BIMESTRALE 'IDEAZIONE' del 22 Novembre 2002 di: Antonio Martino:"UNA POLITICA PER LA DIFESA"

L'Italia, dopo la tragica esperienza del secondo conflitto mondiale ed il suo ingresso nell'Alleanza Atlantica, ha lealmente partecipato agli sforzi alleati per fronteggiare la decisiva minaccia militare, politica, ideologica, dell'Urss e del Patto di Varsavia. Tale minaccia ha comportato una scelta unidirezionale in campo militare, e cioè l'intera difesa terrestre orientata prioritariamente verso la soglia di Gorizia e le forze aereonavali schierate contro un attacco da Est. I decenni della guerra fredda sono stati anche il periodo della "guerra ideologica", in cui l'opposizione parlamentare di allora aveva come riferimento - pur se con un approccio critico progressivamente crescente - il modello sociale dell'URSS.
Una parte ampia del Paese ha percepito a lungo la stessa istituzione militare con pregiudiziale avversione politica e culturale, determinata anche dalla diversa percezione e valutazione dell'aggressività del mondo comunista, dal quale proprio le Forze Armate erano chiamate a difenderci. Allora fu contrapposta l'effettiva sicurezza nazionale ad uno pseudopacifismo che non riusciva a nascondere la scelta di natura ideologica in favore del socialismo sovietico; scelta contraria agli interessi nazionali che pretendeva di tutelare, come poi hanno dovuto riconoscere quasi tutti i suoi assertori. Maggioranza ed opposizione, nel richiamarsi ai valori della Costituzione, concordavano solo sulla collocazione ideale delle Forze Armate nel solco della lotta antifascista. Ogni richiamo alla natura combattente dell'istituzione militare era sottaciuto, mentre se ne esaltava la funzione di concorso alla protezione civile (anche sulla scia del generoso contributo effettivamente dato dai militari in occasione di calamità naturali). Nei media e nella larga opinione pubblica, le istituzioni militari sono state oggetto di attenzioni "ideologiche" anziché tecniche, e spesso dalla connotazione critica fortemente negativa. L'esperienza libanese, maturata attraverso due missioni negli anni dall'82 all'84, introduceva nuovi elementi di riflessione sulla natura peculiare della sicurezza italiana, che non poteva esaurirsi in una dimensione centroeuropea ma doveva necessariamente ampliarsi allo scenario dell'intero Mediterraneo e del Medioriente, squassato da tensioni spesso degenerate in crisi acute e in guerre aperte, estremamente pericolose per il nostro Paese. Fu avviata così una sorta di riscoperta della dimensione militare, europea e mediterranea, dell'Italia.Ma la vera rottura rispetto al precedente stato di cose venne dai fatti del 1989 e, poi, del 1991; da quel tumultuoso susseguirsi di eventi che portò prima alla caduta dei regimi socialisti, poi alla scomparsa del Patto di Varsavia, alla dissoluzione dell'Urss ed all'avvio del processo di democratizzazione nella Repubblica russa. Questi grandi accadimenti storici determinarono sconvolgimenti geopolitici su scala planetaria, che tuttora durano, obbligando tutti i Paesi dell'Est e dell'Ovest, un tempo rivali, ad adeguare le strategie di difesa, nazionali e collettive, il carattere degli strumenti militari e le loro modalità operative. La contrapposizione ideologica pura e dura tra sistemi irreconciliabili è terminata. Sono relegate in frange minoritarie dello schieramento parlamentare le posizioni pregiudizialmente ostili alle istituzioni militari e alla Nato, anche se permane il finto pacifismo, vecchia maniera, nell'area estrema definita "antagonista". Testimonianze di questo mutato quadro sono già presenti nelle pagine conclusive dell'indagine conoscitiva della Camera dei Deputati "Evoluzione dei problemi della sicurezza e ridefinizione del modello nazionale di difesa" del 1991.In quell'analisi si esaminavano le tendenze degli scenari internazionali e le mutazioni della minaccia per il nostro Paese e, più in generale, per il mondo occidentale. Con apprezzabile lungimiranza, le minacce venivano individuate soprattutto nella possibile degenerazione, anche in termini di crescita del terrorismo, delle numerose tensioni che la guerra fredda aveva ingessato ma non risolto, e nella proliferazione di armi di distruzione di massa. Ben diverse dal passato sono le minacce da affrontare nel presente e nel futuro e ben diversi sono pure gli scenari planetari, che registrano tendenziali intese fra il mondo occidentale e la Russia. La minaccia terroristica ha collocato Nato e Russia dalla stessa parte e fornito loro ragioni di riavvicinamento, se non addirittura di amicizia. L'estremismo pseudoreligioso, alimentato da rancori etnici, nazionalistici, ideologici, costituisce ormai il nemico comune degli antichi nemici. Finito nella pattumiera della storia, come profetizzò Ronald Reagan, il comunismo sovietico, americani e russi riscoprono le comuni radici culturali e religiose e forse si avviano a fondersi in quello stesso mondo libero che la vecchia URSS irrideva come ingannevole e fallace. Gli anni '90, segnati da nuove sfide nel campo della sicurezza, sono stati così per l'Italia un periodo di intenso impegno militare, di ripensamento e riforme dell'intera struttura della Difesa, di partecipazione ai processi di ammodernamento della Nato, di crescita della dimensione europea di sicurezza e difesa. Dagli anni '90 ad oggi l'Italia ha assunto un ruolo di primo piano come Paese contributore alle missioni internazionali ONU e NATO. Attualmente oltre 9.000 uomini operano fuori dei confini nazionali, soprattutto nei Balcani, in Medioriente ed in Afghanistan. Siamo stati nel Golfo, in Africa , Timor Est e Afghanistan.
