Cecenia-Russia: Strasburgo non tace

Maddalena Parolin
www.osservatoriobalcani.org

Nuove condanne per la Federazione Russa dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per casi riguardanti la Cecenia.
Ieri sono state rese pubbliche le sentenze relative ai due casi Luluyeva e Imakayeva.
Sparizioni e orrori

Nura Said-Alvyevna Luluyeva lavorava come infermiera e maestra d’asilo. Il 3 giugno 2000 assieme a due cugine si era recata al mercato del quartiere di Grozny dove viveva. Quella mattina alcuni veicoli dell’esercito russo fecero irruzione nella piazza: uomini armati, in tenuta mimetica e col volto coperto scesero dai mezzi, fermarono diverse persone, soprattutto donne, e le caricarono su un camion. La polizia del distretto locale, arrivata sul luogo, chiese spiegazioni ai militari che risposero di star eseguendo legalmente una “operazione speciale”, e non intervenne.

Dopo mesi di ricerche da parte delle famiglie degli scomparsi, nel febbraio 2001 venne ritrovata una fossa comune con una cinquantina di corpi, in un terreno a meno di un chilometro dalla base di Khankala (chi conosce i resoconti di Anna Politkovskaja non può che rabbrividire al nome del quartier generale delle forze russe in Cecenia). I resti di Nura Luluyeva e delle sue cugine, in avanzato stato di decomposizione, vennero identificati dagli abiti e dagli orecchini, e - come racconta il report di Human Rights Watch che documentò il ritrovamento - poche settimane dopo i corpi di trenta persone non identificate vennero bruciati, impedendo così ulteriori indagini ed accertamenti.

Nell’inverno 2000 Said-Khuseyn Imakaev, 23 anni, scomparse in seguito all’arresto da parte di militari russi, che secondo le testimonianze lo avevano fermato mentre rientrava in automobile verso il villaggio di Novye Atagi. I genitori Said-Magomed e Marzet Imakaev iniziarono l’estenuante percorso che tanti ceceni, parenti di persone scomparse, conoscono fin troppo bene, cercando di ritrovare le tracce del figlio tra l’indifferenza e spesso l’aperta ostilità delle autorità. Nel febbraio 2002, dopo che le indagini erano state avviate e bloccate diverse volte, gli Imakaev presentano un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Quattro mesi dopo, una ventina di militari fecero irruzione nell’appartamento della famiglia arrestando Said-Magomed Imakaev, e da quel momento di lui non si sa più nulla.


L’Europa e la difesa delle vittime

Nonostante il pericolo, Marzet Imakaeva proseguì nei tentativi di ritrovare il figlio e il marito rivolgendosi alle autorità e presentando una nuovo ricorso alla Corte Europea, mentre continuava a ricevere minacce e pressioni per ritirare le denunce. Come riporta un documento del 2004 della International Helsinki Federation for Human Rights (IHF) e del Norwegian Helsinki Committee (NHC), diversi stati europei negarono alla donna in pericolo di vita la protezione temporanea, finché nel marzo 2004 gli Stati Uniti le concessero il permesso di soggiorno come rifugiato politico.

In altri casi (come quello della famiglia Kungaev) è stata la Norvegia a concedere lo status di rifugiati a difensori dei diritti umani in pericolo o a vittime che presentano ricorso presso la Corte Europea, minacciate proprio per la loro ricerca di verità e giustizia, ma per gli altri Stati membri del Consiglio d’Europa e per le loro burocrazie, le questioni in materia di immigrazione ed asilo sembrano essere più importanti della sicurezza delle vittime di violazioni di diritti umani.

“Sono soddisfatta del giudizio della Corte” ha dichiarato ieri Marzet Imakaeva, “il mio unico desiderio è sempre stato quello di scoprire che cosa è accaduto a mio figlio e a mio marito, e se sono morti, seppellirli secondo la tradizione. Spero che questa sentenza della Corte costringerà le autorità a dirmi finalmente che cosa sia accaduto a Said-Khuseyn e Said-Magomed”.


Condannare la Russia

La Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo, organismo del Consiglio d’Europa, sembra essere l’unica istituzione europea ad esprimere con chiarezza una condanna dell’operato della Federazione Russa in Cecenia. Tanto più importante in quanto le sentenze sono basate su una procedura legale, con il giudizio di una corte (nella quale è presente anche un giudice russo) in merito alla violazione di determinati articoli della Convenzione Europea sui Diritti Dell’Uomo, ratificata dalla Russia nel 1998.

