Africa-Europa

I VERTICI AFRICA-EUROPA

La storia dei vertici Africa-Europa è stata piuttosto lunga e tormentata. È stato necessario attendere cinque anni per arrivare dal Cairo, dove si era svolto il primo vertice, a Lisbona dove si è potuto tenere finalmente il secondo [8-9 dicembre 2007, ndt]. Gli africani hanno accusato il Regno Unito di avere imposto all’Unione Europea un eccesso d’intransigenza sulla questione della partecipazione al vertice del presidente Mugabe poiché erano stati toccati gli interessi britannici. Ora, il problema rispetto a Mugabe non era il fatto che egli avesse attaccato gli interessi britannici, ma che aveva attaccato quelli del proprio stesso Paese e del proprio stesso popolo.

Egli ha distrutto lo stato di diritto, ha violato tutto ciò che poteva violare in materia di diritti umani e di diritti politici e ha ridotto il proprio Paese alla miseria. Ha superato ampiamente i limiti di ciò che è tollerabile per un leader, che sia africano o no. Capisco che i britannici abbiano avuto un atteggiamento molto duro nei suoi confronti. E bisogna ammettere che l’Unione Europea con maggiore o minore entusiasmo ha mantenuto una posizione simile. Ciò che non comprendo è il fatto che gli africani abbiano potuto tollerare questo massacro della democrazia, dell’economia e dei diritti umani senza reagire in modo appropriato. Gli europei non avrebbero potuto fare di più senza assumere un atteggiamento di paternalismo neo-coloniale. Ma gli africani, al contrario, non avrebbero dovuto permettere che avvenisse questo disastro. Hanno assistito senza reagire alla demolizione giorno dopo giorno di un Paese che era un pilastro nell’architettura geopolitica dell’Africa australe e dell’Africa in generale. Davanti alle sofferenze inaudite di un intero popolo, hanno dato priorità alla solidarietà del club dei pari: un presidente non tocca un altro presidente anche se questi è di tutta evidenza illegittimo e commette dei crimini contro il proprio popolo. E non si sono resi conto che al di là di certi limiti la solidarietà diviene complicità e connivenza.

L’Unione Europea si trovava dunque di fronte a un dilemma: da un lato c’era il problema di Mugabe, e dall’altro la volontà di proseguire e rafforzare il dialogo di seconda generazione con l’Africa, che era iniziato con il vertice del Cairo. A causa di Mugabe, che ha reso impossibili tutte le formule di compromesso che la fertile fantasia degli africani e degli europei aveva inventato, il secondo vertice è stato rinviato a più riprese poiché gli europei rifiutavano di partecipare se Mugabe era presente. Infine il vertice ha avuto luogo e Mugabe c’era. Perché l’Unione Europea ha ceduto? Una spiegazione è che questo braccio di ferro sull’affare Mugabe era durato troppo a lungo e che l’interesse a rafforzare il dialogo e la cooperazione tra l’Africa e l’Europa doveva avere la priorità. Dal punto di vista della realpolitik questo atteggiamento può essere considerato comprensibile. Dal punto di vista della difesa dei principî, lo è meno. Ma c’era una ragione supplementare per spiegare il cambio di atteggiamento dell’Europa: l’arrivo in massa dei cinesi in Africa.

LA PENETRAZIONE CINESE

Nel corso degli ultimi anni, la Cina ha lanciato una campagna di penetrazione in Africa a tutto campo. Il volume degli scambi commerciali tra la Cina e l’Africa ha superato nel 2008 i 100 miliardi di dollari e la concorrenza cinese inizia a far paura. Si pensava che l’Africa fosse un territorio riservato alle ex potenze coloniali e più in generale all’Europa, dato che l’Europa e l’Africa hanno da sempre legami storici. Ora, l’arrivo dei cinesi ha cambiato questo scenario. I cinesi apportano delle risorse finanziarie molto importanti, anche se sotto forma di prestiti, e soprattutto non pongono condizioni politiche. Vogliono fare affari e non si interessano ai diritti umani e alla buona governance. Al contrario, preferiscono che non si parli di tali questioni che li disturbano.

