si basano le vostre posizioni pacifiste e le scelte che ne sono conseguite?
I temi menzionati – disarmo, messa al bando delle mine-antiuomo, tutela dei rifugiati – o sono temi “politici” oppure restano, o rischiano di restare, temi vagamente “umanitari” cioè rituali e velleitari, al di là delle buone e nobili intenzioni di chi cerca di portarli avanti illudendosi di poterlo fare al di fuori, senza la politica. La cultura umanitaria, pur generosa, ha a volte paura, diffidenza, della politica. L’umanitario non vuol sporcarsi le mani con quella cosa ovviamente sporca che è la politica. Io non la penso così, anzi credo che solo la politica (che è organizzazione della lotta, non comunione degli spiriti) possa avviare a soluzione certi temi: questi di cui stiamo parlando. Il disarmo, ad esempio. Io ho chiaro che il disarmo non può essere una nobile istanza della coscienza delle cosiddette anime belle. Il disarmo può, deve diventare oggetto di confronto politico, serio e forte; lo si deve, cioè, ottenere sempre e solo nel rispetto di alcune esigenze ben definite. Non ci può essere, ad esempio, disarmo dinanzi alle forme del totalitarismo aggressivo che ancora dominano in alcune parti del mondo. Io sono stata favorevole all’intervento armato contro Saddam Hussein o contro Milosevic, perché consapevole dell’assenza di alternative di fronte ad una violenza senza diritto come quella scatenata dai due dittatori. E lo stesso si può dire della tutela dei rifugiati, che sono quasi sempre rifugiati che fuggono dalla violenza di un potere che ignora i fondamenti dei diritti umani e civili, e li calpesta solo per sete di potere, una sete del tutto totalitaria. Il cacciare via settori interi, mirati, di popolazione, minoranze etniche, religiose, politiche, o di qualsiasi altro genere. Governare significa governare innanzitutto le differenze, gli “altri”; cacciarli via non è governare, ma esattamente il suo contrario. La pulizia etnica, religiosa o di ualunque altro tipo è solo barbarie. Bisogna attivarsi contro, non lasciare che le cose marciscano in nome di una purezza “disarmista”. E questo spiega perché io mi batta anche, contemporaneamente, per la messa al bando delle mine antiuomo – che sono, a ben guardare, una delle forme del terrorismo attuale, perché non colpiscono solo il combattente armato, ma il civile, spesso anche quando la guerra è cessata da tempo. Non sono armi da guerra, sono armi di un terrorismo che tutti può insidiare.
Da quel che ho detto, dovrebbe essere chiaro che io non sono una pacifista nel senso più comune e sciatto del termine. Anzi, non sono per nulla una pacifista. Il pacifista ritiene di essere superiore alla politica, fa appello a un generico senso umanitario che, senza che lui se ne accorga, è solo un segno di viltà intellettuale. Il pacifista sostiene che i due contendenti sono uguali l’uno all’altro; in sostanza, che il governo di un Saddam Hussein equivale a un qualsiasi governo democratico. Il pacifista che la pensa così è un vile. Io, da nonviolenta, mi schiero invece senza riserve dalla parte della democrazia. Intendiamoci, io non credo che oggi ci siano democrazie perfette, ma pur sempre penso che un governo democratico, sia pure al 50 per cento o giù di lì, sia infinitamente superiore ad un governo totalitario e dittatoriale. Dunque mi schiero, e porto con orgoglio il peso dialettico, cioè anche conflittuale, della mia presenza nonviolenta, nel campo della democrazia. E in questo campo la mia battaglia è ugualmente forte e senza sconti per nessuno perché ogni giorno venga compiuto un passo, magari un solo passo ma continuo, incessante, verso la conversione degli strumenti di guerra in strumenti di pace. Mi batto contro le lobby militari, contro i tribunali militari, per il mantenimento strenuo dei diritti civili anche in momento di emergenza e di guerra, e così via.
