5° Congresso Mondiale Parlamentare sul Tibet - Relazione introduttiva di Matteo Mecacci


5° Congresso Mondiale Parlamentare sul Tibet
Roma, 18, 19 Novembre 2009, Camera dei Deputati, Sala della Regina

Relazione introduttiva di Matteo Mecacci, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare per il Tibet Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito

“Del Tibet non si parla più. Forse il mio popolo ha riposto troppe aspettative su di me. Il mondo intero ha sopravvalutato le mie forze. Non ce l’ho fatta. Non sono riuscito a restituire la libertà al mio popolo. Ecco la prova che non sono un dio, e nemmeno un leader politico. Sono solo un povero rifugiato politico, un monaco buddista sulla soglia della pensione e con tanta amarezza in corpo...”

Queste parole sono state pubblicate in una bella intervista di Pio D'Emilia sul settimanale l'Espresso questa settimana e sono del Dalai Lama. E proprio per queste sue parole, Sua Santità, per questa sua grande sincerità e umanità noi vogliamo accoglierla oggi nel Parlamento italiano, nel parlamento italiano con un benvenuto ancora più caldo e ancora più forte. Vogliamo farle sentire che non e' solo, che vogliamo essere accanto a lei e sostenerla nella sua lotta. Vogliamo farle sapere che siamo pronti a discutere della drammaticità della situazione che lei ci ha rappresentato, me lo lasci dire, da vero leader politico. Cercheremo quindi di non nasconderci dietro parole di cortesia o di circostanza.

Siamo in molti oggi qui presenti, oltre 200 parlamentari da 28 paesi hanno aderito e confermato la partecipazione, 150 sono italiani. Sappiamo che molti altri sono con noi in molti paesi ma che non sono potuti essere qui oggi. In particolare, dagli Stati Uniti dove e' in corso una dura battaglia parlamentare sulla riforma Sanitaria, e sappiamo anche che in queste ore e' in corso la visita in Cina del Presidente Obama, la cui strategia va seguita necessariamente con attenzione.

La richiesta del Presidente Americano Barack Obama di ieri alle autorità cinesi di riprendere a breve i negoziati tra le autorità di Pechino e il Dalai Lama sullo statuto del Tibet, rappresenta un fatto positivo. Sono dichiarazioni che chiariscono che di Tibet si può e si deve parlare con la Cina. Tuttavia, occorre garantire che le ragioni per le quali quel tentativo si e' interrotto dopo 7 anni, siano affrontate seriamente.

Innanzitutto, occorre che sia ristabilita la verità sullo svolgimento dei negoziati e sui contenuti delle proposte presentate dai tibetani e dai cinesi. Da molti mesi, infatti, le autorità cinesi accusano il Dalai Lama di volere l’indipendenza, nonostante i suoi inviati abbiano presentato formalmente a Pechino, e poi reso pubblico, un Memorandum per l’autonomia del Tibet (che trovate tradotto in molte lingue), che e’ chiaramente fondato su una richiesta di autonomia. Inoltre, il fatto che quei negoziati si siano svolti in modo segreto e al di fuori di qualsiasi coinvolgimento delle istituzioni internazionali, ha impedito qualsiasi possibilità di influenzare in senso positivo le posizioni del Governo cinese.

Mi auguro che dopo questa posizione espressa dal Governo americano, il Governo italiano, che due giorni fa ha nuovamente incontrato in pompa magna Gheddafi, (credo si tratti della sesta volta nel corso dell'ultimo anno...) trovi anche il modo e il tempo di esprimersi a sostegno delle ragioni della visita nel nostro paese del Dalai Lama e della ripresa dei negoziati tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, nell’ambito di un quadro di maggiore sostegno, impegno e partecipazione della comunità internazionale”. Desidero anche ringraziare la Speaker del Congresso Nancy Pelosi che pur non potendo essere con noi ci ha volto inviare un messaggio che sarà letto più avanti.

Ma lasciatemi dire che se questo appuntamento oggi e' possibile e' grazie al Presidente del Parlamento Tibetano in Esilio, Penpa Tsering, all'International Campaign for Tibet rappresentata qui dal suo Chairman Richard Gere, e' grazie a Marco Pannella, Presidente del senato del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito e, non certo ultimo, e' grazie al Presidente della Camera Gianfranco Fini.

