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194, IL TEATRO DELL'ASSURDO
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Le vie dell'assurdo sono infinite, e così, all'indomani della manifestazione di Milano, eccoci con Rocco Buttiglione che si fa paladino integrale e integralista della 194 purché integralmente applicata. Chi ha mai attaccato quella legge? Nessuno, garantisce il ministro, «noi non vogliamo cambiarla, noi vogliamo applicarla per intero soprattutto nelle parti relative alla prevenzione» che, lo dice pure il comitato nazionale di bioetica, applicate non sono. A volerla cambiare c'è solo Marco Pannella, il quale non solo si rifiuta di considerarla un'icona intoccabile ma, a corteo ancora caldo, non esita a smarcarsi dal coro mettendo qualche puntino sulle i: «la 194 è pessima e i suoi risultati sono ottimi soltanto perché non è stata rispettata. C'è solo un modo per difenderla: migliorarla», in senso contrario, va da sé, a quello gradito a Buttiglione (secondo la proposta di Emma Bonino: più informazione su contraccettivi e pillola del giomo dopo, aborto possibile anche nelle strutture private, via l'articolo 4). Livia Turco invece la vuole lasciare così com'è: va bene così, salvo applicarla meglio in alcuni punti, che, di nuovo va da sé, sono diversi da quelli di Buttiglione (meno attesa, rafforzamento dei consultori, tutela delle immigrate). Sembra di sognare: 150.000 persone in piazza (compresa Emma Bonino) per difendere una legge che nessuno vuole cambiare, tranne Marco Pannella e non contro le donne?
L'assurdo, è evidente, milita soprattutto dalla parte di Buttiglione e dei suoi, i quali sanno benissimo che la loro "piena applicazione" della 194 rimetterebbe le donne sotto tutela e sul banco delle imputate. Ma c'è dell'assurdo anche dal lato di una manifestazione che per un verso ha inteso rimettere in scena libertà, autodeterminazione e soggettività politica femminile, per l'altro le ha ancorate alla strenua difesa di una legge che il movimento femminista non ha mai considerato il massimo del desiderabile ma il minimo dell'accettabile. E che se nella pratica della sua applicazione si è rivelata finora più duttile di quanto la lettera del testo promettesse, mantiene tutti interi i suoi limiti, come dimostra il teatro dell'assurdo di cui sopra.
Quali limiti? Bisognerà prima o poi rifare un pò di storia. La 194 siglò un compromesso fra il potere femminile sulla procreazione e il potere dello stato sul corpo femminile. Non autorizza l'aborto: si limita a legalizzarlo, in nome della tutela della salute femminile e a certe condizioni (parere del medico, obbligo di soprassedere per sette giorni, obbligo di usufruire di una struttura pubblica etc.). Il testo non è scevro dalla contrapposizione fra il diritto alla vita della madre e quello del concepito (contrapposizione s'è visto di quali guasti possa essere foriera nella legge 40), anche se recepisce la superiorità del primo rispetto al secondo stabilita da una sentenza della Corte costituzionale del 1975 che aprì la strada al processo legislativo. ll quale vide per anni un conflitto fra la Dc antiabortista, il Pci e il Psi che investivano della decisione sull'interruzione di gravidanza i medici, i partiti laici che la lasciavano alla donna. Il tutto mentre nel femminismo si svolgeva un denso dibattito di tutt'altra natura, che non parlava la lingua del diritto e dei diritti ma connetteva l'aborto al desiderio di essere o non essere madre, al conflitto fra sessualità femminile e maschile, alla contraddizione fra razionalità della contraccezione e desiderio inconscio di concepire, alle più complessive condizioni di vita, da quelle economiche a quelle affettive, in cui ciascuna si trova a decidere se mettere al mondo un figlio o no. Un'elaborazione che solo una parte del femminismo legava all'obiettivo di una legge, mentre un'altra parte dichiaratamente la slegava, considerando l'aborto un'esperienza irriducibile alle gabbie di una normativa, e chiedendone non la legalizzazione ma la semplice depenalizzazione: chiedendo cioè che l'aborto non fosse reato, e che godesse dell'assistenza medica.