E' finito il tempo in cui, secondo il gergo degli analisti, il Paese è stato solo "consumatore di sicurezza", beneficiando del contesto pacifico garantito dai principali alleati - Stati Uniti in testa - al quale, però, contribuiva meno di quanto ne ricavasse in sicurezza. Oggi l'Italia è chiamata a partecipare alla difesa della pace e del diritto in misura proporzionale al proprio peso economico, politico, culturale. In questo contesto, la Difesa e le Forze Armate divengono elementi centrali nella vita nazionale. Il recente "Libro Bianco" della Difesa, pubblicato nel marzo del 2002 recepisce queste considerazioni. "L'azione internazionale, oltre ai tradizionali strumenti politici, diplomatici, economici, culturali e di cooperazione, fa sempre più ricorso attivo allo strumento militare, divenuto uno degli indicatori essenziali della credibilità ed affidabilità del "sistema paese" nell'ambito delle relazioni internazionali. Questa nuova fase geostrategica pone gli strumenti militari europei ed alleati di fronte ad esigenze operative nuove ed alla necessità di acquisire quella flessibilità d'impiego necessaria per affrontare nuove missioni a geometria continuamente variabile. Ma la tutela della sicurezza nazionale assume oggi un'accezione più ampia che include, oltre alla difesa della sovranità nazionale, il concorso alla stabilità ed alla sicurezza internazionali, la legittima salvaguardia e tutela dei nostri interessi nonché la prevenzione dei rischi vecchi e nuovi, ed il contrasto alle violazioni del diritto e della pace. Di conseguenza, il supporto alle missioni operative della comunità internazionale è divenuto, specialmente in questi ultimi anni, elemento caratterizzante l'impiego delle nostre Forze Armate." L'Italia resta saldamente incardinata nell'Alleanza Atlantica, la quale, dopo aver confermato il suo ruolo nella gestione delle crisi nei Balcani, è divenuta un'istituzione tendenzialmente "inclusiva", espandendosi ad abbracciare nuovi soggetti internazionali, non più solo "esclusiva", cioè contrapposta a nemici minacciosi. Le nuove relazioni che si vanno sviluppando con la Federazione russa, suggellate dal recente vertice di Pratica di Mare, segnano sicuramente la fine di un'epoca, esaltano la flessibilità dell'Alleanza e la sua capacità di innovarsi e modificarsi, e la proiettano verso un ruolo politico ed una funzione militare capaci di unire ai Paesi di consolidata democrazia quelli che l'hanno conquistata o riacquistata recentemente. Nel frattempo proseguiamo sulla strada tracciata ad Helsinki per creare un primo, ampio nucleo di forze europee in grado di operare congiuntamente. Per le missioni prettamente militari occorrono oggi capacità elevate, come definite nella Defence Capability Iniziative in sede NATO, che le forze armate dell'Alleanza si impegnano a raggiungere anche per colmare il crescente divario con le forze statunitensi: un gap il quale, in prospettiva, potrebbe addirittura compromettere azioni comuni. Deve poi sottolinearsi che vi è piena compatibilità fra quanto previsto nella Defence Capability Iniziative e le scelte europee per il rafforzamento della difesa comune. Su tali sviluppi esiste ampio consenso politico. Numerosi, pertanto, sono i problemi davanti a noi. Il primo è che, oggi, dobbiamo fronteggiare esigenze operative prossime alle massime possibilità dello strumento militare attuale. E questo avviene, per giunta, in una delicatissima fase di transizione dalla coscrizione obbligatoria al servizio volontario, con obblighi internazionali sempre più pressanti. Esistono poi forti sbilanciamenti nell'utilizzo del personale. Con riferimento all'Esercito, a fronte di circa 60.000 operativi, esistono 70.000 unità fra Comandi di Vertice, Comandi Intermedi ed Enti Scolastici. Il livello tecnologico complessivo presenta poi delle lacune, dovute ai bassi stanziamenti effettuati in passato per l'innovazione e le nuove acquisizioni. Sono fattori che pesano in modo incisivo nel rapporto con gli alleati e, più in generale, sull'azione politica globale dell'Italia. Le soluzioni devono essere cercate in una definizione dello strumento militare adeguata alle attuali esigenze dell'Italia e nell'adozione delle misure per raggiungere il modello definito, anche in base a programmi di medio periodo. La logica dei cambiamenti sta nel trasferire i risparmi al settore operativo, da rafforzare e potenziare perché resta il cuore della Difesa. Tutto ciò ha costituito l'oggetto della "Direttiva Ministeriale in merito alla Politica Militare ed all'attività informativa e di sicurezza (2002-2003)" e della "Direttiva generale del Ministro della Difesa sull'attività amministrativa". La finanza pubblica, infine, deve fornire i mezzi economici funzionali alla politica di difesa, specie alla luce degli impegni internazionali dell'Italia ed in base alla necessità di esprimere reali capacità di combattimento nella lotta al terrorismo, superando visioni riduttive del peace-keeping e del peace-building. In definitiva, principalmente con il Libro Bianco e le due direttive, è stato avviato un aggiornamento delle politiche di difesa, incentrato sulle reali esigenze di sicurezza nazionale e sulle scelte dell'Italia in sede NATO e Unione Europea.