23 febbraio: questa è una delle date più tristi nella storia della nazione cecena. Intervento di Umar Khanbiev


23 febbraio: questa è una delle date più tristi nella storia della nazione cecena. Ma, purtroppo, non è né la prima né l’ultima data dei misfatti dell’impero russo nella guerra coloniale - genocida contro il popolo ceceno; guerra che ha avuto inizio nel XVI secolo e continua sino ai giorni nostri. I metodi di questa guerra sono i più disumani è feroci. Oltre a tutte le forme di violenza, uno dei mezzi più importanti della politica degli aggressori russi nei confronti dei ceceni, erano e rimangono il genocidio, il disastro ecologico e la deportazione.

La sostanza della politica della Russia in Cecenia è espressa dalle parole del generale Ermolov, che ha comandato le truppe russe nel Caucaso dal 1816 al 1827, generale diventato famoso per i suoi misfatti sanguinari contro le donne e i bambini del Caucaso: “Io non troverò pace fino a quando sarà in vita anche un solo ceceno!”. Quella stessa tattica la sostengono anche gli ideologi contemporanei della conquista della Cecenia.

In seguito a questa complessa politica di uccisione del popolo, una gran parte della popolazione cecena è stata disintegrata. Come testimoniano fonti ufficiali, alla fine della guerra russo-caucasica del 1860 “il popolo ceceno da un milione e mezzo si è ridotto a 400 mila persone”.

La prima deportazione dei ceceni fu compiuta dai russi nel 1792 dopo una lunga guerra distruttiva.

Da allora, a brevi intervalli di tempo, i russi hanno effettuato 9 deportazioni del popolo ceceno dalle loro terre storiche.

Nel 1918 il popolo ceceno dichiara l’indipendenza della Cecenia. Dal 1918 al 1920 difende questa indipendenza dalle truppe del generale Denikin, oppositore dei bolsheviki, e dopo la sconfitta delle truppe di Denikin è continuata la guerra anche contro i bolsheviki. I metodi di guerra contro il popolo ceceno così come quelli dei “bianchi”, anche quelli dei “rossi”, erano l’immagine speculare dei metodi dei loro predecessori zaristi. In seguito i bolsheviki hanno perfezionato i metodi di disintegrazione del popolo ceceno. Per giustificare la politica di eliminazione del popolo ceceno avevano introdotto la teoria della lotta di classe e da allora il popolo ceceno è stato disintegrato in nome “degli alti principi dell’internazionalismo”.

Nell’intervallo dal 1920 al 1930 con il pretesto della guerra con il ceto dei contadini ricchi e il “nazionalismo borghese” fu eliminato il 20% della popolazione. In gran parte furono represse persone competenti, istruite, che il popolo definiva: il fiore della nazione. Alla repressione dei poteri d’occupazione, i ceceni risposero con una rivolta. Questo si è protratto fino alla seconda guerra mondiale.

Ma la deportazione dei ceceni del 23 febbraio fu l’ennesima – la decima totale deportazione del popolo ceceno. Nella storia del nostro popolo questa deportazione viene definita, a pieno titolo, il terzo genocidio dei ceceni: in conformità a tutte le caratteristiche del genocidio. Il parlamento europeo, con una risoluzione, ha riconosciuto, giuridicamente, questa deportazione come un atto di genocidio nei confronti del popolo ceceno.

Dai racconti dei nostri genitori, vivi testimoni di quel giorno, la nostra generazione conosce bene ciò che è avvenuto il 23 febbraio del 1944.

Il potere sovietico, così come il potere russo di oggi, era perfido, disumano e cinico. Inizialmente, tre mesi prima della deportazione, in tutti i villaggi ceceni erano stati condotti e alloggiati, nelle case dei ceceni, 200 mila soldati dell’ NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni) con il pretesto che, questi soldati, avevano bisogno di riposarsi prima di essere spediti al fronte. Queste stessi soldati, che i ceceni avevano sfamato, quel giorno avevano preso parte alla deportazione. Io, spesso, immagino il quadro di questo giorno, che mi è stato descritto dai miei genitori. Al mattino presto vengono svegliati da delle raffiche di mitra, nella casa irrompono dei soldati, arrestano tutti gli uomini, mentre le donne e i bambini vengono buttati fuori sulla strada, dove ci sono neve e gelo. Sotto la minaccia delle canne dei fucili, sono costretti ad interi giorni e notti di cammino, vengono condotti fino alla stazione ferroviaria, dove vengono caricati su dei vagoni assolutamente inadatti al trasporto di uomini. Inoltre, febbraio in Cecenia è il mese più freddo dell’inverno. Questo dice, che anche il momento della deportazione non è stato scelto casualmente. Erano state create tutte le condizioni affinché sopravvivesse la minor quantità di gente possibile.

