Ben Ali, presidente eterno

Domenico Quirico
La stampa

Se volete, chiamatela pure «suspense». Nel 1989 , mentre il mondo andava quasi alla rovescia, gli unici ad essere sicuri del fatto loro erano evidentemente i tunisini che a Ben Ali attribuirono il 99,27% dei voti. Impossibile fare meglio? Errore: nel 1994 con lena titanica quasi agguantarono la cifra perfetta: 99,91, peccato per quei guastafeste, poche migliaia di incorreggibili. Nel 1999 doveva correre qualche nube nella corrispondenza di amorosi sensi tra il popolo e il suo leader: solo 99,44. Il 2004 è anno immune da aculei introspettivi nei seggi: 99,49. Neppure oggi ci sarà bisogno di alcuna ermeneutica cabalistica.
Elezioni presidenziali in Tunisia, sempre la stessa storia: frustrante. Un’ideologia dell’impotenza mascherata da attività: Ben Ali dappertutto, Ben Ali di qua di sopra di sotto, grifagno sorridente monolitico pensoso. Sui giornali solo discorsi di Ben Ali. In televisione solo gli incantesimi omiletici di Ben Ali. E’ nell’aria, nel rumore che non c’è, che avverti che qualcosa non va: la democrazia può prosperare solo in un clima turbolento, dove ci sono acquiescenza, cinismo, passività, rassegnazione vuol dire che coloro che vogliono spogliarci dei nostri diritti hanno già lavorato alla perfezione.
Ben Ali ama la programmazione. Per le elezioni si affaccenda con gli stessi metodi che usa per la capigliatura: a 73 anni suonati lavora di tintura e brillantina, e sono più neri dell’antracite. La realtà bisogna correggerla se non si vogliono inciampi. Gli oppositori, tre, li ha scelti come gli talenta. La Costituzione prevede che per diventare candidati bisogna presentare le firme di 30 deputati. E nel parlamento monopolistico di Ben Ali chi dispone di 30 deputati? Ma solo lui, il presidente, che presta le firme a chi vuole spicciolare come sfidante. A Tunisi i tre prescelti li chiamano «gli 0,007 di Ben Ali»: dalle percentuali di voto che riescono a ramazzare.
Scrutarne le biografie chiarisce le sfumature della democrazia tunisina. Tutta la vita l’hanno passata a tessere le lodi del Capo. Nei comizi si sono battuti in suo favore e hanno invitato gli scarsi sostenitori a gridare «Ben Ali per l’eternità». Ma nei seggi il disappunto potrebbe sempre estrinsecarsi in un guizzo liberatorio della matita. La situazione sociale in tutto il Maghreb è in stato di irrequietezza atomica. Gli addetti sono tutti del partito di Ben Ali, per votare non è obbligatorio essere isolati, e presentare il certificato elettorale è facoltativo. Potrebbero votare anche i morti (e forse lo fanno viste le percentuali). E poi Ben Ali ha messo le mani avanti: chiunque dubiterà del risultato sarà messo in galera.
Possibile che non ci siano oppositori temerari? Come spesso accade la temeraria qui è una donna, si chiama Sihem Bensedrine, giornalista. Gli pendono addosso cinque anni di galera: la sua radio non è totalmente omologata. Esiste anche «un partito comunista operaio»: il suo rappresentante è stato appena massacrato di botte da misteriosi assalitori all’aeroporto. E gli islamisti? Quelli per fortuna stanno già in galera.
Ma il Potere ha bisogno davvero di tutte queste tecniche coattive? Della stampa più censurata del Maghreb? Delle randellate a tutti i dissidenti, anche i più mansueti? Dove trovate nel Nord Africa un Paese in cui l’87% della popolazione è alfabetizzata, la copertura sanitaria è quasi totale, e il reddito è di 3800 dollari? Certo c’è una fungaia di arricchiti che ruota attorno al clan familiare della moglie, la impicciosa e polposa Leila Trabelsi, ex pettinatrice che secondo voci aspira alla reggenza. E’ una sorta di famiglia Petacci che stende le mani su ogni prebenda, dai modi plebei, detestata anche dalla buona borghesia tunisina che però tace per paura e conformismo. Nel clan spicca l’esemplificativo Imed, 32 anni, implicato in un traffico internazionale di yacht rubati. Eppure quello che Chirac chiamava il «miracolo Tunisia» esiste e nelle urne potrebbe bastare. E’ l’ossessione di superare perfino la soglia infera con il Potere in mano che spinge Ali a strafare. Con il rischio che l’unica via di uscita diventi il ricorso alla violenza.
Da 20 anni gioca il ricatto dell’ossessione algerina, la paura cioè che si ripeta quanto successo nel Paese vicino. Gli occidentali conoscono la realtà che puntella il suo potere. Ma lui presenta il suo biglietto da visita di sradicatore degli islamici: la Tunisia è l’unico Paese senza fanatici, con le ragazze in minigonna e un codice che prevede l’eguaglianza totale per la donna. Eccolo il nostro amico Ben Ali, lo hanno ratificato come femminista, antislamico, laico. Che ci importa se ha furbizie malandrine? Per noi è un democratico dalle idee chiare e distinte.

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