Cina, Iran, Arabia Saudita il triangolo della morte

Stefano Magni
L'Opinione

L'Asia è ancora in testa alla triste classifica dei Paesi che mantengono la pena di morte. Cina, Iran e Arabia Saudita sono i tre regimi che la applicano maggiormente, esattamente come l'anno scorso. Le democrazie liberali, invece, sono quasi del tutto libere dalla "punizione suprema". Sono queste le conferme che si trovano nell'ultimo rapporto di "Nessuno tocchi caino", la Onlus affiliata al Partito Radicale Transnazionale che si batte per una moratoria universale della pena capitale nel mondo. Nel periodo 2008 - inizio 2009, la Cina ha applicato la pena capitale in almeno 5000 casi, l'87% di tutte le esecuzioni del mondo. E' un numero inferiore rispetto ai 6000 del 2007 e ai 7500 del 2006. Questa riduzione relativa si può spiegare solo con le Olimpiadi di Pechino del 2008, anno in cui la Cina voleva mostrare il suo volto più umano e progredito al mondo intero. Una riforma che ha ridotto di molto il lavoro dei boia è stata effettuata nel 2007: da allora le sentenze emesse dai tribunali di grado inferiore, devono essere riviste dalla Corte Suprema. Proprio ieri, il suo vicepresidente, Zhang Jun, dichiarava pubblicamente l'intenzione di "ridurre ai minimi termini" l'applicazione della pena capitale nei prossimi anni. Ma non bisogna farsi troppe illusioni, perché per Pechino, la pena di morte resta un segreto di Stato. E le sentenze eseguite potrebbero essere molte di più rispetto a quelle registrate ufficialmente. Il 10 marzo 2009, presentando il suo rapporto alla sessione annuale dell'Assemblea Nazionale del Popolo" - cita il rapporto - "il Presidente della Corte Suprema dei Popolo, Wang Shengjun, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni. Wang ha solo reso noto che, nel 2008, su un totale di un po' più di 1 milione di condannati dai vari tribunali cinesi, 159.020 erano stati condannati a morte, all'ergastolo o a oltre cinque anni di carcere". Se la realtà cinese fa impressione per i suoi numeri, la brutalità con cui vengono eseguite le sentenze in Iran resta imbattuta. Nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009, tre persone sono state lapidate. Ci sono stati casi di condannati chiusi in un sacco e gettati in un dirupo. E il regime iraniano mantiene il triste primato dell'esecuzione di minorenni: sono almeno 13 i minori giustiziati in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che l'Iran pure ha ratificato. Il regime di Teheran ha poi dato il via ad una vera e propria escalation nel 2009, anche prima dell'inizio delle manifestazioni post-elettorali. Il numero di sentenze eseguite è 346, ma anche qui (come in Cina) la pena di morte è segreto di Stato e ì dati di cui "Nessuno tocchi Caino" sono ricavati dalle notizie date da gruppi per i diritti umani e media locali. Si tratta, dunque, di stime incomplete, il numero reale, riferito a tutto il Paese, è molto più alto. L'Arabia Saudita, realtà pressoché impenetrabile per gli osservatori occidentali, è il terzo Paese in termini assoluti e registra il più alto numero di esecuzioni capitali in rapporto alla popolazione: il boia ha ucciso quest'anno 102 persone, in un regno che conta 24 milioni di sudditi. Anche se i due terzi dei condannati sono stranieri, provenienti da Paesi asiatici e immigrati per lavorare in condizioni di semi-schiavitù. Anche qui la brutalità si spreca: l'esecuzione avviene tramite decapitazione e avviene in pubblico, in piazza, il più delle volte dopo la preghiera del venerdì. E' interessante notare, in questo rapporto, quanto incida la sharia (la legge coranica) sull'applicazione della pena di morte. Anche se si registra un certo miglioramento su questo fronte: "Nel 2008, almeno 585 esecuzioni, contro le almeno 754 esecuzioni del 2007, sono state effettuate in 16 Paesi a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della sharia". Il rapporto, comunque, assolve la religione e attribuisce la responsabilità alle dittature che la traducono in legge penale: "il problema non è il Corano" – sostiene il rapporto - "perché non tutti i Paesi islamici che a esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico". Buone notizie arrivano dalle democrazie, invece: ‘Dei 46 Paesi mantenitori della pena di morte, sono solo 10 quelli che possiamo definire di democrazia liberale (...) Le democrazie liberali che nel 2008 hanno praticato la pena di morte sono state 6 e hanno effettuato in tutto 65 esecuzioni, circa l'1,1% del totale mondiale: Stati Uniti (37), Giappone (15), Indonesia (almeno 10), Botswana (almeno 1), Saint Kitts e Nevis (1) E' la conferma che viviamo in un mondo a due velocità. Da una parte le democrazie o gli autoritarismi in via di riforma stanno compiendo tutti i passi necessari per rispettare di più i diritti dei loro cittadini. Dall'altra, regimi autoritari e totalitari ricorrono, come sempre, all'eliminazione fisica del condannato, anche se si tratta di un minorenne o di una persona che ha compiuto atti che da noi non verrebbero nemmeno considerati reati.