La tradizionale politica antiproibizionista in fatto di droghe che i radicali portano avanti da anni non sembra fare breccia nell’opinione pubblica, che continua a percepire le vostre proposte come una sostanziale liberalizzazione all’uso e al commercio di devastanti sostanze, con danno conseguente per i giovani e per l’intera società. Ritiene che le ormai numerose esperienze di più o meno parziale liberalizzazione delle droghe nel mondo avvalorino la vostra tesi?
La domanda mi sembra ingenua. Sembra quasi che su certe materie esista una opinione pubblica liberamente formata attraverso la libera scelta dell’informazione da parte del singolo, del cittadino e dei cittadini. Credere questo è pura illusione. Oggi la cosiddetta opinione pubblica viene di fatto plasmata dai grandi media e, proprio su temi come il proibizionismo alle droghe, i grandi media impongono una scelta, anzi una non scelta, e perfino manipolano le reazioni. E, si badi bene, responsabile di una manipolazione cosiffatta non è solo la televisione privata, ma soprattutto quella di Stato, che dovrebbe rendere un servizio pubblico, vale a dire almeno tendenzialmente orientato verso la presentazione documentaria del fatto. Sul tea del proibizionismo la disinformazione/manipolazione è addirittura abnorme. Si dicono impunemente menzogne di ogni genere e successivamente si aizza l’opinione pubblica, con le sue paure, le sue diffidenze, le sue insicurezze, cioè i “drogati”. Il termine “drogato” diventa un mito negativo, il capro espiatorio di ben altre, e altrui, responsabilità. E’ drogato il ragazzo che si fa una canna di marijuana ed è drogato lo sbandato che cerca rifugio, drammaticamente, nell’eroina. Il proibizionismo criminalizza a 360 gradi il consumatore e, intanto, dimentica, vuole dimenticare – dolosamente – che necessariamente criminogeno è lui, il proibizionismo, che serve solo a fare arricchire, prosperare e moltiplicare la delinquenza organizza internazionale.
Noi non ci stupiamo affatto che l’opinione pubblica faccia confusione e ci veda come coloro che vogliono incitare la gente a farsi di droghe pesanti. Ci si avale artatamente di questo scambio tra menzogna e paure per esercitare una sorta di potere repressivo, di controllo psicologico sull’intera società. Noi diciamo invece che se i grandi media facessero una corretta informazione, l’opinione pubblica sarebbe dietro a noi, anche per eliminare quelle sue paure e insicurezze, che il nostro antiproibizionismo aiuterebbe a far scemare in modo considerevole. Lo sappiamo, questo, forti dell’esperienza dei nostri referendum, sempre potenzialmente vincenti presso la gente, se questa fosse stata correttamente informata. Ma lo sanno anche i proibizionisti, e per questo ci aggrediscono, cercano di ridurci al silenzio.
Per quel che riguarda gli esperimenti, molto parziali, in corso in qualche Paese, qualcosa di buono ne viene ed è ampiamente documentato (mentre i media non ne parlano, e anzi ne distorcono i risultati) ma si tratta di aperture insufficienti e ovviamente a rischio proprio perché parziali. Questo essere esperienze minoritarie le azzoppa. Non possono essere prese ad esempio generalizzato. Beninteso, io preferisco quanto si fa ad Amsterdam, in Spagna, o in Svizzera piuttosto che le menzogne all’italiana o, in generale, la stessa terminologia, la cultura, della cosiddetta “guerra alla droga”, quella imposta, propagandata da Arlacchi con i risultati che tutti hanno potuto constatare, compreso il foraggiamento dei Talebani in Afghanistan. Per sfogare la questione droga non occorre una guerra, ma solo la ragionevolezza della cultura liberale.
