AL DIRETTORE...

Emma Bonino
Il Foglio

Il mio presunto "tradimento", una volta arrivata al governo, della causa dei diritti umani ha stimolato un inaspettato interesse e un dato di benvenuta attenzione su questo tema. Ne sono lieta; perché spero che d'ora in poi saremo più numerosi a sostenere e promuovere diritti calpestati o negati ovunque avvengano. In attesa, quindi, di conoscere e appoggiare iniziative, di cui a dire il vero non vedo traccia per ora, dei nuovi campioni dei diritti umani che mi aiutino a uscire dalla mia "colpevole afasia", preciso quanto segue. Sulla Cina, guardando agli avvenimenti di queste settimane - il vertice Ue-Cina in Finlandia, la successiva visita di Wen Jiabao in Germania e Gran Bretagna, e infine la missione italiana in Cina - a me pare che una cosa dovrebbe saltare agli occhi: tutti i leader europei, da Merkel a Blair fino a Prodi, hanno ripetuto lo stesso messaggio agli interlocutori cinesi: l'incremento delle relazioni commerciali ed economiche con la Cina deve comportare progressi sostanziali in materia di democrazia e diritti umani. Le stesse parole che ho usato nel mio intervento di apertura alla Fiera di Canton alla presenza delle massime autorità cinesi, della stampa e degli imprenditori, quando ho chiesto al governo cinese "di accompagnare la crescita spettacolare e sostenuta sul piano economico con un'apertura altrettanto sostenuta sul piano sociale e dei diritti individuali". Quanto alla Bielorussia, la proposta di sospensione di una preferenza commerciale concessa dall'Ue ha poco a che vedere con diritti umani in senso stretto, come invece indicato in un editoriale ieri sul Foglio. Si tratta invece di dare attuazione a 12 raccomandazioni specifiche che, nel 2004, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro ha rivolto a Minsk per quanto riguarda i diritti sindacali, in materia di contrattazione collettiva e di diritto di associazione. Il fatto è che tutti i paesi confinanti della Bielorussia ci hanno chiesto di rallentare il passo della misura sanzionatoria, argomentando che penalizzare le esportazioni bielorusse avrebbe colpito non il regime di Lukashenko, bensì le imprese e gli stessi lavoratori i cui diritti s'intendeva tutelare. E' questa la linea che, per il momento, ha prevalso a Bruxelles con l'impegno di rivederla quanto prima, a meno che Minsk non adotti a tambur battente le misure richieste dall'Ilo. Ma non è questo il punto. Il punto è: in concreto, cosa ci si attende dal Ministro del commercio internazionale in occasione di viaggi ufficiali in Israele, in India, nei paesi del Golfo o in Russia, tutte mete in agenda per i prossimi mesi? D'inscenare manifestazioni di protesta contro le bombe a grappolo, il sistema delle caste e la sharia, e a favore dei ceceni? Un membro del governo ha certamente la possibilità di condizionare le discussioni collegiali e quella di orientare il portafoglio che gli è affidato. Ma a chi, e a cosa, servirebbe un Ministro del commercio internazionale che rifiuti d'interloquire con paesi che non superano tutti i canoni di osservanza del diritto internazionale? Dovrebbe, in pratica, confinarsi a promuovere il Made in Italy solo in Svizzera e in Svezia? Nella speranza che parlamentari, partiti, associazioni, donne e uomini di buona volontà - ciascuno per quanto può e deve - intensifichino le loro iniziative in difesa dei diritti umani, per quanto mi riguarda intendo usare gli accresciuti strumenti di dialogo e di contatto a mia disposizione in ragione delle mie responsabilità, non solo per sviluppare le relazioni economiche, ma anche per promuovere democrazia e diritti umani con i governi con cui avrò a che fare.