AL G8 IN BAHREIN ARRIVANO GLI ARABI LIBERALI. BONINO CI SPIEGA PERCHE'


“Questi ‘islamici’: sempre e solo cattive notizie. Guardi l’Iran, guardi questa “intifada” in Francia: non c’è niente da fare....”. Sul volo per Kiev, un passeggero italiano mi interroga sconsolato. Il commento mi colpisce perché questi eventi veri, evidenti e drammatici non esauriscono da soli il panorama del mondo arabo-mussulmano, delle sue articolazioni e della coscienza democratica che permea strati sempre più consistenti della società. In effetti, mai come quest’anno il Medio Oriente ha sperimentato momenti seppure parzialissimi di democrazia politica. Solo per fare qualche esempio, possiamo ricordare le elezioni palestinesi del gennaio scorso, la reazione decisa e nonviolenta dei Libanesi all’assassinio di Rafiq Hariri, il successivo ritiro delle truppe siriane, e l’inchiesta internazionale che sta giungendo alla identificazione dei mandanti; nell’Iraq del post-Saddam, milioni di iracheni, pur in condizioni difficilissime e sotto minaccia diretta da parte degli estremisti, sono andati alle urne per eleggere i loro governanti, poi per approvare la costituzione, e si preparano adesso alle elezioni parlamentari di dicembre, con la partecipazione annunciata e per nulla scontata, fino a qualche giorno fa, di gran parte della componente sunnita. C'è poi tutto il fronte più strettamente legato al riconoscimento dei diritti civili e politici delle donne e all'affermazione del pluralismo politico. In Kuwait, il lungo impegno di Rola Dashti e delle altre attiviste ha fruttato la conquista del diritto di voto attivo e passivo; in Egitto, il 7 settembre si sono tenute le prime elezioni presidenziali con più candidati concorrenti, e il Marocco si è appena dotato di una legge sullo statuto dei partiti politici. E si potrebbe continuare.
Insomma, i “democratici” arabi esistono, e per poter continuare a lottare fino ad ottenere le riforme democratiche necessarie hanno bisogno che altri “democratici” finalmente si accorgano di loro e decidano di offrire appoggio e sostegno politico al loro impegno: questo noi radicali abbiamo deciso di fare da tempo, convinti che su questo fronte si gioca gran parte del futuro non solo del mondo arabo, ma anche dell’Europa e dell’Occidente. Ma a che punto siamo.
L’associazione radicale Non c’é Pace Senza Giustizia aveva concepito l’idea, fatta propria e sostenuta dal governo yemenita, di riunire a Sana’a nel gennaio 2004 governi e attori non governativi, a discutere di democrazia: la partecipazione fu davvero straordinaria e ci ha convinto che avevamo imboccato la strada giusta anche se complessa e difficile; per questo abbiamo accettato con entusiasmo la proposta del Ministero degli Esteri italiano di condurre insieme il programma di assistenza alla democrazia (Democracy Assistance Dialogue DAD) varato dal G8, proprio sulla base della dichiarazione di Sana’a e di cui l’Italia, assieme alla Turchia e allo Yemen, assicura la leadership. Il DAD è parte sostanziale dell’iniziativa di partenariato tra i paesi del G8 e i paesi del Medio Oriente allargato e del Nord Africa che ha preso il nome di Forum per il Futuro, ed è stato concepito proprio con l'obiettivo di consolidare un'abitudine al dialogo e alla consultazione fra governanti, parlamentari, esponenti di Ong, giornalisti, militanti dei diritti umani, a dimostrazione che non tutta la problematica che va sotto il nome di “promozione della democrazia” debba per forza essere targata solo “Stati Uniti”. L’attuazione del progetto ha già dato vita a tutta una serie di incontri e di iniziative, a Istanbul, a Venezia, a Rabat e la prossima importantissima tappa è quella del Bahrein, dove l’11 e il 12 novembre i Ministri degli esteri dei paesi del G8 e dei paesi della regione si riuniranno nell’appuntamento annuale del “Forum per il Futuro” ed esamineranno i progressi ottenuti nel quadro del partenariato, compreso il programma DAD. Per la prima volta, gli attori non governativi saranno ammessi nella “stanza dei bottoni” e potranno presentare i risultati della loro attività direttamente ai ministri, accanto ai paesi con i quali hanno collaborato più strettamente.
Ci saremo quindi anche noi radicali, insieme al governo italiano, per illustrare non solo ai governi, ma -se ci riuscirà- all’opinione pubblica quanto è stato fatto, e soprattutto quanto intendiamo fare l’anno prossimo. Nel gran parlare che si fa, non sempre a proposito, sul che fare in Iraq, come contribuire alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, come neutralizzare i propositi neointegralisti iraniani, come sconfiggere il terrorismo di matrice islamica, siamo convinti che guardare con attenzione all’appuntamento del Bahrein -che precede di poco quello per il decennale degli accordi euromediterranei di Barcellona-, esserci, ribadire il proprio impegno a sostegno di processi democratici che si cominciano a vedere in alcuni paesi, a noi pare oggi la risposta più costruttiva e concreta alle sfide che sono sotto gli occhi di tutti.
Ecco, mi verrebbe da chiedere: tutto questo interessa a qualcuno nella cosiddetta “politica ufficiale” italiana? E’ possibile che una qualunque piccola rissa, una qualunque polemica tutta domestica, tutta “da cortile interno”, tra o negli schieramenti (tutte cose di cui, dopo tre giorni, nessuno conserva neppure memoria), debba avere l’onore di prime pagine ed editoriali, mentre quello che ho appena iniziato ad elencare in queste righe sia sempre marginalizzato, confinato, considerato “altro”? Noi radicali -e con noi non pochi altri- continuiamo a non rassegnarmi.