Naturalmente i gruppi dirigenti africani sono stati sedotti da questo approccio, anche se le modalità della cooperazione cinese pongono loro dei problemi. In effetti, i cinesi apportano somme importanti, ma sotto forma di prestiti e non di donazioni. Se si considera il caso del Congo, questi prestiti sono legati a concessioni di sfruttamento di risorse naturali e a contratti con compagnie cinesi per la costruzione di grandi infrastrutture. In aggiunta, i contratti di sfruttamento di risorse naturali contengono clausole di garanzia molto impegnative per il governo, che rischiano di aggravare il debito del Paese beneficiario. Una rinegoziazione di questi contratti potrebbe essere esatta, a breve scadenza, dalle istituzioni finanziarie internazionali che non sono disposte ad annullare il debito del Congo perché questo possa in seguito indebitarsi nuovamente e in modo molto più grave con i cinesi.

Per quanto concerne la realizzazione dei grandi progetti di costruzione d’infrastrutture, i cinesi arrivano con il denaro ma anche con la mano d’opera. Qualche mese fa è apparso un articolo su «Jeune Afrique» nel quale ho letto con stupore che in Ghana perfino le prostitute sono state importate in massa dalla Cina e che le loro prestazioni sono meno costose di quelle delle prostitute ghanesi. Si tratta naturalmente di un fenomeno marginale, ma che è rivelatore di un problema generale. La concorrenza dei lavoratori cinesi riduce le possibilità di quelli africani di beneficare dei nuovi progetti. Per la popolarità dei cinesi è uno svantaggio notevole. Un altro svantaggio è di ordine linguistico e culturale poiché la comunicazione fra i cinesi e gli africani non è facile. Nonostante tutti questi problemi, non c’è dubbio che l’entrata in scena dei cinesi ha modificato l’equilibrio degli attori in Africa. Tanto più che è stata accompagnata da una presenza accresciuta degli indiani e dei brasiliani. L’Unione Europea ha dovuto confrontarsi con questa nuova realtà. Prima conseguenza del nuovo scenario è stato l’abbandono da parte dell’Unione Europea della pregiudiziale anti-Mugabe per il secondo vertice Africa-Europa. Seconda conseguenza è stato l’atteggiamento molto più fermo dei Paesi africani di fronte all’Europa a Lisbona. Dunque il vertice ha avuto luogo sotto il segno della realpolitik dura e pura e i britannici si sono levati d’impaccio inviando qualcun altro in luogo del ministro degli Esteri.

I successi conseguiti dalla Cina in Africa sono stati considerati come uno scacco per l’Unione Europea. Più che uno scacco, per gli europei si tratta di un campanello d’allarme, che dice: «Ora non siete più in regime di monopolio, dovete fare i conti con le regole della concorrenza». E questo in un contesto di cambiamenti profondi che concernono i principî di base che hanno governato finora le politiche di cooperazione allo sviluppo in Africa. C’è tutto un mondo che è in evoluzione e la presenza dei cinesi non può che accelerare il processo di cambiamento e stimolare i Paesi europei a uscire dell’ideologia del pauperismo che ha potuto sostenere i gruppi vulnerabili, ma che ha finito anche per far crescere enormemente la corruzione e non è riuscita a far decollare l’economia africana. C’è un ideogramma nella scrittura cinese che significa ‘crisi’ e nello stesso tempo ‘opportunità’. Abbiamo interesse a fare tesoro della saggezza cinese e a vedere in questa concorrenza l’opportunità piuttosto che la crisi. Intendo dire che occorre utilizzare l’ingresso massivo dei cinesi nel mercato africano per elaborare una nuova strategia di cooperazione con l’Africa. Niente impedisce che gli europei e i cinesi lavorino insieme e che facciano tesoro della differenza di approccio che li caratterizza per rinnovarsi. Alcune riunioni fra le due parti hanno già avuto luogo a Bruxelles. Vi ho partecipato e ho potuto constatare che i cinesi che vi partecipano sono ben preparati. Hanno studiato bene i loro dossier e sanno ciò di cui parlano. Il processo è avviato. Si vedrà quali saranno i risultati.

