AUSPICARE LA NASCITA DI UNA DEMOCRAZIA IN IRAQ? REALISTICO

Lettera a Paolo Mieli
Il Corriere della Sera

Nell’articolo di Gianna Fregonara sugli auguri di Carlo Azeglio Ciampi ai militari italiani a Nassiriya, la giornalista del Corriere racconta della prima visita ufficiale a Roma del nuovo ministro degli Esteri iracheno, Hoshyar Zebari, che ha incontrato imprenditori italiani interessati agli appalti della ricostruzione in Iraq. Capisco fin troppo bene questo nuovo desiderio di fare affari anche in una situazione ancora terremotata come quella irachena, ma non sarebbe meglio attendere che lì si avesse un minimo di demcorazia, qualche parvenza di stato di diritto? E che fosse l’Onu a governare il tutto?

Paolo Magistrelli
Milano

Paolo Mieli risponde.
Caro signor Magistrelli, penso che con quelle iniziative economiche anche italiane si possa dare all’Iraq una mano per rimettersi in piedi. Più in generale, ritengo che ci si debba sottrarre, tutti, anche coloro che la primavera scorsa sono stati contrari all’intervento armato, alla tentazione di tifare più o meno scopertamente perché le cose in quella regione vadano a scatafascio. Sarebbe orrendamente immorale. Quanto all’Onu... Saad Eddin Ibrahim, il professore di sociologia politica dell’American University del Cairo che da anni si batte per la democrazia in Egitto (per questo è stato anche messo in prigione e poi liberato grazie anche a una battaglia di Emma Bonino), sostiene che «l’Onu senza muscoli può combinare poco» e che «i muscoli sono gli Stati Uniti da una parte e l’Unione europea dall’altra». Dopodiché il ruolo degli Stati Uniti è fondamentale ma l’America, «anche se ha la forza militare, senza il supporto dell’Europa manca di credibilità morale». Coloro che auspicano il fallimento della missione in Iraq sono, secondo Ibrahim, «i dittatori dei regimi arabi, preoccupati che l’appello alla democrazia metta fine al loro potere; quelli come i comunisti che sentono che la storia è passata loro accanto senza fermarsi, la sinistra nel suo complesso, i nasseriani che cercavano di conservare un ruolo». Ibrahim li ha definiti la «coalizione contro i cambiamenti»: «sfruttano», sostiene, «i sentimenti antiamericani, dicendo che chi lotta per la democrazia fa il gioco degli Stati Uniti».
Quanto allo stato di diritto in linea di massima è inconciliabile con l’assenza di democrazia. Le eccezioni alla legge che stabilisce una diretta correlazione tra stato di diritto e democrazia sono quasi insignificanti. Larry Diamond, membro della Hoover Institution che ha approfondito la questione, ha trovato solo due Paesi al mondo che pur non essendo democratici dimostrano un sufficiente rispetto delle libertà civili: Tonga, Antigua e Barbuda. E per il resto? Secondo i calcoli di Diamond l’ondata di democratizzazione che si è avuta tra il 1974 e il 1991 ha prodotto 125 nuove democrazie, di cui solo quattordici sono poi degenerate in forme di autoritarismo (ma nove di esse sono successivamente tornate ad essere regimi democratici). La ricchezza non conta: il Mali, l’ultimo Paese al mondo dove, se tutto dipendesse dall’evoluzione economica, ci si aspetterebbe che la democrazia possa mettere radici, da oltre dieci anni è amministrato da un governo democratico relativamente stabile. L’impegno militare statunitense è spesso servito a instaurare regimi più democratici di quelli che li avevano preceduti; ma nel caso di due Paesi, Somalia e Haiti, è incontrovertibile che non abbia prodotto i risultati sperati. Inoltre, ha sostenuto Daniel W. Drezner su New Republic , è dimostrato che «per realizzare Stati democratici stabili mediante un’occupazione militare ci vuole molta pazienza: in nessuno dei casi che hanno avuto successo, il periodo di occupazione è durato meno di cinque anni».
Conclusione: auspicare che in Iraq nasca uno stato di diritto nelle forme di una democrazia con tratti consoni alla regione, non solo è doveroso, è realistico.