Bonino: dico sì alla globalizzazione antidoto al protezionismo e alla povertà

Angelo Bocconetti
IL Secolo XIX

ROMA - «I Ds vanno a manifestare con gli anti globalizzazione: da restare stupefatti. Ma se sono stati loro ad organizzare questo G8, ad indicare Genova come sede. Cosa vuol dire questo: che la globalizzazione è buona quando si sta al governo e cattiva quando si è all ’opposizione?»: Emma Bonino ride amaro. Oggi a Roma aprirà il forum dei radicali dal titolo emblematico: «Glo-
balizzazione? Sì,grazie».

La sinistra si spacca sul G8, ma le ragioni di chi plaude e di chi contesta sembrano simili. E’ così?
«Nella mozione conclusiva del Comitato di radicali italiani abbiamo denunciato il carattere meramente rituale, inutile, esibizionistico degli appuntamenti del G8. Se la questione è la critica al funzionamento d ai meccanismi del G8, non alla loro legittimità, siamo d ’accordo perfino con Bertinotti. Se invece la questione è quella di bloccare la globalizzazione, anatemizzare le multinazionali e la libera circolazione di merci capitali proprio non ci siamo. Opposta è l ’analisi ed opposte le soluzioni. La globalizzazione non è la panacea, ma è più vicina al rimedio ch non alla causa dei mali di questo mondo».

Ma non c’è il rischio che l ’economia modelli la politica?
«Le relazioni conomiche sono da sempre la trama su cui si intessono le relazioni politiche e diplomatiche: nulla di nuovo, e nulla di negativo. La questione centrale è questa: assodato che la globalizzazione non è il male da combattere, discutiamo se come la politica possa accompagnarla, senza illusioni dirigiste e stataliste, per rendere più efficaci, rapidi positivi i suoi effetti. In primo luogo promuovendo la globalizzazione dei diritti delle libertà. Che non sono assicurati dalla globalizzazione, ma sono certamente negati dall ’autarchia e dal proibizionismo. Il caso delle due
Coree è emblematico».

Otto grandi a un tavolo, gli altri fuori: non sembra un rito anacronistico?
«E ’ un evento mediatico, ormai vuoto. Che faccia danni, però, non è così certo. Nonostante la presenza di Putin. Per coinvolgere più Paesi,o tutti i Paesi, ci vorrebb ro regole,etrattati. Ma allora si ritorna all ’Onu. Il che sarebbe bene a condizione che qualcuno trovi la forza di riformare le Nazioni Unite ed interrompere il degrado».

Gli antiglobalizzatori sono veramente espressione di un sentimento vasto e diffuso o solo una sorta di moda culturale?
«Temo che sia una moda culturale. Come altre in passato. Ma il problema è che i “giottini” hanno torto nelle loro rivendicazioni,come trent’anni fa avevano torto i loro fratelli maggiori che inneggiavano a Mao o alla Russia. Battersi contro la povertà e la fame nel mondo è doveroso ed utile, tanto più se si pensa alle migrazioni bibliche che attraversano il mondo dal Sud al Nord.
Ma, ripeto, accusare le multinazionali, la finanza internazionale o la liberalizzazione degli scambi del Wto di essere la causa,è un errore storico clamoroso. Se in futuro avremo meno globalizza
zione, avremo più povertà ed ancor più diseguaglianza di quella che già c ’è oggi. Questo non vuol dire che tutto va bene. Ci mancherebbe. Ma ch gli sforzi vanno indirizzati nella direzione
opposta: chiedere la fine del protezionismo è scontrarsi con le lobby degli agrari dei grandi sindacati europei ed americani. Chiedere la revisione della politica agricola comunitaria: il dollaro al giorno per i bovini. Cercare il modo di mettere a disposizione dei malati africani i farmaci anti-aids,ma senza fare la guerra senza quartiere alle multinazionali che, grazie agli investimenti in ricerca,li hanno prodotti. Consentire la sperimentazione delle colture tran-
sgeniche che hanno grandi potenzialità per l ’agricoltura africana. Non demonizzarle».

Da lunedì prossimo tutto tornerà come prima? O no?
«L’orgia mediatica e le parole dei demagoghi che colpiscono l ’emotività la paura si riv l ranno un fuoco di paglia. Almeno fino al prossimo appuntamento. Bisogna invece continuare a battersi con tenacia e costanza. Ci vuole una politica estera italiana ed europea che abbia una strategia di fondo: quella di apertura dei mercati nelle due direzioni, di gestione liberale dell’immigrazione e di investimenti condizionati al progresso civile e democratico».

E' l ’Europa? Appare una entità un pò defilata di fronte a questo appuntamento.
«In passato dicevo dell ’Europa: gigante economico, nano politico verme militare. Le cose, purtroppo, non sono ancora cambiate».