Tutto questo ha un effetto sul settore privato europeo. A lungo gli imprenditori europei hanno sottostimato l’Africa. Oggi si rendono conto che vi è un potenziale enorme che non possono più ignorare. Quando nessuno lo toccava, si diceva: «Ci sono altre zone del mondo dove gli investimenti sono più redditizi, ci si occuperà dell’Africa più tardi. Ad ogni modo, l’Africa è là e nessuno la tocca». Ora che vi sono altri operatori che arrivano e che cominciano a toccarla con grossi mezzi, l’atteggiamento cambia e si sviluppa una nuova coscienza. Si tratta di un esordio ancora timido poiché vi sono altre priorità per i Paesi europei. Dal punto di vista politico le priorità sono il Medio Oriente, i Balcani e i Paesi dell’Europa dell’Est in generale. Dal punto di vista economico, per gli imprenditori europei le tigri asiatiche restano ancora più attraenti dei leoni africani. Ma l’importante è che l’interesse per il potenziale economico che l’Africa rappresenta si sia risvegliato e che sia accompagnato da un senso d’urgenza che prima non esisteva. Bisogna forse ringraziare i cinesi per questo.

LO SVILUPPO ECONOMICO

Insisto sull’aspetto economico dato che lo sviluppo economico è un fattore importante per ridurre l’intensità dei conflitti in Africa. Uno sviluppo economico sostenuto può evitare una parte della pressione che si esercita al momento delle elezioni per acquisire il controllo dell’amministrazione pubblica. Vi sono dei Paesi in Africa dove il solo modo di sopravvivere è essere in politica o avere qualcuno della propria famiglia in politica. Se si è parte della macchina dello Stato, si hanno i mezzi per vivere abbastanza bene. E se si ha l’occasione di ottenere un posto dove si maneggia del denaro, ci si può arricchire e si possono accumulare risorse per il futuro, che è sempre incerto. Tanto più che chi ha ottenuto un tal posto deve occuparsi non solo della propria famiglia biologica ma anche della propria famiglia allargata, che è molto numerosa. La corruzione, che è endemica in questi Paesi, finisce per essere un sostituto della previdenza sociale. Uno sviluppo del settore privato che possa offrire delle opportunità d’impiego al di fuori della struttura politico-amministrativa permetterebbe di ridurre le enormi pressioni che spingono la gente ad agganciarsi al potere.

Occorrerà trovare dei meccanismi per incoraggiare le imprese dei Paesi industrializzati a investire in Africa e favorire delle formule che permettano di associare gli africani. L’obiettivo è far nascere e sviluppare un settore privato africano efficace e vibrante. Bisogna uscire dalla politica dell’assistenza attraverso l’aiuto pubblico come strumento pressoché esclusivo dello sviluppo. Questa politica ha certamente sostenuto i gruppi vulnerabili dei Paesi africani e ha nutrito la buona coscienza dei Paesi donatori, ma ha avuto anche degli effetti perversi: ha alimentato la corruzione, incoraggiato la passività, prodotto la dipendenza e non è riuscita a far decollare l’economia. Non suggerisco di abbandonare l’aiuto pubblico allo sviluppo dato che vi sono Paesi che ne hanno ancora bisogno, e taluni più di altri. Ma bisogna aumentare seriamente il livello di vigilanza e soprattutto unirlo a una politica economica di lungo respiro che miri a creare le condizioni per sviluppare il settore privato e fare entrare l’Africa nel mercato mondiale.

Occorre che l’Africa abbia il proprio posto nella mondializzazione e che questo posto non sia solamente quello di fornitrice di materie prime. Occorre che gli africani non siano solamente gli spettatori passivi nella scena economica mondiale, ma che trovino il proprio posto nelle istituzioni finanziarie internazionali dove si prendono le decisioni. Naturalmente c’è molta strada da fare, ma è questa strada che potrà determinare il cambiamento e soprattutto un autentico sviluppo dell’Africa. Recentemente, al vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba nel dicembre 2008 sono state prese decisioni importanti circa l’istituzione di Borse a livello nazionale e regionale e la creazione, a fianco della Banque Africaine de Developpement [Banca Africana di Sviluppo], di una Banque Africaine d’Investissement [Banca Africana d’Investimento] che dovrebbe essere operativa dal novembre 2009, con un capitale iniziale di quattro miliardi di dollari. È un buon inizio. Si deve sperare che ci sia un seguito.