Parliamo della sua esperienza come commissario europeo nel quinquennio 1995-2000. La sua candidatura non è stata, inizialmente, sostenuta con molto vigore dall’opinione pubblica, ma dopo qualche anno di lavoro lei ha ottenuti consensiai livelli più alti in Europa. Ci racconti la sua esperienza di commissario europeo negli anni cruciali di Maastricht e della preparazione dell’euro.
La comunità che ho vissuto da commissaria era già quella ridisegnata dalla Commissione Delors a Maastricht nel 1992 e ulteriormente ritoccata dal Trattato di Amsterdam nel 1997. Da federalista quale sono, trovavo ragioni di soddisfazione ma anche di preoccupazione: soddisfazione per la nascita dell’Unione europea, dotata di un’anima politica e votata all’unificazione, ma anche perplessità per l’assenza di uno schema, di un itinerario istituzionale verso la meta dell’unificazione. Ero soddisfatta e preoccupata anche per l’architettura istituzionale nata a Maastricht, detta dei tre pilastri: le politiche già comuni, rette dall’esecutivo di Bruxelles; la politica estera e di sicurezza comune (la Pesc), risultato dell’interazione fra il Consiglio e le altre istituzioni; la materia giustizia-immigrazione, affidata alla dinamica intergovernativa. Chi condivide il mio approccio federalista ritiene che, in questo complesso meccanismo, il metodo comunitario, sia pure accompagnato e controbilanciato da forti dosi di sussidiarietà, debba sempre finire per prevalere. Perché solo dall’agire comune possono nascere quelle istituzioni forti senza le quali, secondo Jean Monnet, non si conclude molto. Quando io assunsi l’incarico di commissaria il pendolo europeo era nettamente spostato sul versante dell’integrazione, tanto che Etienne Davignon poteva definire la politica estera come “l’ultima vanità degli Stati”. Quasi che i giorni delle cancellerie nazionali fossero contati. Oggi constatiamo che gli stati nazionali sono ancora molto lontani dall'abbandonare queste ed altre vanità. C'é chi pensa che in realtà la codificazione del secondo e del terzo pilastro finiscano per ritardare, anziché facilitare, il processo di integrazione. La verità é che il pendolo si é spostato sul versante degli interessi nazionali: ma non tanto di questo mi preoccupo, quanto dell'assenza di riflessioni e di visioni sul futuro dell'Unione. Detto questo, i miei anni da commissaria sono stati sicuramente l'esperienza più importante e gratificante della mia carriera politica. Sento di poter dire che ho operato da federalista in tre campi che non potevano essere più diversi: l'azione umanitaria, rappresentazione tangibile della solidarietà europea nei confronti del mondo intero, ma anche componente essenziale squisitamente politica, di tutte le grandi crisi internazionali; la pesca, una politica comune ricalcata sull'archetipo comunitario della politica agricola; e infine la politiche dei consumatori, dicastero-centrencola nel momento in cui mi fu affidato, che diventó dicastero strategico per la sua partecipazione all'avventura della moneta unica; ma soprattutto per essere diventato - in virtù della crisi della mucca pazza e delle sue conseguenze - il nucleo fondatore e promotore di quei meccanismi di tutela della salute umana e animale che, nel giro di pochi anni, sono diventati una priorità in tutto il nostro continente. Non sta a me, ovviamente, giudicare dei consensi ottenuti. Io mi sono attenuta a tre regole fondamentali, care alla famiglia politica cui appartengo: il pieno rispetto delle istituzioni e delle loro regole; il primato della politica, quando si tratta di decideere, rispetto alla burocrazia; il diritto-dovere per ogni politico di comunicare , cioé di far sapere e far capire quello che sta facendo all'opinione pubblica.
Molti ritengono che, compiuta la grande opera di aggregazione economico-monetaria, varata la Banca centrale europea e la moneta unica e definite le politiche inerenti al Patto di Stabilità sia arrivato il momento di portare più avanti l'unificazione politica dei Quindici. Concorda con questa visione?
