«Il problema non è Sofri, uno dei 55mila detenuti, ma l'equilibrio dei poteri» Castelli: grazia, sì alla nuova legge


Dal Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, riceviamo e pubblichiamo.
Con cronometrica precisione, in occasione delle feste comandate, il "Partito della grazia al detenuto Adriano Sofri" si è rimesso in moto e domenica ha trovato vasta eco sui principali quotidiani, per cui credo sia necessario da parte mia intervenire nuovamente, stimolato anche e soprattutto da alcune iniziative parlamentari.
Intanto devo dire che, al contrario di altre volte, il tono degli interventi è assolutamente civile e meditato. Per fortuna non assistiamo più a dichiarazioni quali quelle rilasciate da pasdaran della sinistra del tipo: "Il Ministro si sbrighi a dare la grazia a Sofri perché abbiamo perso la pazienza". È molto meglio che arroganti e imbecilli stiano lontani da argomenti così delicati.
Con altrettanta sincerità devo però dire che gli argomenti posti alla base della necessità della grazia sono a mio parere tutti da respingere, tranne uno.
Alcuni infatti sono la riproposizione di vecchie argomentazioni: "Sono passati tanti anni, Sofri è un uomo completamente diverso e pertanto non ha più senso costringerlo alla detenzione". Tema che potrebbe avere un fondamento, ma a ciò rispondo che vi sono migliaia di detenuti nelle medesime condizioni, che potranno dimostrare il loro pieno recupero solo al termine regolare della loro detenzione. Allora perché a uno la grazia e agli altri no?
Oppure: "La grazia a Sofri è stata auspicata dal Parlamento Europeo". Ritengo che su questo tema l'Europarlamento abbia sbagliato gravemente poiché in fatto di grazia siamo di fronte ad un atto individuale che non può diventare materia di indirizzo parlamentare o peggio politico.
E ancora: "Sofri è innocente". A questo rispondo che certamente non possiamo trasformare una prerogativa costituzionale in un quarto grado di giudizio.
Infine ne ho letta una decisamente stravagante secondo la quale, in ultima analisi, occorre concedere la grazia altrimenti Pannella fa lo sciopero della fame. Fatto questo, almeno ai miei occhi, del tutto ininfluente e lo dico con tutto il rispetto per Pannella e per le sue sicuramente legittime battaglie.
Da parte mia continuo a non condividere un provvedimento di grazia per tutte quelle ragioni che ho esposto in un mio precedente intervento su "la Padania" e alle quali rimando.
Ne aggiungo una ulteriore. Il diffuso desiderio di sicurezza e al contempo la presenza di tante minacce, in primis quella del terrorismo, sino ad arrivare alla recente tragedia di Nasiriyah, hanno riavvicinato il Paese alle forze armate e alle forze dell'ordine. Credo che sarebbe una grave offesa per tutte le vittime cadute nell'adempimento del proprio dovere graziare chi è stato condannato per aver mandato ad ammazzare con un colpo nella nuca un Commissario di Polizia.
Questo è ciò che penso, ma non desidero esercitare oltre ogni limite il potere di interdizione che la legge del Codice di Procedura Penale assegna al Ministro della Giustizia.
Il "Corriere della Sera" di domenica titola: "Il sì alla Grazia per Sofri ormai maturo tra la gente".
Io, al contrario, ritengo che questa sia una questione tutta interna al Palazzo, in senso lato comprendendo tutte le trasversalità di potere, Palazzo distante dalla gente che invece non capirebbe questa iniziativa. Ma se, come sembra, il Palazzo è orientato su questa soluzione, non desidero opporre ciecamente una resistenza solitaria, ma, d'altro canto, non posso scendere a patti con la mia coscienza, per cui ribadisco che, allo stato, non firmerò alcunché, visto che la mia firma comporta inequivocabilmente assunzione di responsabilità.
Allora che fare? Non certo adottare l'escamotage di dimettermi per un giorno solo perché ciò mi sembrerebbe meschino. Un ministro non è il re, come ben ha argomentato Giuliano Ferrara, per cui la proposta è per me inaccettabile per ragioni di dignità personale. Sarei dispostissimo, invece, a farmi da parte definitivamente su richiesta della Casa delle Libertà o del Movimento a cui appartengo.
Penso invece che la via da intraprendere sia un'altra e si riferisce all'unica obiezione che ritengo condivisibile secondo la quale con il mio diniego, esautorerei di fatto il Capo dello Stato da una sua prerogativa costituzionale.
Questa obiezione è, a mio avviso, fortemente fondata, ma allo stato attuale Presidente della Repubblica e Ministro sono legati dal combinato disposto Costituzionale e legislativo in forza del quale il secondo esercita di fatto un decisivo potere di interdizione nei confronti del primo.
Affermo anche che tutto ciò avviene, almeno nel mio caso, obtorto collo.
Molti evocano l'art. 87 della Costituzione che dichiara che il Presidente: "Può concedere grazia e commutare le pene". Comma chiaro, conciso e inequivocabile. La Costituzione affida senza ombra di dubbio al Capo dello Stato tale prerogativa.
Allora dov'è il problema? Esso sta nell'art. 89 I° comma che dice testualmente: "Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti che se ne assumono la responsabilità". Ripeto: "ministri proponenti che se ne assumono la responsabilità".
Ho visto in questi tempi troppi costituzionalisti da strapazzo dimenticarsi o far finta di dimenticarsi di questo comma.
Eppure anch'esso è chiaro e trova ragion d'essere nel fatto che la nostra Costituzione prefigura una Repubblica parlamentare e non presidenziale.
A riprova di ciò cito l'art. 681 CPP, applicativo del comma di cui sopra, che affida al Ministro della Giustizia l'istruttoria. Quindi chi, come il Sen. Manzella, parla di controfirma del Ministro, sbaglia gravemente.
Oggi non esiste controfirma del ministro poiché è lui che di fatto assume l'iniziativa e il Capo dello Stato, nella prassi consolidata, esamina solo le istruttorie che il Ministro gli invia.
Ciò, però, a mio avviso, non soddisfa l'art. 87 della Costituzione. Allora come uscirne?
Con una legge che sia più rispettosa del dettato costituzionale di quanto non lo sia ora la norma vigente.
Per entrare nel concreto, mi pare che la proposta Boato, presentata recentemente alla Camera, sia ragionevole e dia una risposta corretta ai problemi suesposti.
Ricordo che, alla luce delle argomentazioni di cui sopra, essa non va considerata una legge ad personam - anche se probabilmente l'on. Boato l'ha presentata pensando ad Adriano Sofri - ma anzi andrebbe a risolvere un problema di carattere generale e, fattore per me decisivo, affiderebbe ai rappresentanti del popolo la soluzione del problema.
Problema che non è, lo ribadisco, Adriano Sofri, ai miei occhi uno dei cinquantacinquemila detenuti con pari diritti e doveri, ma quello generale dei rapporti tra Ministro della Giustizia e Capo dello Stato in materia di grazia.
Roberto Castelli