Lungo la strada per la Siberia e per l’Asia centrale è morta più del 50% di gente. E ancora un 20% è morta, nei primi 2-3 anni nel luogo della sua permanenza, per fame, freddo e malattie.

In quel giorno, in alcune zone della Cecenia, coloro che avevano preso parte attiva alla deportazione avevano dimostrato misure anche più radicali nei confronti del popolo deportato, misure che avevano dimostrato il vero scopo di quell’azione.

In molti villaggi montanari, ma anche nella parte pianeggiante della Cecenia, le persone venivano semplicemente bruciate, affogate e fucilate. Tra tutti i villaggi dell’elenco, il più noto è Khaibakh. Più di 700 persone, bambini, donne e vecchi erano state fatte entrare in una stalla e bruciate vive e si sparava a quelle che tentavano di salvarsi da quell’inferno; nel lago di Galanch vennero affogate delle persone dei villaggi limitrofi; nel cortile dell’ospedale di Urus-Martan i pazienti furono sepolti vivi in una fossa con della spazzatura.

Io ricordo, come un vecchio, un veterano di guerra, ogni volta il 9 di maggio, giorno in cui, in Russia, si festeggia il giorno della vittoria sul fascismo, veniva fino al cancello della nostra scuola e gridava, che i fascisti non erano stati estirpati, ma sedevano ancora all’interno del Cremlino. Naturalmente fu preso dalla polizia, ma i nostri maestri si avevano spiegato che si trattava semplicemente di un uomo malato, il quale aveva subito un trauma alla testa durante la difesa di Leningrado. In effetti, la storia della malattia di questo uomo è significativa. Era un artigliere, aveva preso parte alla difesa di Leningrado. Dopo la liberazione dall’assedio, lo avevano allontanato dal fronte, così come tutti gli altri ceceni ex-combattenti, ed era stato mandato con il resto del popolo deportato. Quest’uomo, a lungo, aveva cercato i suoi genitori, ma non li aveva trovati. Quando i ceceni tornarono in Cecenia, egli, esaminando attentamente le rovine della casa dei genitori, vi trovò sotto i loro scheletri: erano stati uccisi dal paese, che lui aveva difeso dai fascisti.

Come pretesto per la deportazione era stata utilizzata “la loro attiva e quasi universale partecipazione al movimento terroristico, diretto contro i Soviet e l’Armata Rossa”, ma anche la collaborazione con i tedeschi al tempo della loro permanenza nel Caucaso del Nord nel 1942: una bugia e ipocrisia! La Cecenia non era stata occupata dalle truppe tedesche e i ceceni, in nessun modo, potevano collaborare con loro, neanche se lo avessero desiderato. Quando a Džokhar Dudaev fu chiesto perché i ceceni erano stati deportati, rispose: perché nell’esercito di Vlasov, che conta un milione di soldati, sono stati trovati due o tre ceceni!

L’elenco degli atti scellerati dei colonizzatori nella guerra durata 4 secoli è infinito e cresce di giorno in giorno. Non ci sono limiti alle barbarie disumane dei regimi della Russia.

A Groznij, sulla lastra commemorativa del monumento alle vittime del genocidio del 1944 sono state incise queste parole: Доьлхар дац! Духур дац! Дицдийр диц! (Non piangeremo! Non ci spaventeremo! Non ci dimenticheremo!)

Prendendo parte all’inaugurazione di questo monumento, il primo presidente della repubblica cecena dell’Ishkeria ha dichiarato questo giorno come “Il giorno della resurrezione del popolo ceceno!” ha detto, che il popolo ceceno non deve vivere nel rancore e non deve piangere per le date storiche, organizzando lutti, ma deve attivamente integrarsi nell’Europa, sviluppare la propria cultura, vivere e tendere al futuro. Purtroppo, a questo è seguita una nuova tappa della guerra coloniale – genocida: sono stati ripetuti i metodi peggiori dell’esperienza del genocidio, che la Russia aveva preso dalla storia dei genocidi compiuti nelle guerre passate.

La Russia ha dimostrato che, per la sua natura di alta moralità, rimarrà un paese medievale e barbaro.