Se c'é qualcuno di impaziente, rispetto ai tempi del processo di integrazione europeo, sono proprio io. In quanto federalista, che continua a sognare gli Stati Uniti d'europa, e per carattere. Ma ció non mi impedisce di valutare le proporzioni, davvero storiche, senza retorica, dell'impegno che la nostra Comunità si é assunta con l'allargamento, che mi sembrerebbe più corretto definire come il processo di riunificazione del nostro continente, fino a ieri diviso dalla cortnina di ferro. Ancora senza retorica, sono fiera che la nostra Comunità abbia concepito e varato un progetto cosí ambizioso. Che ricalca in sostanza, su scala continentale, la sfida entusiasmante della riunificazione tedesca dopo l'abbattimento del muro di Berlino. A voler essere realisti, mi sembra già prodigioso che questo progetto sia oggi da considerare irreversibile, cioé senza vere alternative per tutti i partner coinvolti. Certo, i Quindici debbono portare avanti la loro unificazione politica. Ma altrettanto evidente mi pare che l'obiettivo dell'allargamento-riunificazione sia in sé squisitamente politico, talmente politico da richiedere ai Quindici, sul piano economico, la pazienza ed i nervi saldi necessari per assorbire gli inevitabili contraccolpi che verrano dall'ingresso nell'Unione di Paesi fortemente segnati da mezzo secolo di socialismo reale. Il gap fra l'apporto demografico ed il livello medio di sviluppo economico dei Paesi candidati é tale da imporre ai quindici e ai loro contribuenti il passaggio dal ruolo di benificiari (chi più chi meno) a quello di contribuenti netti dell'Unione allargata. Insomma, in nome di un grande obiettivo politico, la parte più sviluppata e opulenta dell'Europa si assume l'onere di fare da locomotiva - per un lasso di tempo che non sarà breve - alla parte meno ricca del continente. E tutto questo, per di più, in una fase storica in cui si affacciano sulla scena comunitaria coalizioni di governo che contengono forze politiche fortemente ispirate al localismo e all'egoismo, poco inclini alle grandi visioni e alla generosità. Ecco perché, pur conservando tutta la mia impazienza di federalista, credo che in questa fase sia necessario sintonizzare la realizzazione delle nostre ambizioni con l'evoluzione di una realtà che é assai complessa.
Portare l'Ue, che ha già i suoi importanti problemi di coordinamento sia in campo economico, sia istituzionale e politico, da 15 a 25-28 membri non rischia di determinare una situazione eccessivamente complessa da gestire e di portare, in seguito, alla frantumazione di quanto oggi già si é costruito?
Lo stesso realismo che mi ispira le considerazioni appena fatte, mi porta alla convinzione che la nostra comunità ha accumulato un ritardo gravissimo per quanto riguarda la necessaria riforma delle sue istituzioni e del loro funzionamento. Sono fra quelli che denunciavano il rischio di ingovernabilità dell'Unione - per l'inadeguatezza dei suoi meccanismi istituzionali - già prima della "delusione" di Nizza, quando é diventato chiaro per tutti che nessuno fra i Quindici ha saputo, o voluto, concepire una ricetta istituzonale capace di rivitalizzare il funzionamento della nostra Comunità. E non c'é dubbio, credo, che i rischi aumentano con l'avvicinarsi delle scadenze delle nuove adesioni: stanno per entrare a far parte del club Paesi le cui democrazie sono in via di consolidamento, che da una parte hanno sottoscritto volontariamente regole assai impegnative e vincolanti (il mercato e la moneta unica, il secondo pilastro della Pesc, la cooperazione in materia di giustizia e immigrazione), ma che da un'altra parte potrebbero risultare assai restii a concedere sostanziali cessioni della propria sovranità senza le stesse contropartite - diritto ai propri commissari, meccanismi decisionali - di cui i Quindici hanno goduto finora. O qualcuno compie il miracolo di una riforma istituzionale rapida e funzionale, prima dell'allargamento, o andremo inesorabilmente verso una comunità paralizzata da una Commissione-assemblea di 30 membri, un Parlamento ipertrofico, un Consiglio a 25/28 ministri dove l'attuale tradizione del "giro di tavolo" prenderà un'intera giornata. Una specie di ONU su scala europea.
