Afghanistan, non solo truppe


Il dado è tratto. Il comandante in capo ha stabilito la rotta: 30mila nuove truppe e un disimpegno a partire da metà 2011. Un anno e mezzo sarà sufficiente per portare a termine l`afghanizzazione della sicurezza? Sarà dura. È stato saggio annunciare sin d`ora una data di ritiro, viste le orecchie meno che benevolenti all`ascolto da quelle parti? Dalla visuale afghana c`è da dubitarne. Per quanto riguarda gli alleati, la richiesta americana è chiara ed è quella di colmare la differenza tra il nuovo surge americano e la richiesta del generale McChristal di 40mila unità. Ma, a monte, c`è da porsi una domanda: siamo sicuri che l`urgenza sia quella di più "boots on the ground" in Afghanistan mentre la polveriera Pakistan è esplosa nelle aree tribali proprio al confine con l’Afghanistan? Alcuni analisti sostengono che si possono mandare quante truppe si vogliono ma la missione non potrà mai essere portata a termine finché i santuari in Pakistan non saranno sgominati. Non a caso il vice presidente Joe Biden ha chiesto di invertire la priorità e ribattezzare PakAf la strategia AfPak; anzi, c`è chi suggerisce di passare direttamente ad una strategia PakPak vista la caduta libera del Pakistan. In questi mesi, invece, il dibattito si è polarizzato sul dilemma obamiano di un nuovo surge o meno, come se le opzioni fossero limitate ad una sorta di "lascia o raddoppia": o si raddoppiano le truppe in Afghanistan o nessuna counterinsurgency è possibile. Ma è sin dall`inizio della crisi che le decisioni sono state discutibili. In campo civile si è pensato che sulle macerie dei bombardamenti del 2001 si potesse creare uno stato democratico limitandosi all`elezione di un presidente, di un parlamento e di consigli provinciali. Evidentemente non è stato così. Il contesto di maggiore sicurezza e il nuovo quadro politico scaturito dopo le turbolenti elezioni presidenziali saranno inutili se non creeranno le condizioni per il rafforzamento della polizia locale, dell`amministrazione pubblica, delle infrastrutture, dell`istruzione, e dello stato di diritto che significa riforme, a cominciare da una revisione della costituzione con un nuovo baricentro dell`equilibrio dei poteri, alcuni dei quali - obiettivamente - dovrebbero passare dal presidente al parlamento e forse anche alla figura di un primo ministro che oggi non esiste. Ma soprattutto l`attuale costituzione non fornisce al potere legislativo gli strumenti per controllare un esecutivo invadente, come pure il potere giudiziario è negletto, fatto questo che contribuisce all`elevato livello di corruzione e al clima di impunità che rafforza l`insorgenza (ed è anche difficile chiedere ai nostri soldati di andare a "morire per Kabul" se questo è rappresentato da un governo corrotto e incapace...). Anche centralizzare troppo potere a Kabul a scapito delle province si è dimostrato un errore. Prima delle elezioni dell`anno prossimo occorrerebbe introdurre un sistema più rappresentativo e funzionale anche a livello locale, pur facendolo rimanere accountable all`amministrazione centrale. Le riforme dovrebbero prevedere anche la legalizzazione dei partiti politici. Dalla mia esperienza delle elezioni del 2005, l`assenza di partiti capaci di fare da filtro a candidati impresentabili ha fatto sì che in parlamento siano stati eletti tra i più sanguinari signori della guerra ed ex mujahidin, mentre un sistema multi-partitico può essere benefico non solo per ragioni di vetting di inibizione dalle liste elettorali - ma anche perché darebbe ad alcune etnie, penso in particolare ai pashtun, un`alternativa politica a quella di organizzarsi con le armi. Infine due parole sulla dimensione regionale. Come da tempo sostiene Emma Bonino, il problema afghano non si risolve fuori dal contesto geopolitico nel quale è calato. Quindi ben venga la conferenza internazionale a Londra il 28 gennaio, che metterà attorno al tavolo le potenze regionali e i paesi confinanti senza i quali nessuna stabilità, se e quando raggiunta, sarà duratura. Ma come intende il governo italiano, che meritoriamente ha spinto per questa conferenza, prepararsi per tale evento? In quali sedi - Nato, Onu, Ue? - intende discutere dei passi da fare prima del 28 gennaio? Con quali idee e proposte pensa di affrontare e risolvere problemi grandi come macigni, vedi per esempio quello dell`oppio? Dopo nove anni è doveroso avviare una politica più determinata nella ricerca del consenso all`interno della frammentata società afghana, e forse avere il coraggio di premere il pulsante "reset” anche per quanto riguarda i rapporti con l`Afghanistan ed il suo martoriato popolo che è, non dimentichiamocelo, la prima vittima di questa guerra.

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