Il popolo russo oggi è in estasi per via di un amore sfrenato verso l’ennesimo despota, che domani diventerà l’ennesimo fautore di atti scellerati. Il popolo si sveglierà, come ha sempre fatto, e dirà, che è stato utilizzato dal regime! Per questo, tutti gli sforzi devono essere diretti alla liberazione dei russi dal loro amore patologico e dai loro regimi dispotici.

Ma questo è possibile soltanto con la democratizzazione della Russia. Ecco che allora troveremo una lingua in comune con loro. Solo un popolo libero può capire e dare un valore all’aspirazione alla libertà di un altro popolo, altrimenti sarà sempre uno schiavo, che si basa su di una mentalità da schiavo:

Ascolta! – dice a chiunque cominci a parlare di libertà, - che te ne fai della libertà? Mangiare e bere ci sono, si può dormire, dunque che te ne fai della libertà?

Oggi in Cecenia, secondo le parole degli scrittori di fiabe del Cremlino, tutto è come deve essere nelle fiabe. Si batterebbe il record di un raccolto senza precedenti, la natalità sarebbe da record, Groznij, secondo la dichiarazione di uno di loro, non è Stalingrado, ma i ceceni sopravvissuti, casualmente, al genocidio esprimono un amore forte nei confronti del despota, al di là dell’ennesimo genocidio, che non si è ancora compiuto.

E in effetti, il genocidio continua a ritmi intensi. Solo, sono state aggiunte nuove forme e metodi del genocidio. Il regime russo porta avanti, in Ishkeria, un complesso di metodi mirati a carattere ecologico e medico, diretti alla diminuzione del numero della popolazione, al travisamento dei valori nazionali e alla distruzione della nazione cecena col genocidio.

In questo complesso rientrano l’ecologia, l’epidemia VIC (epidemia, che colpisce il sistema immunitario umano): infezioni, radiazioni, tossicodipendenza.

Sono affermazioni disumane e ciniche quelle, secondo le quali, in Cecenia oggi vivrebbero un milione e 200 mila ceceni. Secondo i nostri conti, là ci sono meno di 500 mila persone. Ma il regime russo non ha alcuno scrupolo. 250 mila ceceni morti, tra i quali 42 mila bambini, 300 mila esiliati dalla Cecenia, continuano a costituire fonte di reddito per gli assassini. Su queste anime morte si calcola accuratamente il denaro pubblico e viene poi ripartito tra gli assassini.

Ma cosa fanno l’Europa e la comunità mondiale, per fermare il barbaro? Assolutamente niente! Gas, petrolio e Putin. Sono tre parole che, per loro, sono più sacre dei santi, hanno annebbiato i loro cervelli e la loro vista, hanno modificato il loro onore, coscienza e merito, ma la guerra, nel frattempo, continua. Non soltanto in Cecenia, ma anche in tutto il Caucaso e di questa guerra non si vede la fine.

La Cecenia ha il programma di pace di Maskhadov-Akhmadov, che ha annunciato il Partito Radicale Transnazionale, sostenuto da molti deputati del parlamento europeo e politici, ma nessuna organizzazione e neppure nessun leader dei paesi europei ha osato sostenere questa iniziativa. Pochi giorni fa, quasi in base ad un programma simile, il Kosovo ha ottenuto il riconoscimento della propria indipendenza. Felicitandomi con il Kosovo, per amore di giustizia voglio far notare, che il Kosovo merita il riconoscimento non più di quanto lo meriti la Cecenia. Perché allora, ciò che è possibile per il Kosovo e per il Timur-est, non lo è per la Cecenia? La domanda è prettamente retorica, noi conosciamo bene la risposta. Per questo il popolo ceceno continua la lotta senza particolari speranze nell’Organizzazione delle Nazioni Unite e nell’Unione Europea, la continua come può e come riesce. Ma, all’ Unione Europea, prima o poi, toccherà prendere parte alla soluzione della questione cecena. Si fa finta, che non stia accadendo nulla, ma non si può, perché la Cecenia – è l’Europa!

Infine, vorrei esprimere il mio rispetto per gli organizzatori di questa conferenza, con i quali sono in rapporti di amicizia da tempo, e voglio sottolineare, che i radicali italiani e il partito radicale transnazionale – sono gli unici tra i più coerenti e principali lottatori per la difesa dei principi della democrazia, che hanno giocato un ruolo molto importante nell’accettazione da parte del parlamento europeo di quel documento storico: il riconoscimento della deportazione dei ceceni avvenuta nel 1944, come atto di un genocidio. I ceceni ringraziano Emma Bonino, Marco Pannella, Oliver Dupuis e voi tutti, per il vostro stoicismo e coraggio. Grazie.