Dell'Unione europea si dice che sia un gigante economico, ma un nano politico; un'altra definizione molto attuale é che sia una potenza regionale con ambizioni globali. Riuscirà, secondo lei, a esprimere queste ambizioni e ad assumere un ruolo politico internazionale più coerente con la sua realtà sottostante?
C'é del vero, ovviamente, in queste definizioni. E' indiscutibile che il gap fra il peso economico e quello politico dell'Unione. In materia di commercio multilaterale, per esempio, o di concorrenza, Bruxelles vanta un know how e un'esperienza comunitari che vanno ben oltre la somma delle capacità dei suoi singoli Stati-membri, e che pongono l'Unione su un piede di parità rispetto agli Stati Uniti sulla scena mondiale. Ma non si puó dire lo stesso sul terreno, assai più politico, della diplomazia e della difesa-sicurezza. Non troviamo, su questo versante, un contenitore comune capace di affermare la sua supremazia rispetto ai singoli ministeri degli Esteri o della difesa. Certo, é stato un passo avanti la creazione del ruolo di "Alto Rappresentante Pesd" incarnato, non senza risultati ma non senza difficoltà, da Xavier Solana. E non é un risultato trascurabile l'avvenuta creazione di un primo nucleo di esercito comunitario, la Forza di Reazione Rapida, che sarà operativa nel 2003. Quello che purtroppo rimane rimane oscuro é se l'ambizione globale, di cui lei parla, venga nutrita oggi davvero da tutti i Quindici "a titolo comunitario", o non sia invece la somma di vecchie ambizioni radicate nella tradizione di alcuni Stati-membri, che cercano nell'Unione una sponda per far meglio valere i propri interessi nazionali, veri o presunti che siano. Manca, lo si é detto fino alla nasua, una visione ambiziosa e , soprattutto, un progetto capace di dare finalmente all'Ue i mezzi per realizzare le proprie ambizioni. I più ottimisti sostengono che la nostra comunità é condannata ad assumere con il tempo il ruolo politico globale che le compete. E fanno notare che anche il ruolo di potenza regionale, tutt'altro che evidente fino a pochi anni fa, al culmine della crisi dei Balcani, incomincia a concretizzarsi ora, proprio in virtù dell'allargamento-riunificazione, con la dichiarata volontà dell'Unione europea di organizzare e governare il destino comune dei popoli dell'intero continente. Io spero che gli ottimisti abbiano ragione. Ma non so rassegnarmi a vedere la nostra comunità ancora incapace di svolgere un ruolo politico proporzionato al suo peso economico, per esempio lungo tutto l'arco delle frontiere mediterranee: dallo scacchiere mediorientale, dove dobbiamo rassegnarci (quando va bene) al ruolo di testimone privilegiato, al Maghreb, passado per l'Egitto. Eppure proprio lí, sulle sponde del Mediterraneo, vanno affrontate alcune fra le questioni più attuali per l'Europa comunitaria: la sicurezza, l'integralismo politico-religioso, i flussi migratori.
Europa e Stati Uniti esprimono punti di vista parzialmente omogenei sull'emergenza terrorismo. Hanno ragione gli Stati Uniti a ritenere che si tratti di una gravissima minaccia alla stabilità internazionale e alla democrazia, se non addirittura alla sopravvivenza del mondo occidentale cosí come noi lo conosciamo, o l'Europa a cercare di raffreddare i toni del confronto, a rallentare le iniziative militari e a perseguire compromessi tesi alla pacificazione a ogni costo?
