Caccia in Vietnam ai monaci Zen

Marco Masciaga
Il sole 24 ore

«No electricity, no water, no food: no problem!». Se non ci fossero a disposizione che una manciata di parole per raccontare lo spirito con cui i monaci zen del monastero di Bat Nha stanno affrontando la repressione del regime vietnamita, le più appropriate sarebbero quelle Tam Thuong, una novizia. In quel «niente elettricità, niente acqua, niente cibo: nessun problema!», scritto alcuni giorni fa in una lettera c’è molto dello spirito che anima una delle correnti meno dogmatiche e più introspettive del buddismo che fa riferimento al monaco Thich Nhat Hanh. E c’è la forza di chi non intende piegarsi al voltafaccia del governo di Hanoi che nel 2005, in cerca di una patente di rispettabilità internazionale, ha creato i presupposti per la nascita del monastero e lo scorso settembre ne ha incoraggiato lo scempio. Dopo le prime avvisaglie di fine 2008, i monaci del monastero di Bat Nha hanno subìto un primo attacco lo scorso giugno, quando si sono trovati assediati da una folla ostile composta, secondo alcune fonti, anche da agenti di polizia in borghese. Untentativo di sgombero che i monaci hanno respinto, ma che li ha lasciati isolati per giorni senza acqua, luce, telefono e cibo. Un prologo di quanto sarebbe accaduto a settembre, con un secondo attacco, i pestaggi e l’arresto di due religiosi di cui da allora si sono perse le tracce. «Ci hanno insultato, ci hanno picchiato in modo brutale», ha raccontato a Radio Free Asia uno dei monaci aggrediti. «Hanno fatto a pezzi i nostri vestiti, per umiliarci, sfasciando qualsiasi cosa fosse alla loro portata».
«Quello che è seguito è stato lo sgombero di Bat Nha», probabilmente deciso dal governo e messo in atto anche con l’aiuto della polizia, spiega al telefono una delle religiose che sta seguendo l’evolversi della situazione dalla Francia, dove il monaco Thich Nhat Hanh, costretto a fuggire dal suo paese, ha fondato la comunità di Plum Village. «In questo momento - spiega - i monaci sono ospiti di un altro monastero, ma sapere con esattezza in quanti siano è impossibile. Comunque più di 300. Alcuni di loro sono stati portati via dalla polizia, altri hanno ceduto alle preghiere dei propri familiari perché rinunciassero a resistere. Salvo poi scoprire che erano state le stesse autorità a obbligare i parenti a fare quegli appelli».
Nell’ultimo quinquennio sono cambiate molte cose per la libertà religiosa in Vietnam. Non sempre nella direzione auspicata da chi chiedeva più uguaglianza. Nel 2005 il Vietnam continuava a figurare nella lista dei "Countries of particular concern" stilata dal dipartimento di Stato americano valutando anche i limiti alla libertà di religione. Un biglietto da visita imbarazzante per un paese in cerca di sdoganamento internazionale e ansioso di entrare a far parte della Wto.
L’anno successivo la black list era un ricordo e l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio una realtà. Merito sia di alcune riforme che di alcuni gesti dal forte valore simbolico. Come quello di invitare Thich Nhat Hanh, il carismatico maestro zen seguito dai monaci di Bat Nha, a rientrare in patria dopo un esilio di 39 anni. Una volta incassato l’ingresso nella Wto - sostengono alcuni osservatori - il nuovo clima di tolleranza verso le minoranze religiose si è affievolito, facendo posto all’approccio repressivo di un tempo.
E tra i bersagli principali sono finiti proprio i seguaci del maestro Thich Nhat Hanh. Colpevole, secondo alcuni, di avere espresso la propria solidarietà al Dalai Lama, irritando così la Cina, suscettibile alleato del governo. Temuto, secondo altri, perché portatore di un’interpretazione del buddismo moderna - ha 27.494 fan su Facebook e 8.046 follower su Twitter - e popolare tra i ceti più colti (quindi pericolosi) e dinamici della società vietnamita. «Il governo - spiega Elaine Pearson, vicedirettrice per l’Asia di Human Rights Watch - vede diversi gruppi religiosi, in particolare quelli su cui teme di non poter esercitare il proprio controllo, come una sfida all’autorità del Partito comunista».
Non a caso - documenta un recente rapporto della Commissione Usa sulle libertà religiose nel mondo - in Vietnam continua a essere routine la schedatura di chi si reca in un luogo di culto e la dissuasione nei confronti dei potenziali nuovi adepti rimane una pratica diffusa. Non solo. Grazie allo zelo di alcuni funzionari, in certe zone del paese l’accesso ai servizi essenziali come scuola e sanità è prerogativa solo di chi non professa alcun culto o di chi si dichiara vicino a uno di quelli "benedetti" dal regime.
Tutte discriminazioni che, almeno per il momento, non sembrano in grado di poter incrinare la serena determinazione dei monaci zen di Bat Nha. «Per favore - si chiude la lettera della novizia Tam Thoung - non ci obbligate a rinunciare al nostro monastero e ai nostri insegnamenti. Non separate i nostri fratelli e le nostre sorelle. Non chiediamo altro di poter professare la nostra religione in pace».  

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