14 ottobre 2004 - a Roma si svolge il Congresso della Associazione Radicale "Diritto e Libertà". Pubblichiamo qui la relazione-intervento introduttivo di Mariano Giustino, e la Mozione approvata all'unanimità dal Congresso.


Intervento introduttivo-relazione di Mariano Giustino

Carissimi compagne e compagni,

Esattamente quattro anni fa, il 16 ottobre 2000, Antonio Russo veniva assassinato, mentre alle Nazioni Unite la delegazione russa si batteva per ottenere l’espulsione del Partito radicale dall’Ecosoc, muovendo contro di esso accuse infamanti, relative a presunte pratiche terroristiche, a traffico di droga e a pedofilia. Tale tentativo non andò, come è noto, a buon fine.
Antonio era radicale, Antonio era un giornalista non comune, Antonio scriveva anche su “Diritto e Libertà”, la rivista che con l’opera di alcune persone, tra cui Antonio, ha assicurato conoscenza, riflessione e dibattito.
Ricordo inoltre che fu proprio nel contesto caucasico che maturò il suo barbaro assassinio. Il 16 ottobre del 2000 fu ritrovato il suo corpo privo di vita in una località non lontana da Tbilisi, ai confini della Cecenia. Egli è stato assassinato mentre raccoglieva prove dello sterminio perpetrato dai Russi, in quel paese, con armi non conosciute. Aveva inoltre, più volte, fatto cenno all’uso di armi non convenzionali. Egli voleva continuare a raccogliere informazioni, prove, documenti, per indurre la Comunità internazionale a fermare la guerra in Cecenia; ma tutto questo gli è stato impedito, appena in tempo. A circa quattro anni di distanza, questo delitto sembra essere stato dimenticato; non è stata fatta ancora piena luce sui mandanti e sugli autori di esso.
La rivista “Diritto e Libertà” lo ricorda, ancora una volta, con un brano particolarmente significativo, scritto per essa da Antonio pochi mesi prima della sua tragica scomparsa: un brano di tragica attualità.

E della rivista, pure mentre siamo in sede di congresso dell’associazione radicale, voglio parlare subito, per sciogliere un nodo, qualora vi fosse.
Ho dato vita a “Diritto e Libertà”, ormai da ben cinque anni, grazie anche alla volontà e capacità di lavoro comune di molti compagni, di molte persone, anche note, e in ogni caso assai attente alle vicende della politica radicale e pannelliana.

Mentre una associazione si riunisce in congresso, una associazione che reca il nome della rivista che mi onoro di avere fondato e di dirigere, è non solo lecito, ma opportuno chiedersi cosa sia la rivista, cosa sia e voglia essere l’associazione.

E la risposta è semplice, tuttavia dovuta, e da parte mia voluta.

La risposta è nell’essere la rivista, come la associazione, mezzo, strumento, e non fine. Come sono mezzi, strumenti e non fini, le entità organizzate nella storia radicale, a partire dal partito.

Come ha fatto e fa la rivista, anche l’associazione credo debba porsi il compito di apportare risorse, idee, azione, intelligenza al partito, tanto più mentre il partito patisce una fase, certo difficile, e tuttavia non solo potenzialmente feconda.
Da radicale questo credo debba essere il compito delle associazioni, un compito creativo, e tanto “organico” quanto autonomo.

La rivista non è un mero organo della associazione, come è evidente, e l’associazione non è emanazione della rivista, come è altrettanto evidente.
Diversi strumenti e persone sono impegnate su diversi obiettivi a rafforzare e continuare a costruire la storia radicale.

E certo un interscambio, se vogliamo dire così, c’è. Ci mancherebbe… Semmai, uno dei problemi nostri, forse della intera area radicale, è proprio che non vi è abbastanza interscambio tra strumenti.

Non è un caso che qui, a questo Congresso, sia presente il nostro compagno Umar Khanbiev, ministro della sanità del Governo ceceno. La rivista ha con puntualità non solo documentato quanto di volutamente ignorato accade dietro l’angolo e nel seno del vecchio continente, ma ha fatto, di questo impegno redazionale, utile strumento per l’iniziativa radicale.