Quasi tutto é già stato detto in materia di terrorismo, dopo l'11 settembre. Per quanto mi riguarda, non avendo bisogno di certificare oggi la mia antica simpatia e la mia ammirazione per la democrazia americana, ribadisco le mie riserve sul modo in cui l'amministrazione Bush ha varato la sua "alleanza globale contro il terrorismo", ricorrendo cioé a un approccio basato sulla sicurezza e sulla vecchia logica della Realpolitik (il nemico del mio nemico é mio amico), piuttosto che su analisi nuove e coraggiose di tutte le circostanze che hanno favorito l'insorgere nella nostra epoca del terrorismo detto globale. Con il che si rischia di tenere sí a bada i mostri di oggi, ma di sottovalutare, se non addirittura coltivare, i mostri di domani. Ho una riflessione da aggiungere a quanto é stato detto, soprattutto a proposito del gap psicologico fra Europa e America in materia di terrorismo. Gli europei della mia generazione hanno, a differenza dei loro coetani americani, un'esperienza diretta del terrorismo, "in casa". Spagnoli, inglesi, italiani (per citare solo i casi europei più vistosi) hanno imparato a coabitare con la violenza politica più assurda e spietata. Nessuno di noi ha mai pensato di abbassare la guardia contro questo fenomeno, ma abbiamo imparato a guardarlo in faccia, a cercare di capirlo nel momento stesso in cui lo si combatte. Sta forse qui una spiegazione possibile del minor trauma che (a parità di emozione e indignazione) le stragi di Manhattan hanno provocato sui due versanti dell'Atlantico. E' quasi paradossale, a questo proposito, per un europeo constatre che, nella fase storica in cui gli Stati Uniti si affermano come l'unica superpotenza esistente, essi risultano per la prima volta - in termini di sicurezza - assai più vulnerabili di quell'Europa la cui sicurezza proprio gli americani garantiscono da quasi un secolo. Nessun europeo pretende di dare lezioni di anti-terrorismo agli Stai Uniti. (Anche se basta guardare al caso irlandese per capire che il ristabilimento della sicurezza con le armi non sconfigge il terrorismo finché non intervengono le armi della politica). Tanto più che anche in America c'é chi ritiene che la risposta militare sia solo uno degli strumenti da utilizzare contro i movimenti terroristici e contro gli Stati-canaglia; e che per attaccare il male alle radici sia necessario fare ricorso, oltre che agli strateghi della guerra, anche a quelli che si occupano di intelligence, di commercio, di gestione degli aiuti internazionali, di lotta alla povertà. E, ultimo ma non meno importante, di rispetto dei diritti umani.
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| FRANCESCA T. MILANO | 200 euro |
| EUFEMIA T. MUGGIO' | 200 euro |
| AMBROGIO S. CASSINA DE' PECCHI | 200 euro |
| PIER PAOLO S. FROSINONE | 200 euro |
| DAVIDE R. MILANO | 200 euro |
| LORENA P. MONZA | 200 euro |
| DAVIDE L. MANTOVA | 200 euro |
| PAOLO G. ROMA | 200 euro |
| MARTA G. ROMA | 200 euro |
| ANNA MARIA D. ROMA | 200 euro |
| Total SUM | 397.572 euro |
Iscrizioni e contributi 2012
Gruppi radicali nel mondo
Comunicati stampa
Rassegna stampa
19/04/2010
la Repubblica (di domenica 18/04/2010)
Filippo Ceccarelli
Int. a Marco Pannella - "Da Togliatti a Wojtyla i miei 80 anni da sopravvisuto"
Documenti
27/02/2009
Discorsi (partito) Radicali
VII Congresso italiano del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito
03/11/2007
Discorsi (partito) Radicali
Intervento di Umar Khanbiev al 6° Congresso di Radicali Italiani.
08/07/2005
Lettere Radicali
Il Senato del Partito radicale affronta la situazione politico-organizzativa del partito