Da parte sua l’Unione Europea dovrebbe sostenere i giovani imprenditori africani che vogliono investire ma che non hanno mezzi finanziari. Il sistema di micro-crediti già esistente dovrebbe essere incoraggiato e aiutato a svilupparsi. Tale sistema è più importante di quanto si creda. Molti sono riusciti ad avviare delle attività grazie a questi micro-crediti. L’Unione Europea potrebbe creare anche uno sportello nel campo del sostegno alla formazione di una classe di imprenditori africani; cercare di sviluppare fra gli africani uno spirito di accettazione del rischio d’impresa. Se si arriva a far sorgere questo concetto e a sviluppare una classe di imprenditori africani, credo che una parte dei capitali congelati nei conti cifrati delle banche estere, che sono il risultato di decenni di corruzione, potrebbe tornare in Africa sotto forma d’investimento. È un’idea che accarezzo da molto tempo: vedere in quale misura si potrebbe trasformare ciò che è stato un cancro, e che ha determinato l’impoverimento dell’Africa per molti anni, in opportunità. Invece di lasciare il loro denaro depositato in banche, i titolari di questi conti potrebbero essere incoraggiati attraverso politiche appropriate a riportarlo nel proprio Paese per investirlo in attività produttive, che sarebbero più remunerative degli interessi che le banche pagano loro e meno rischiose delle speculazioni di borsa. A condizione naturalmente che vi siano da parte dei governi delle politiche di promozione e garanzie efficaci e credibili. Detto questo, si torna ai grandi problemi della pace, della sicurezza e della stabilità.

Tutto ciò che ho appena detto resterà un sogno se non vi saranno questi tre fattori. E per questo occorre risolvere la questione della riforma dell’esercito, della polizia e della giustizia. Anche la giustizia, poiché coloro che rischiano il proprio denaro devono essere sicuri che non saranno vittime di un malvivente che abbia comprato un giudice. Il Congo è un caso limite in questo campo. L’esercito, la polizia e il sistema giudiziario sono in uno stato catastrofico e la legislazione in vigore sembra concepita per scoraggiare gli investimenti. Su una lista redatta da «Doing business», una prestigiosa organizzazione internazionale legata alla Banca Mondiale che informa gli operatori economici sulle misure che ciascun Paese assume per incoraggiare gli investimenti, il Congo è classificato all’ultimo posto, 178° su 178 Paesi considerati. È il Paese che ha meno strumenti per incoraggiarli e più intralci per scoraggiarli. Bisogna cominciare dal cambiare questo.

L’ex presidente Laurent Desiré Kabila aveva intrapreso la strada opposta. Aveva prodotto due leggi che scoraggiavano gravemente gli investimenti. La prima esigeva che tutte le transazioni fossero effettuate in franchi congolesi e non in dollari o in altra valuta di riferimento. L’altra imponeva che tutti i diamanti estratti nel Paese fossero venduti a un ente dello Stato e pagati in franchi congolesi, naturalmente al prezzo fissato dal governo invece che a quello di mercato. Si può facilmente immaginare la differenza tra i due prezzi. Il risultato di questa seconda misura è stato che i diamanti hanno preso la via sotterranea dei Paesi vicini che sono divenuti dei grandi esportatori di diamanti senza produrne. La prima misura ha avuto degli effetti perversi molto più gravi. Poiché la massa monetaria disponibile non era sufficiente per le esigenze del mercato, la banca centrale ha dovuto stampare in grandi quantità nuove banconote senza tenere conto del fatto che l’inflazione sarebbe salita alle stelle. Naturalmente il governatore della banca centrale lo sapeva bene, ma non aveva il diritto di contraddire il capo. Fortunatamente queste due misure sono state annullate piuttosto rapidamente, altrimenti l’economia congolese sarebbe affondata del tutto.