Iniziativa radicale che si era incardinata sin dal dicembre del 1994, quando, quella cecena, era ancora una “Guerra Nascosta”, come amava definirla Antonio Russo, perché Mosca aveva organizzato su di essa il silenzio e la disinformazione, mettendo sottochiave i media e vietando l’accesso alle organizzazioni umanitarie internazionali.
Cosa chiedevano allora i radicali? Non chiedevamo già allora nulla di particolarmente stravagante, chiedevamo cioè il rigoroso rispetto delle Convenzioni internazionali e l’applicazione della risoluzione n. 2000/58 dell’Onu. Sin dal 1995 l’iniziativa radicale nonviolenta sulla Cecenia, a livello internazionale, si è andata facendo sempre più serrata: con manifestazioni in diverse capitali europee, con denunce, appelli e scioperi della fame che hanno visto come protagoniste decine di migliaia di cittadini di tutto il mondo e finanche, il 12 marzo del 2002, 12 mila rifugiati ceceni, residenti in 11 località dell’Inguscezia, che hanno digiunato per due giorni, a sostegno dell’iniziativa nonviolenta lanciata da Olivier Dupuis e dal Prt per un Satyagraha mondiale per la Cecenia.

Il Partito radicale, ancora una volta, portava, nell’aprile del 2000, alle Nazioni Unite il rappresentante politico di un popolo oppresso, Akhiad Idigov, l’allora presidente della Commissione Esteri del legittimo Parlamento ceceno, perché potesse chiedere una soluzione pacifica del conflitto in conformità coi trattati internazionali e sotto l’egida delle Nazioni Unite. Egli intervenne per due volte sulla Cecenia, davanti alla Commissione per i Diritti Umani di Ginevra. La prima volta, il 6 aprile, per denunciare le esecuzioni sommarie, le torture e i rapimenti nella repubblica; la seconda volta, il 13 aprile, in occasione del dibattito speciale convocato all’indomani dell’infruttuosa visita di Mary Robinson in Cecenia: un’opportunità, questa, riservata solo a nove ONG. Sottolineò inoltre le ripetute violenze e persecuzioni ai danni della popolazione cecena: più di 200 mila rifugiati erano stati privati dei loro diritti fondamentali. Secondo i dati ufficiali, erano più di 140 mila i civili uccisi dal 1994, e altri stavano morendo sotto le bombe. Un duro monito, infine, contro il governo russo, accusato d’impedire alla stampa e alle organizzazioni umanitarie di entrare in Cecenia. A seguito degli interventi di Idigov, la Russia aveva chiesto alle Nazioni Unite di mettere fine allo status consultivo del Prt presso l’Ecosoc. Quest’anno invece è stata la delegazione vietnamita a chiedere l’espulsione del Prt, per le stesse ragioni: per aver dato la parola al leader dei Montagnard, una minoranza oppressa da Hanoi.

Umar Khanbiev ha in molte occasioni denunciato le torture e le sofferenze inflitte al popolo ceceno. Il 2 aprile di quest’anno ha ripetuto queste accuse davanti alla Commissione Onu per i Diritti Umani a Ginevra, parlando in nome del Partito radicale di cui è membro e consigliere generale. Ha suscitato le aspre proteste della delegazione russa che lo aveva interrotto per ben cinque volte impedendogli di proseguire. Umar Khanbiev, all’inizio del 2000, è stato nei campi di concentramento russi, i cosiddetti campi di filtraggio ed è miracolosamente sopravvissuto. Egli ha riferito di sofisticate torture e di esecuzioni di massa. Ed ora anche la sua famiglia è perseguitata.

Credo che l’associazione debba, in questo senso, farsi carico di apportare al partito, alla storia del partito, il prodotto possibile della conoscenza.

Così come la rivista è riuscita, grazie all’apporto di eccellenti compagni, e di compagni che hanno fatto loro stessi la storia nostra, a documentare fasi e temi della vicenda radicale, e mentre la rivista stessa sta già operando per documentare, con il numero del cinquantennale, mezzo secolo di storia politica di Marco e del Partito radicale, credo che l’associazione debba farsi carico di assicurare al partito, a tutti noi una cosa molto precisa, e credo importante.
Tra poche settimane inizierà il cinquantesimo anno di vita del Partito radicale, nato alla fine del 1955 in un grande cinema romano.
Sta per aprirsi il cinquantesimo anno di questa storia che si concluderà – il cinquantesimo anno soltanto… – nel dicembre dell’anno prossimo.
Credo che l’associazione debba offrire al partito il massimo di impegno in questo ambito; e anzi credo debba qui nel congresso annunciare che si farà carico di celebrare già in primavera, con una grande settimana di iniziativa politica, la lettura della vicenda politica, e quindi culturale, che è quella di Pannella e del Partito radicale.
Credo che, già da questo congresso, l’associazione debba annunciare il suo sforzo per la celebrazione adeguata di questo cinquantesimo compleanno.

