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Bush incontra il capo del Vietnam comunista, i radicali gli ricordano i Montagnard
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Ieri il presidente Bush si è trovato in una posizione non facile, quando ha incontrato uno degli ultimi cinque dittatori comunisti al potere nel mondo (Cuba, Cina, Laos, Corea del Nord e Vietnam): il premier vietnamita Phan Van Khai. Bush è il primo presidente americano a incontrare un leader comunista vietnamita dal 1975, da quando gli Stati Uniti subirono una delle più amare sconfitte della loro storia. Ciò di cui Bush deve rendere conto all’opinione pubblica è come l’obiettivo della fine delle tirannie nel mondo, proclamato all’inizio del suo secondo mandato, possa essere compatibile con il miglioramento dei rapporti con un regime comunista che non accenna a nessuna riforma democratica. Lo storico summit s’inserisce in un percorso di riavvicinamento tra i due paesi iniziato a metà degli anni ’90 dall’amministrazione Clinton con la fine dell’embargo economico, seguito dalla visita del presidente americano, e poi proseguito da Bush con il rapido aumento degli accordi commerciali, l’invito negli Stati Uniti del leader vietnamita e l’accenno di una cooperazione militare nella prospettiva del contenimento dell’influenza cinese nel sud est asiatico. Quest’ultimo tema è stato anche al centro della visita nella regione, alcune settimane fa, del sottosegretario Zoellick, e per darvi seguito Khai si incontrerà con Rumsfeld. Da un lato, quindi, vi sono interessi commerciali, economici e militari che premono sull’Amministrazione per avere il via libera all’aumento dei contratti con Hanoi e per la sua adesione al WTO, Van Khai, oltre a firmare un accordo per oltre 500 milioni di dollari con la Boeing, suonerà la campana della Borsa a Wall Street. Il gesto non è certo scontato venendo da un leader comunista. Ho Chin Minh potrà forse rigirarsi nella tomba, ma Hanoi oggi è “open for business”. Dall’altro lato, però, c’è una questione che ricorda al presidente e al Dipartimento di Stato che il Vietnam è una dittatura che soffoca il dissenso politico, organizza elezioni farsa come quelle in Iran, e pianifica l’eliminazione dell’identità politica, culturale e religiosa dei Montagnard e degli altri popoli indigeni. Per la prima volta dopo i boat people, nel 2001 decine di migliaia di Montagnard hanno rotto il tabù che descrive il Vietnam come un paese pacifico e vittima dell’imperialismo americano, organizzando manifestazioni di massa per chiedere la fine dell’esproprio delle terre – in genere occupate con piantagioni di caffè di proprietà dello Stato – e la possibilità di praticare la religione cristiana.
I Montagnard cattolici, ad esempio, si oppongono alla pratica di Hanoi, accettata dal Vaticano – che non ha relazioni diplomatiche con Hanoi – di riservarsi il potere di veto sui vescovi nominati dal papa. La repressione violenta delle manifestazioni, le decine di uccisioni documentate e le centinaia di arresti (oltre 200 condannati, più un numero imprecisato di dispersi e alcune migliaia di rifugiati in Cambogia) non hanno fermato la protesta dei Montagnard. Nella pasqua del 2004 sono tornati a manifestare e pregare in decine di migliaia, con una coordinazione che ha stupito molti, ma non i radicali che sono al loro fianco dal 2001. Per aver dato la parola all’ONU al leader dei Montagnard Kok Ksor, i radicali hanno rischiato l’espulsione dal Palazzo di Vetro. Anche a seguito dell’aumentata repressione nei confronti dei Montagnard, quest’anno la Commissione per la libertà religiosa internazionale, istituita dal Congresso americano, ha inserito il Vietnam tra i paesi di “particolare preoccupazione”. Hanoi per evitare possibili sanzioni economiche, sta negoziando con il Dipartimento di Stato un accordo per migliorare il rispetto della libertà religiosa, Tale accordo, tuttavia, è stato già criticato dalla Commissione del Congresso perché non prevede – come accade sempre nel caso di Hanoi – la possibilità di monitorare in modo indipendente gli accordi stipulati. I Montagnard e gli altri popoli indigeni del Vietnam, i Khmer –Krom, i Hmong e i Tay hanno manifestato ieri assieme ai radicali a Washington durante il summit USA-Vietnam per chiedere a Bush di non dare il via libera al Vietnam come membro del WTO e perché condizioni gli accordi economici all’aumento dei diritti civili e politici, a cominciare dalla libertà religiosa.
I Montagnard cattolici, ad esempio, si oppongono alla pratica di Hanoi, accettata dal Vaticano – che non ha relazioni diplomatiche con Hanoi – di riservarsi il potere di veto sui vescovi nominati dal papa. La repressione violenta delle manifestazioni, le decine di uccisioni documentate e le centinaia di arresti (oltre 200 condannati, più un numero imprecisato di dispersi e alcune migliaia di rifugiati in Cambogia) non hanno fermato la protesta dei Montagnard. Nella pasqua del 2004 sono tornati a manifestare e pregare in decine di migliaia, con una coordinazione che ha stupito molti, ma non i radicali che sono al loro fianco dal 2001. Per aver dato la parola all’ONU al leader dei Montagnard Kok Ksor, i radicali hanno rischiato l’espulsione dal Palazzo di Vetro. Anche a seguito dell’aumentata repressione nei confronti dei Montagnard, quest’anno la Commissione per la libertà religiosa internazionale, istituita dal Congresso americano, ha inserito il Vietnam tra i paesi di “particolare preoccupazione”. Hanoi per evitare possibili sanzioni economiche, sta negoziando con il Dipartimento di Stato un accordo per migliorare il rispetto della libertà religiosa, Tale accordo, tuttavia, è stato già criticato dalla Commissione del Congresso perché non prevede – come accade sempre nel caso di Hanoi – la possibilità di monitorare in modo indipendente gli accordi stipulati. I Montagnard e gli altri popoli indigeni del Vietnam, i Khmer –Krom, i Hmong e i Tay hanno manifestato ieri assieme ai radicali a Washington durante il summit USA-Vietnam per chiedere a Bush di non dare il via libera al Vietnam come membro del WTO e perché condizioni gli accordi economici all’aumento dei diritti civili e politici, a cominciare dalla libertà religiosa.
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