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«Il pragmatismo della Rice aiuterà il Kosovo»
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Significative differenze continuano ad emergere tra il primo e il secondo mandato di Bush. Dopo lo studiato silenzio degli anni trascorsi alla Casa Bianca, il segretario di Stato Condoleezza Rice inizia a rivelare il suo stile e i suoi valori, chiaramente con l'approvazione presidenziale. Sembra una conservatrice pragmatica, orientata alla risoluzione dei problemi e a politiche sostanzialmente non ideologiche. E’ prudente (e politicamente astuta) nel tener fede, in tutte le sue dichiarazioni, ai valori neoconservatori, ma è anche alla ricerca di metodi ad alto profilo e basso costo, come i grandi viaggi, per migliorare l'immagine e i rapporti traballanti dell'America nel mondo.
Un importante cambiamento nella politica è passato praticamente inosservato — quello riguardante il Kosovo, dove, dopo quattro anni di negligenza ed errori, l'amministrazione ha compiuto una notevole inversione di rotta. Sin da quando nel 1999 la campagna dei 78 giorni di bombardamenti Nato liberò i kosovari albanesi dalla morsa oppressiva di Slobodan Milosevic, il controllo politico del Kosovo è stato rimesso alla semicompetenza delle Nazioni Unite, mentre la Nato ha preservato una fragile pace tra le popolazioni a maggioranza albanese e minoranza serba.
Secondo la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, passata nel 1999, si prevedeva di giungere a una definizione dello status finale del Kosovo tramite negoziati che si sarebbero risolti nell'indipendenza, nella partizione o in un ritorno del Kosovo al suo vecchio status di parte di un Paese un tempo noto come Jugoslavia, ora «Serbia e Montenegro». Invece di iniziare questo processo anni fa, però, Washington e l'Unione Europea hanno ideato una tattica dilatoria chiamata «standard prima, status poi», espressione che consentiva di usare il «diplomatichese» per mascherare la paralisi burocratica. Come risultato, negli ultimi quattro anni sono mancati seri dibattiti sul futuro del Kosovo, anche quando le finestre delle opportunità si chiudevano e le tensioni serbo-albanesi crescevano. Infine, lo scorso marzo sono esplose le sanguinose rivolte che hanno causato la morte di otto serbi e undici albanesi, lasciando un migliaio di feriti e la regione barcollante sull'orlo di una nuova guerra. Da allora la tensione è rimasta alta; appena due giorni fa sono stati attaccati gli uffici di un partito kosovaro all'opposizione.
Il mese scorso, in seguito agli avvertimenti sull'infiammabilità della situazione lanciati dal diplomatico americano Philip Goldberg, Condoleezza Rice ha spedito il sottosegretario di Stato Nicholas Burns in Europa affinché incontrasse il quasi moribondo Contact Group (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Russia e Germania). Burns ha detto ai membri del gruppo che la situazione in Kosovo era intrinsecamente instabile e che, senza un'accelerazione negli sforzi per determinarne lo status finale, le violenze si sarebbero probabilmente intensificate, con conseguente paralisi protratta delle forze della Nato, truppe Usa comprese.
Sotto pressione americana — ingrediente sempre necessario negli affari che riguardano una Ue stagnante e in divenire — inizia ad emergere una nuova politica del Contact Group. La prossima estate, un rappresentante speciale delle Nazioni Unite «stabilirà» che il Kosovo ha raggiunto gli standard necessari — autogoverno, rifugiati, libertà di movimento e così via — ed è quindi pronto per i colloqui sullo status. (Certo, si sarebbe dovuto agire anni fa, ma meglio tardi che mai). Verrà quindi il momento di affrontare la parte davvero dura: quale dovrebbe essere lo status finale del Kosovo? Nazione separata, provincia serba, partizione?
Sebbene nessuno a Washington o in Europa parli in termini ufficiali, mi pare difficile prevedere per il Kosovo un esito diverso dall'indipendenza, da raggiungere forse in maniera graduale nel prossimi anni. Un simile risultato, però, richiede forti garanzie per la minacciata minoranza serba che resta in Kosovo — tra centomila e duecentomila persone. La protezione dei serbi del Kosovo richiederà la costante presenza di una forza di sicurezza internazionale. In più, occorre che i tanto divisi kosovari albanesi, il cui ultimo premier sta ora rispondendo di crimini di guerra davanti al tribunale dell'Aia, conseguano un livello di maturità politica molto più elevato.