Da quando è sottoposta alla giurisdizione della Corte, la Russia è diventata il primo stato per numero di casi presentati, superando Turchia e Italia (quest’ultima si è sempre distinta per i moltissimi casi di denuncia per l’eccessiva lunghezza dei processi). Le condanne di ieri non sono le prime a puntare il dito contro le violazioni dei diritti umani di cui la Federazione Russa si è resa responsabile nell’ambito delle operazioni in Cecenia. Nel febbraio 2005 sono state emesse le prime sentenze relative a bombardamenti indiscriminati e uccisioni sommarie di civili. Il 27 luglio di quest’anno ha suscitato scalpore la condanna della Russia nel caso della sparizione di un giovane; un video, che era apparso nei telegiornali nazionali, mostrava il noto Generale Aleksandr Baranov (oggi Comandante del Distretto Militare del Caucaso Settentrionale) dare l’ordine di eliminarlo. Il 12 ottobre scorso infine, una sentenza relativa all’esecuzione nel febbraio 2000 di una famiglia di cinque persone, tra cui una donna al nono mese di gravidanza, un anziano e un bambino di un anno.

Proprio in questi giorni i ministri europei della Giustizia e degli Interni si riuniscono a Mosca, per discutere degli strumenti diretti alla cooperazione nell’ambito della giustizia penale. Vladimir Putin e il ministro della Giustizia Vladimir Ustinov fanno gli onori di casa, senza vergognarsi di una condanna che oltre alle violazioni dei diritti umani dichiara le autorità russe colpevoli di aver violato l’obbligo di cooperare con la Corte, non avendo fornito i documenti richiesti durante il processo. L’atteggiamento ostile e non collaborativi delle autorità di giustizia russe, così come lo stato del sistema giudiziario della Federazione, sono stati più volte criticati nei testi delle sentenze.

L’organizzazione Russian Justice Initiative, che ha seguito i casi fornendo aiuto legale alle vittime, non può rilasciare commenti ufficiali dall’ufficio di Mosca. Come molte altre organizzazioni attive per la tutela dei diritti umani operanti in Russia, le sue attività sono sospese da circa un mese in seguito all’applicazione della contestata legge sulla registrazione delle ONG che dispone l’iscrizione in un registro, controllato direttamente dall'Ufficio Federale per le Registrazioni del ministero degli Interni.

“Questi due casi non sono solamente la dimostrazione delle gravissime violazioni che hanno luogo in Cecenia. Dimostrano anche la misura dell’indifferenza delle autorità russe verso queste violazioni e fino a che punto queste siano pronte ad arrivate per proteggere i propri militari e ufficiali”, ha affermato ieri Jan ter Laak, presidente del consiglio dell’organizzazione nei Paesi Bassi.

Come è sempre più evidente nella comunità internazionale, non si tratta solo di violazioni dei diritti umani, ma anche di un atteggiamento apertamente ostile verso gli organismi internazionali, del rifiuto di assumere le proprie responsabilità di fronte ad essi. Nella Federazione Russa, non mancano meccanismi ed istituzioni democratici, manca la volontà di seguirli e la capacità di reagire al dissenso interno e alle critiche esterne senza assassini o chiusure autoritarie.

Purtroppo i governi europei, nel condannare la Russia e le sue gravi violazioni dei diritti umani, ancora non mostrano la decisione della Corte di Strasburgo.



La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla Cecenia

Condanne della Federazione Russa per la violazione di diritti dell’Uomo nell’ambito delle operazioni in Cecenia

21 febbraio 2005 – Khashiyev e Akayeva: uccisioni extragiudiziali e presunte torture a Grozny (gennaio 2000)
– Isayeva bombardamenti indiscriminati sulla cittadina di Katyr-Yurt (febbraio 2000)
– Isayeva, Yusupova e Bazayeva: bombardamento sulle colonne di profughi nei pressi del villaggio di Shaami-Yurt (ottobre 1999)
27 luglio 2006 – Bazorkina: sparizione di un giovane, un documento video (da un telegiornale) mostra un comandante dare l’ordine di eliminarlo (febbraio 2000)
12 ottobre 2006 – Estamirov: uccisione di cinque membri di una famiglia, tra cui una donna al nono mese di gravidanza (febbraio 2000)
9 novembre 2006 – Imakayeva: arresto e sparizione di un giovane (dicembre 2000), sparizione del padre dopo la presentazione del ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (giugno 2002)
- Luluyeva: sparizione di una donna e ritrovamento del corpo in una fossa comune (febbraio 2001)