BONINO DIRIGE DA SANA’A LE PROVE DI DEMOCRAZIA NEI PAESI ARABI




Sana’a. Qualcosa si muove nel mondo arabo. Nessuno si aspettava che tutti i 52 governi rappresentanti alla Conferenza organizzata a Sana’a da Non c’è pace senza giustizia e dal governo dello Yemen arrivassero ad assumersi “l’impegno morale” di percorre la strada della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo. “E’ un primo passo, che non andrà avanti da solo, e la strada è ancora lunga”, dice Emma Bonino, motore della conferenza. Per l’eurodeputata radicale, ciò che conta sono le novità. Il panarabismo sembra essere passato di moda e, come la stessa Bonino dichiara al Foglio, “è stata fatta finalmente piazza pulita del luogo comune secondo il quale esistono una democrazia occidentale, un’altra africana, un’altra ancora araba”. I meccanismi con i quali viene implementata possono essere diversi, “ma i principi rimangono uguali per tutti”. Lo riconosce il segretario della Lega araba, Amr Moussa, quando davanti agli 820 delegati dice che “la democrazia è una sola: la scelta è se implementarla o no”. Moussa esorta perfino “all’autocritica”, quando dice che “nel mondo arabo, finora incapace di cogliere pienamente questo processo in movimento, sappiamo che dobbiamo cambiare”. La società civile araba chiede con sempre maggiore forza “di poter cambiare i propri governi attraverso libere elezioni” e di avere libertà di parola, di stampa e di associazione. Poi, ci sono le donne che, secondo la Bonino, “sono in movimento, come nell’Italia degli anni 60”. E l’interesse sempre maggiore per la Corte penale internazionale, ritenuta “strumento essenziale per promuovere il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani”. Rimangono molti tabù, come il fatto che “non si sente parlare molto di separazione tra Stato e chiesa”, o vecchi cliché, in base ai quali la fine dell’occupazione palestinese risolverebbe tutti i problemi del mondo arabo. Tanto che Bonino, come altri, ammette di “non essere pienamente soddisfatta, ma questa era la loro conferenza e stava a loro decidere come percorrere i primi passi”. L’Occidente e, in particolare, gli europei, guardano con interesse a tutto questo movimento: per il rappresentante della Commissione europea, Eneko Landaburu, e il presidente dell’Europarlamento, Pat Cox, “adottare i valori democratici è nell’interesse di tutti gli Stati al fine di garantire stabilità, sicurezza e crescita economica”. Qualcuno teme “la democrazia a doppio taglio”, una sorta di trappola dei regimi arabi nei confronti di un Occidente che ancora oggi fatica a comprendere questo mondo e rimane sedotto dalle belle parole della Dichiarazione di Sana’a e dalle recenti svolte democratiche. Fra i perplessi, l’avvocato libanese, Mohammed Mugraby, secondo il quale, “tutti i regimi esistenti nonostante la buona volontà apparentemente manifestata da alcuni leader, sono strutture che ostacolano la democrazia”. Il problema è come trasformali in qualcosa in grado di garantire lo sviluppo democratico. Per ora vi è una “totale fusione tra Stato e religione” dice Mugraby e se “l’Islam non è incompatibile con i diritti umani”, nella religione islamica “i diritti dei gruppi e quindi dello Stato, sono più importanti di quelli degli individui”. Mugraby denuncia “l’ipocrisia” di Moussa e dei governi arabi, che dicono una cosa ma ne intendono un’altra”. E’ una politica di appeasement nei confronti dell’Occidente, “il modo di reagire di questi regimi a ciò che percepiscono come una seria minaccia”: l’esempio dell’Iraq potrebbe realizzarsi altrove. Ecco comparire il “modello tunisino”, dove formalmente ci sono libertà di stampa e associazione ma tutto è controllato dal ministero dell’Interno, i partiti di opposizione e le Ong sono governativi, il presidente viene eletto con il 98 per cento dei voti. L’Occidente crede che siano sufficienti le elezioni per provare la democraticità di un paese. Non la pensa così il principe saudita Talal Bin Abdul Aziz. “I cambiamenti democratici necessitano di un cambiamento di cultura e di valori, perché la democrazia è pratica umana prima di essere sistema politico”. Gli arabi “devono capire che la partecipazione politica non è un lusso, ma una responsabilità”.