Ringrazio Gianfranco Fini perché dopo il rifiuto nel 2007 delle autorità cinesi di continuare i negoziati e il dialogo politico con i rappresentanti del Dalai Lama sulla proposta di autonomia per il Tibet, e dopo che nel 2008 le manifestazioni in Tibet sono state represse nel sangue, non era facile, non era affatto scontato, far svolgere nel Parlamento italiano il primo appuntamento internazionale dopo quegli eventi, che coinvolge politici e parlamentari da tutto il mondo chiamati a discutere e a prendere iniziative sulla questione tibetana. In secondo luogo, la sensibilità e l'attenzione politica del Presidente della Camera sono le stesse che stanno consentendo di alimentare nel nostro paese un dibattito aperto e libero su temi che altrimenti sarebbero sepolti dal conformismo e dal cosiddetto realismo politico.

Voglio sottolinearle questo aspetto perché nel mio paese, come in tanti altri paesi democratici ed occidentali, ormai da lungo tempo, la politica e le istituzioni hanno smesso di dare priorità al rispetto di alcuni principi fondanti i sistemi democratici, come il rispetto dei diritti umani, nell'illusione che la libertà e la democrazia possano vivere e fiorire all'interno di angusti confini nazionali.

Se non vi è,infatti, comprensione che questi principi sono necessari per assicurare una convivenza globale pacifica, se non vi e' comprensione e compassione (nel senso di condividere la sofferenza) per coloro che vivono oggi sotto regimi autoritari e dittatoriali privati della libertà di pregare o di esprimere un pensiero, se non vi e' la condivisione della libertà e delle ricchezze di cui godiamo con coloro che ne sono privati - come purtroppo il Vertice della FAO in corso qui a Roma ci conferma, il mondo, il nostro mondo, e' destinato a veder aumentare la violenza, l'intolleranza, il razzismo, i nazionalismi e la disperazione di alcuni miliardi di persone come noi.

E voglio sottolineare come vada salutata davvero come un piccolo fatto rivoluzionario, la decisione del Segretario Generale della FAO Diouf e del Segretario Generale dell'ONU Ban Ki Moon di fare uno sciopero della fame, anche se di sole 24 ore, per chiedere ai Governi di affrontare a viso aperto e di non girare la testa, davanti a quell'olocausto silenzioso che vede morire per fame un bambino ogni 6 secondi. La nonviolenza che arriva nelle stanze dove si prendono le decisioni, nelle stanze del potere, e' un segnale positivo di speranza ma anche di ribellione al conformismo e al cinismo, che noi qui oggi dobbiamo esser pronti ad incoraggiare a ed alimentare, anche per la questione tibetana.

Vedete, e questo voglio che sia ben chiaro, questo non e' un congresso anticinese. E' un congresso che vuole innanzitutto ristabilire la verità sulla condizione in cui vive il popolo tibetano da oltre 50 anni sotto occupazione cinese; una situazione che non può continuare ad essere ignorata dalla comunità internazionale.

La convivenza tra il popolo cinese e il popolo tibetano, che e' ormai giunta alla terza generazione, può e deve essere una ricchezza per tutti, ma non può continuare fondarsi sulla imposizione di un'ideologia autoritaria di un'etnia sull'altra. La convivenza deve fondarsi sulla condivisione di norme e leggi che siano espressione di diritti riconosciuti dalla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Diritti che debbono valere tanto per i tibetani quanto per i cinesi.

Tra i nostri compiti credo via sia certamente anche quello di aiutare a ristabilire la verità sugli anni di negoziati che si sono svolti tra i rappresentanti del Dalai Lama e le autorità cinesi. Negoziati, lo ripeto, che si sono svolti in segreto per espressa richiesta delle autorità cinesi e senza alcun coinvolgimento di istituzioni internazionali. Su questo sarà fondamentale ascoltare chi ha partecipato direttamente a quel processo negoziale come gli inviati del Dalai Lama Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen che parleranno nel pomeriggio di oggi, in modo da poter approfondire e meglio comprendere quale possa e debba essere il ruolo della comunità internazionale, dei parlamenti nazionali, del Parlamento europeo, a sostegno del rilancio di un'iniziativa politica e nonviolenta che riaffermi la verità su quanto accaduto in questi anni.