Guardiamo al passato? Raccontiamo quel che è stato?
Niente affatto.

Il partito sta vivendo una fase difficile, sul piano anche della organizzazione statutaria e istituzionale.
E questa difficoltà deve indurci ad operare, prima che ad altro.
Riteniamo che la tragedia della Cecenia sia non solo emblematica, ma drammaticamente rappresentativa della profonda inadeguatezza delle forme della organizzazione internazionale rispetto alla umanità, cioè alle persone, a quel che accade nel mondo che abitiamo.

In Cecenia sta accadendo che un piccolo popolo, una nazione, una popolazione è oggetto sistematico di decimazione e sterminio.
Oggi, e in Europa.

È un simbolo? O non invece un vero e proprio sintomo della tragica, letteralmente tragica, assenza di capacità politica dell’Europa, del potere politico europeo di essere all’altezza di quel che accade?
Ma la Cecenia non è solo un simbolo e un sintomo di ciò, essa è soprattutto un luogo ove avviene l’inenarrabile.
Come altrove, certo: come altrove, in troppi luoghi sul pianeta.
Ma è quello intanto un luogo ove senza dubbio è palese la incapacità della politica di concepire e porre in essere meccanismi, metodi di amministrazione e governo capaci di assicurare altro che soprusi e morte.

Ne parleremo, spero e credo, nel nostro dibattito. Ne parleremo anche con la presenza di Umar Khanbiev, che con l’ex deputato europeo e segretario radicale Olivier Dupuis ha in particolare tenuto desta in questi anni l’attenzione in proposito.
Attenzione che non basta. Non basta affatto.

“Solo la globalizzazione della democrazia, solo i metodi nonviolenti sono capaci di porre fine a ciò che potrebbe portare la Comunità mondiale in fondo al precipizio. Solo in questo modo noi potremo ottenere la democrazia e condannare i crimini contro l’umanità ai quali stiamo assistendo”. Questa è stata l’importantissima dichiarazione che Umar Khanbiev ha formulato nel suo intervento, durante il Congresso di Tirana del Partito radicale, il 2 novembre del 2002.
Io penso che su questo punto di cruciale importanza siano assolutamente necessari un ulteriore confronto e un ulteriore approfondimento tra noi e il nostro compagno Umar Khanbiev.

Intanto vorrei dire qui che non possiamo ritenere a priori impossibile che, di fronte a quel che accade oggi in Cecenia, come di fronte ad altro, che di fronte alla conoscenza, che esiste, di ciò che accade in Cecenia, non possa concepirsi l’uso di massa della nonviolenza, addirittura non escludendo che gli europei, gli europei, le persone che vivono in Europa, decidano di affermare, con l’andarci, che la Cecenia è parte dell’Europa, e di quel che l’Europa deve finalmente riuscire ad essere.

È tempo che si richiamino, intanto da parte nostra, le migliori intelligenze europee, a partire da quelle che sono con noi di già, e con Adriano Sofri, la cui intelligenza ci è e ci sarà ancor più preziosa, e che salutiamo con un abbraccio; che si richiamino quelle voci autorevoli e forti, a che siano protagoniste attive della possibile, concreta, attuazione della “nonviolenza dei forti”, laddove sembra nessun altro linguaggio esista, se non quello delle armi, della violenza, del sangue.

Non credo oggi sia possibile altro che abbozzare un quadro, un compito: quello di studiare in concreto, coinvolgendo la migliore dottrina e la migliore intelligenza, la praticabilità di una soluzione duratura e definitiva della tragedia cecena, da conseguire, creare, costruire esclusivamente grazie alla pratica della forza della nonviolenza politica.