Concentrato nella difesa della 194, il corteo di Milano non portava memoria di questa tutt'altro che minoritaria posizione. Peccato, perché tenere la giusta distanza dai limiti di una pur buona legge aiuterebbe a tenerla anche dal teatro dell'assurdo che su di essa non cessa di prodursi.
L'assurdo, è evidente, milita soprattutto dalla parte di Buttiglione e dei suoi, i quali sanno benissimo che la loro "piena applicazione" della 194 rimetterebbe le donne sotto tutela e sul banco delle imputate. Ma c'è dell'assurdo anche dal lato di una manifestazione che per un verso ha inteso rimettere in scena libertà, autodeterminazione e soggettività politica femminile, per l'altro le ha ancorate alla strenua difesa di una legge che il movimento femminista non ha mai considerato il massimo del desiderabile ma il minimo dell'accettabile. E che se nella pratica della sua applicazione si è rivelata finora più duttile di quanto la lettera del testo promettesse, mantiene tutti interi i suoi limiti, come dimostra il teatro dell'assurdo di cui sopra.
Quali limiti? Bisognerà prima o poi rifare un pò di storia. La 194 siglò un compromesso fra il potere femminile sulla procreazione e il potere dello stato sul corpo femminile. Non autorizza l'aborto: si limita a legalizzarlo, in nome della tutela della salute femminile e a certe condizioni (parere del medico, obbligo di soprassedere per sette giorni, obbligo di usufruire di una struttura pubblica etc.). Il testo non è scevro dalla contrapposizione fra il diritto alla vita della madre e quello del concepito (contrapposizione s'è visto di quali guasti possa essere foriera nella legge 40), anche se recepisce la superiorità del primo rispetto al secondo stabilita da una sentenza della Corte costituzionale del 1975 che aprì la strada al processo legislativo. ll quale vide per anni un conflitto fra la Dc antiabortista, il Pci e il Psi che investivano della decisione sull'interruzione di gravidanza i medici, i partiti laici che la lasciavano alla donna. Il tutto mentre nel femminismo si svolgeva un denso dibattito di tutt'altra natura, che non parlava la lingua del diritto e dei diritti ma connetteva l'aborto al desiderio di essere o non essere madre, al conflitto fra sessualità femminile e maschile, alla contraddizione fra razionalità della contraccezione e desiderio inconscio di concepire, alle più complessive condizioni di vita, da quelle economiche a quelle affettive, in cui ciascuna si trova a decidere se mettere al mondo un figlio o no. Un'elaborazione che solo una parte del femminismo legava all'obiettivo di una legge, mentre un'altra parte dichiaratamente la slegava, considerando l'aborto un'esperienza irriducibile alle gabbie di una normativa, e chiedendone non la legalizzazione ma la semplice depenalizzazione: chiedendo cioè che l'aborto non fosse reato, e che godesse dell'assistenza medica.
Concentrato nella difesa della 194, il corteo di Milano non portava memoria di questa tutt'altro che minoritaria posizione. Peccato, perché tenere la giusta distanza dai limiti di una pur buona legge aiuterebbe a tenerla anche dal teatro dell'assurdo che su di essa non cessa di prodursi.
Iscritti e contribuenti 2013
| Giuseppe R. Roma | 590 € |
| Salvatore P. Capistrello | 200 € |
| Giancarlo B. Torino | 30 € |
| Marco B. Merano | 20 € |
| Davide B. Prato | 50 € |
| Giuseppe P. Grottammare | 50 € |
| Maurizio T. Roma | 1.000 € |
| Rosa A. Firenze | 590 € |
| Giuliano G. Sondrio | 590 € |
| Sergio Pasquale R. Cremona | 500 € |
| Totale | 326.746 € |
Iscrizioni e contributi (online) 2013
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2013-05-05 17:00:00 Conversazione settimanale con Marco Pannella
2013-04-21 17:02:37 Conversazione settimanale con Marco Pannella
2013-04-14 17:00:00 Conversazione settimanale con Marco Pannella
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2013-03-03 17:00:00 Conversazione settimanale con Marco Pannella 