20 anni fa veniva abbattuto il muro di Berlino. Tutti lo abbiamo ricordato in questi giorni per le conseguenze positive che quell'evento ha avuto per centinaia di milioni di persone. Ma 20 anni fa, non lontano da quella data, ci fu un altro evento importante. L'attribuzione del Premio Nobel per la Pace al Dalai Lama. Da allora il Dalai Lama e' stato un messaggero di pace, di tolleranza e di nonviolenza che continua nella sua opera nonostante le terribili difficoltà in cui si trova, insieme al suo popolo.

Queste sono alcune delle molte ragioni per le quali le istituzioni dei paesi che si dicono democratici, a partire dai loro Governi, hanno un obbligo politico di accogliere questo messaggio, di rilanciarlo e di rafforzarlo, e dunque di non cedere a ricatti politici scontati e banali dei paesi autoritari.

Vedete, uno dei capisaldi della politica estera applicata da decenni dal Governo cinese e' quella della non interferenza negli affari interni degli Stati. Se così e', e nessuno può negare che sia così, allora occorre riconoscere che siamo di fronte a una grande contraddizione da parte del governo cinese.

Come può essere infatti definita se non "interferenza negli affari interni degli stati" la vera e propria campagna globale di intimidazione portata avanti dal Governo cinese nei confronti di tutte le istituzioni che osino parlare o incontrare il Dalai Lama? E se si accetta che la Cina interferisca nelle decisioni di politica estera dei nostri paesi, come si può accettare di stare in silenzio davanti a massacri in Tibet o nel Turkestan Orientale che violano il diritto internazionale? Questo non si può e non si deve accettare, anche perché il principio della "non interferenza negli affari interni di uno Stato" e'stato ormai messo in discussione e considerato superato a livello teorico anche dalle organizzazioni internazionali di cui fa parte anche la Cina.

Infatti, l'approvazione da parte dell'Assemblea Generale dell'ONU, per consensus, del principio della Responsabilità di proteggere ha fatto compiere un ulteriore salto teorico in avanti all'evoluzione del diritto internazionale a difesa dei diritti umani, ponendo in capo all'ONU, alle istituzioni internazionali e ai Governi, non tanto e non solo il cosiddetto "diritto di ingerenza" negli affari interni di uno stato quando si verifichino gravi violazioni dei diritti umani, bensì un vero e proprio "obbligo di intervento", la cosiddetta "responsabilità di proteggere", nei confronti delle popolazioni oppresse o non difese dai governi nazionali.

Tuttavia, sappiamo che si tratta per il momento di un avanzamento solo teorico perché gli stessi paesi che si sono fatti promotori della responsabilità di proteggere, a partire dall'Unione Europea hanno trovato il modo di dividersi anche sulla decisione del suo Presidente di turno Sarkozy di incontrare il Dalai Lama, nel dicembre del 2008, dopo le violente repressioni del marzo 2008 in Tibet. Decisione quella di Sarkozy che portò Pechino ad annullare il Summit Cina-Unione Europea senza che il successivo Consiglio Europeo trovasse il modo di reagire a causa delle divisioni tra i paesi europei.

Una delle più gravi difficoltà del processo di integrazione europea verso la costruzione di un'Europa che sia davvero federale, si e' palesata proprio di fronte alla gestione del dossier tibetano. 27 paesi europei con 27 politiche estere indeboliscono qualsiasi possibilità dell'Europa di promuovere al di la' dei suoi confini quei principi che ne dovrebbero costituire le fondamenta.

Dopo la consegna del Nobel per la Pace nel 1989, Lei Sua Santità ebbe a dichiarare: “Conferire il Premio Nobel per la Pace a me, un semplice monaco del lontano Tibet…riempie i Tibetani di speranza. Ciò significa che, nonostante il fatto di non aver attirato l'attenzione sulla nostra situazione per mezzo della violenza, non siamo stati dimenticati... Sono profondamente commosso dalla sincera preoccupazione mostrata da così tante persone in questa parte del mondo per la sofferenza della gente del Tibet. Questa è una fonte di speranza non solo per noi tibetani, ma anche per tutti i popoli oppressi”.

Benvenuto quindi al Dalai Lama. Mi pare chiaro, infatti, che del suo messaggio di pace, di nonviolenza, tolleranza e laicità che dura da decenni hanno certamente bisogno la Cina e il Tibet per conquistare la libertà, ma sicuramente anche il futuro libero e democratico del nostro paese, dell'Europa e del mondo.