Infine, Belgrado dovrà accettare un passo politicamente difficile: rinunciare alle pretese serbe sul Kosovo, che i serbi considerano il loro cuore storico. I serbi dovranno scegliere tra il tentativo di aderire all'Unione Europea e quello di riconquistare il Kosovo. Se si concentreranno sulla loro provincia perduta, non otterranno nulla. Eppure, se sapesse preferire il futuro al passato, la Serbia avrebbe un brillante futuro come membro Ue, e l'antico sogno di un'Europa sudorientale (Grecia e Bosnia incluse) economicamente integrata e pacifica, sarebbe a portata di mano. L'Unione Europea, in ogni caso, deve rendere il Kosovo parte integrante del processo di adesione della Serbia.
Restano numerose e complicate sottotrame, su Montenegro, Bosnia, Albania, Nazioni Unite, Ue e Nato. Ma ciò che conta adesso è che, dopo aver ignorato la questione per quattro anni, l'amministrazione stia facendo qualcosa nei Balcani, dove nulla accade senza la leadership degli Stati Uniti. Dato che l'instabilità nei Balcani — e oggi il Kosovo è altamente instabile — si è storicamente estesa ad altre parti dell'Europa, e che la regione si trova nel cuore della crescente sfera Nato, questo è il tipico problema da affrontare prima che si trasformi in una crisi maggiore.
Un importante cambiamento nella politica è passato praticamente inosservato — quello riguardante il Kosovo, dove, dopo quattro anni di negligenza ed errori, l'amministrazione ha compiuto una notevole inversione di rotta. Sin da quando nel 1999 la campagna dei 78 giorni di bombardamenti Nato liberò i kosovari albanesi dalla morsa oppressiva di Slobodan Milosevic, il controllo politico del Kosovo è stato rimesso alla semicompetenza delle Nazioni Unite, mentre la Nato ha preservato una fragile pace tra le popolazioni a maggioranza albanese e minoranza serba.
Secondo la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, passata nel 1999, si prevedeva di giungere a una definizione dello status finale del Kosovo tramite negoziati che si sarebbero risolti nell'indipendenza, nella partizione o in un ritorno del Kosovo al suo vecchio status di parte di un Paese un tempo noto come Jugoslavia, ora «Serbia e Montenegro». Invece di iniziare questo processo anni fa, però, Washington e l'Unione Europea hanno ideato una tattica dilatoria chiamata «standard prima, status poi», espressione che consentiva di usare il «diplomatichese» per mascherare la paralisi burocratica. Come risultato, negli ultimi quattro anni sono mancati seri dibattiti sul futuro del Kosovo, anche quando le finestre delle opportunità si chiudevano e le tensioni serbo-albanesi crescevano. Infine, lo scorso marzo sono esplose le sanguinose rivolte che hanno causato la morte di otto serbi e undici albanesi, lasciando un migliaio di feriti e la regione barcollante sull'orlo di una nuova guerra. Da allora la tensione è rimasta alta; appena due giorni fa sono stati attaccati gli uffici di un partito kosovaro all'opposizione.
Il mese scorso, in seguito agli avvertimenti sull'infiammabilità della situazione lanciati dal diplomatico americano Philip Goldberg, Condoleezza Rice ha spedito il sottosegretario di Stato Nicholas Burns in Europa affinché incontrasse il quasi moribondo Contact Group (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Russia e Germania). Burns ha detto ai membri del gruppo che la situazione in Kosovo era intrinsecamente instabile e che, senza un'accelerazione negli sforzi per determinarne lo status finale, le violenze si sarebbero probabilmente intensificate, con conseguente paralisi protratta delle forze della Nato, truppe Usa comprese.
Sotto pressione americana — ingrediente sempre necessario negli affari che riguardano una Ue stagnante e in divenire — inizia ad emergere una nuova politica del Contact Group. La prossima estate, un rappresentante speciale delle Nazioni Unite «stabilirà» che il Kosovo ha raggiunto gli standard necessari — autogoverno, rifugiati, libertà di movimento e così via — ed è quindi pronto per i colloqui sullo status. (Certo, si sarebbe dovuto agire anni fa, ma meglio tardi che mai). Verrà quindi il momento di affrontare la parte davvero dura: quale dovrebbe essere lo status finale del Kosovo? Nazione separata, provincia serba, partizione?