Astratto, mi rendo conto, può sembrare quel che dico; e forse lo è.
Ma lo pongo qui, al dibattito nostro, intanto come domanda.
Nel proporre questi due obiettivi possibili, a che divengano obiettivi della associazione, quello del farsi carico della organizzazione del cinquantennale del Pr sia da parte della rivista sia da parte della associazione, nelle loro diversità, e il concepimento di una possente e del tutto innovativa politica della nonviolenza sulla Cecenia, mi propongo di coniugare, in uno, due metodi, a che l’uno nutra l’altro.
Cioè, credo che da questo congresso debba uscire la proposta, cioè l’impegno, di aprire un percorso, un itinerario di politica, di azione, che non solo attui quanto oggi in congresso indichiamo, ma che creativamente il percorso, giorno per giorno, concepisca e attui.
Per le speranze e le ragioni per cui siamo radicali.

Era ancora viva Maria Teresa di Lascia, quando, molti anni fa, propose e volle che un numero del giornale “Notizie Radicali”, che credo allora dirigesse, titolasse in copertina, a tutta pagina: La ragionevole follia.
Noi siamo quelli della ragionevole follia, o direi meglio, oggi, delle ragionevoli follie che, con la volontà di fare accadere il possibile, ci animano.
Ancora oggi.


MOZIONE GENERALE

Il 1° Congresso dell’Associazione Radicale Gaetano Salvemini DIRITTO E LIBERTÀ

Conferma pienamente l’impegno a sostenere e promuovere l’iniziativa radicale transnazionale, ragione della sua fondazione e del suo essere;

Saluta con soddisfazione il successo della rivista “Diritto e Libertà”, attorno alla cui iniziativa si è formata, e richiama se stessa e i suoi iscritti ad un particolare impegno per la ulteriore crescita della stessa rivista, consapevole, come è, della straordinaria utilità della medesima per il Partito, le persone e i soggetti radicali;

ricorda, a quattro anni da quel 16 ottobre 2000, l’assassinio di Antonio Russo, giornalista di Radio Radicale, militante radicale, collaboratore di “Diritto e Libertà”;

Richiama e ribadisce – in termini di metodo – la funzionalità dell’iniziativa della associazione rispetto a quella del Partito Radicale;

Rivendica alla storia della lotta politica di Marco Pannella e del Partito radicale la unicità preziosa e drammatica, sempre più e sempre più palesemente necessaria, della politica liberale e nonviolenta nel mondo come in Italia;

Rileva la letteralmente straordinaria qualità e forza di cinque decenni di esistenza e iniziativa del Partito radicale, storia di azione politica, di prassi, di “teoria della prassi” la cui attualità concreta e attiva occorre continuare ad assicurare alle persone, alle loro intelligenze, alle loro speranze;

Impegna se stessa, i propri organi, i propri iscritti, e chiama tutti i radicali e le persone di buona volontà e di solide speranze alla promozione e organizzazione della Celebrazione politica e quindi culturale del primo mezzo secolo di storia del Partito radicale: il 2005 sarà l’anno cinquantesimo di vita organizzata del Partito, e l’Associazione – con la rivista – decide di farsi carico della celebrazione politica, e quindi culturale, di questa prima fase della vicenda radicale;

L’Associazione richiama la tragedia in corso in Europa, nella europea Cecenia, e conferma la necessità e l’urgenza di lottare e agire perché anche in Cecenia prevalga la forza del diritto e della nonviolenza;

Non è, quello ceceno, l’unico teatro in cui prevalgano, nel mondo, violenza e sangue; può essere, però, quel territorio, possono essere quelle persone, oggetto e soggetti di rinascita della speranza per loro stessi e per tutti noi.

Il Congresso dichiara di aprire un percorso di studio, valutazione di praticabilità, riflessione politica e dibattito funzionali a eventualmente proporre alle donne e agli uomini non soltanto europei un Satyagraha teso ad affermare intanto in Cecenia e in concreto la forza del diritto e della Legge, con la nonviolenza e le tante forme possibili della metodologia gandhiana. Nonviolenza in grado, anche, di unire quali attori ingenti masse di persone.

Individua in questo anche il terreno su cui coinvolgere soprattutto operativamente le migliori intelligenze europee, a partire da quella di Adriano Sofri.

Contro ogni violenza, ogni violenza, per affermare la superiorità intanto nella efficacia della scelta dei forti, della scelta nonviolenta e radicale.