Sebbene nessuno a Washington o in Europa parli in termini ufficiali, mi pare difficile prevedere per il Kosovo un esito diverso dall'indipendenza, da raggiungere forse in maniera graduale nel prossimi anni. Un simile risultato, però, richiede forti garanzie per la minacciata minoranza serba che resta in Kosovo — tra centomila e duecentomila persone. La protezione dei serbi del Kosovo richiederà la costante presenza di una forza di sicurezza internazionale. In più, occorre che i tanto divisi kosovari albanesi, il cui ultimo premier sta ora rispondendo di crimini di guerra davanti al tribunale dell'Aia, conseguano un livello di maturità politica molto più elevato.
Infine, Belgrado dovrà accettare un passo politicamente difficile: rinunciare alle pretese serbe sul Kosovo, che i serbi considerano il loro cuore storico. I serbi dovranno scegliere tra il tentativo di aderire all'Unione Europea e quello di riconquistare il Kosovo. Se si concentreranno sulla loro provincia perduta, non otterranno nulla. Eppure, se sapesse preferire il futuro al passato, la Serbia avrebbe un brillante futuro come membro Ue, e l'antico sogno di un'Europa sudorientale (Grecia e Bosnia incluse) economicamente integrata e pacifica, sarebbe a portata di mano. L'Unione Europea, in ogni caso, deve rendere il Kosovo parte integrante del processo di adesione della Serbia.
Restano numerose e complicate sottotrame, su Montenegro, Bosnia, Albania, Nazioni Unite, Ue e Nato. Ma ciò che conta adesso è che, dopo aver ignorato la questione per quattro anni, l'amministrazione stia facendo qualcosa nei Balcani, dove nulla accade senza la leadership degli Stati Uniti. Dato che l'instabilità nei Balcani — e oggi il Kosovo è altamente instabile — si è storicamente estesa ad altre parti dell'Europa, e che la regione si trova nel cuore della crescente sfera Nato, questo è il tipico problema da affrontare prima che si trasformi in una crisi maggiore.
Iscritti e contribuenti 2013
| Giuseppe R. Roma | 590 € |
| Salvatore P. Capistrello | 200 € |
| Giancarlo B. Torino | 30 € |
| Marco B. Merano | 20 € |
| Davide B. Prato | 50 € |
| Giuseppe P. Grottammare | 50 € |
| Maurizio T. Roma | 1.000 € |
| Rosa A. Firenze | 590 € |
| Giuliano G. Sondrio | 590 € |
| Sergio Pasquale R. Cremona | 500 € |
| Totale | 326.746 € |
Iscrizioni e contributi (online) 2013
Comunicati stampa
07/11/2003
Kossovo
KOSOVO: SENZA LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE NELL’UE E SENZA STATUS FINALE, QUESTO PEZZO D’EUROPA FINIRÀ PER ESPLODERE! LA COMMISSIONE NE E’ COSCIENTE?
Rassegna stampa
20/10/2010
Radio Radicale
Artur Nura
Situazione politica in Kosovo: elezioni straordinarie entro 2010, oppure anticipate 13 febbraio 2011?
21/07/2010
Radio Radicale
Marina Sikora
Belgrado e Pristina in attesa della decisione della Corte Internazionale di Giustizia sulla legalità dell’indipendenza
Documenti
08/07/2003
Interrogazioni (PE) Kossovo
Interrogazione parlamentare di Maurizio Turco (NI) alla Commissione e risposta data dal signor Patten a nome della Commissione
01/10/2002
Interrogazioni (PE) Kossovo
Interrogazione parlamentare di Olivier Dupuis (NI) alla Commissione e risposta data dalla signora Schreyer a nome della Commissione
10/01/2000
Interrogazioni (PE) Kossovo
Interrogazione parlamentare di Marco Pannella (NI) al Consiglio e risposta
04/11/1999
Interrogazioni (PE) Kossovo
Interrogazione parlamentare di Olivier Dupuis (TDI) al Consiglio e risposta











