«IN NOME DEGLI AFFARI L'OCCIDENTE HA DIMENTICATO L'ORRORE DEL TIBET»

CARLO BULDRINI*
IL SECOLO XIX
Parla il monaco Palden Gyatso, incarcerato dai cinesi per 33 anni

McLeod Ganj (India). Palden Gyatso è un vecchio monaco tibetano. Ha trascorso 33 anni nelle carceri del Tibet. Di lui il Dalai Lama ha detto: “La sua è una delle più straordinarie storie di sofferenza e di resistenza.” Questa storia, il monaco l’ha raccontata in un libro intitolato Fire under the Snow, (Il fuoco sotto la neve, Sperling & Kupfer Editori, ndr), un best-seller mondiale. L’appuntamento è alle due del pomeriggio. Palden Gyatso vive in un piccolo appartamento a ridosso della Temple road, la strada di McLeod Ganj che conduce al Tsuglakhang, la “Cattedrale centrale”. Suono un campanello di plastica. Il monaco scende una rampa di scale e viene ad aprire. Nella piccola stanza ci sono due letti separati da un basso tavolino. Appoggiati alla parete di fondo ci sono due mobili di legno scuro. Quello di destra contiene testi sacri. Quello di sinistra è un altare. Palden Gyatso ha settant'anni. È basso di statura. Ha il cranio rasato, le orecchie a sventola e gli zigomi sporgenti. La sua tragica storia è tutta scolpita sul suo volto. Dice: «Dopo 33 anni di carcere sono oggi di nuovo libero. Ma questo è vero solo in parte. Sono costretto a vivere in esilio e, in Tibet, ci sono milioni di tibetani ancora oppressi dal giogo cinese. Non è possibile sentirsi completamente liberi in queste condizioni». Con l'aiuto di Topden, un amico tibetano che mi fa da interprete, dico a Palden Gyatso che oggi i Paesi occidentali guardano alla Cina come a una grande opportunità per fare affari. Nessuno sembra più voler ricordare il dramma tibetano. Il vecchio monaco ci pensa un po' e dice: «Purtroppo, molti Paesi democratici sembrano oggi interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo oggi. Il rispetto dei diritti umani dovrebbe invece essere alla base di ogni attività economica». Tre sono gli avvenimenti di cui voglio parlare con Palden Gyatso in questa intervista. L'insurrezione di Lhasa del marzo 1959, la Rivoluzione culturale del 1966, l'ondata di manifestazioni che si abbatté sulla capitale del Tibet alla fine degli anni Ottanta. Del primo avvenimento Palden Gyatso fu testimone oculare. Nei giorni della rivolta di Lhasa studiava nel monastero di Drepung, a pochi chilometri dalla capitale. Ricorda: «A Lhasa la situazione politica stava precipitando. C'erano manifestazioni di protesta ogni giorno. Sui muri erano stati affissi dei manifesti anti-cinesi. La mattina del 10 marzo 1959, assieme ad altri monaci, da Drepung mi recai a Lhasa. Passammo nei pressi del Norbulingka. Migliaia di tibetani si erano radunati di fronte al portone d'ingresso. Dicevano che volevano proteggere il Dalai Lama. Si era infatti sparsa la voce che i cinesi volevano portarlo in Cina contro la sua volontà. Lhasa era attraversata da cortei di dimostranti. Gridavano: "Cinesi fuori dal Tibet" e "Lunga vita al Dalai Lama". Nei giorni successivi, nella capitale, regnava il caos. Al monastero di Drepung, intanto, continuava ad ammassarsi gente. Sapevamo che i cinesi ci avrebbero attaccato. Una colonna di camion dell'Esercito di liberazione popolare cominciò a dirigersi verso Drepung. Molti monaci fuggirono. I cinesi cominciarono a sparare colpi di mortaio contro il monastero. Non c'era più tempo da perdere. Fuggii anch'io sulle montagne. Portai con me il mio vecchio maestro Gyen Rigzin Tenpa». La rivolta venne soffocata nel sangue. Il Dalai Lama fuggì in India. Palden Gyatso venne fatto prigioniero. Sotto tortura ammise di aver «preso parte, marginalmente, all'insurrezione di Lhasa». Finì in carcere. Nel maggio del 1966 alla Beida, l'università di Pechino, vennero affissi i primi dazibao. Mao Zedong decise di scatenare la Rivoluzione culturale. Quell'anno, Palden Gyatso si trovava nel carcere di Sangyip. Racconta: «Un giorno, di buon mattino, ci radunarono tutti in uno spiazzo all'aperto. Ci dissero che il presidente Mao di persona aveva chiesto a ogni uomo, a ogni donna e a ogni bambino cinese di prendere parte alla Grande rivoluzione culturale proletaria. Ci divisero in brigate. Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Biao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Nelle sessioni di studio dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio». Chiedo a Palden Gyatso se i thamzing terminassero spesso con le condanne a morte. Risponde: «Ogni anno decine e decine di prigionieri politici venivano condannati a morte per non essersi "rieducati". Ho assistito ad alcune di queste condanne. I prigionieri venivano portati con un camion vicino alla prigione. Avevano al collo una tavoletta di legno con dei caratteri cinesi. Probabilmente c'era scritto il nome del condannato e il "crimine" commesso. I condannati venivano fatti inginocchiare di fronte a una fossa profonda un metro e mezzo. A scavarla erano stati gli stessi prigionieri del carcere. Il plotone di esecuzione faceva fuoco e i corpi, colpiti dai proiettili, cadevano direttamente nella fossa... Ma le cose, da allora, non sono molto cambiate. Oggi i dissidenti politici tibetani vengono giustiziati con un colpo di rivoltella alla nuca. Per riavere il loro corpo, i parenti della persona uccisa devono rimborsare alle autorità carcerarie il costo del proiettile». Nel settembre e ottobre 1987 e nel marzo 1988, a Lhasa, tre grandi manifestazioni fecero ripartire la lotta dei tibetani contro il «colonialismo cinese». Pechino sembrava aver perso il controllo della situazione. Alla fine del 1988 il Comitato centrale del partito comunista nominò Hu Jintao, l'attuale presidente della repubblica cinese, segretario del partito nella Regione autonoma del Tibet. Hu Jintao adottò subito la "linea dura" del partito contro le "forze reazionarie". Il 7 marzo 1989 impose la legge marziale a Lhasa. Le carceri della capitale si riempirono di nuovi prigionieri politici. Palden Gyatso, in quei giorni, si trovava nella prigione di Drapchi, a Lhasa. Ricorda: «I nuovi arrestati erano ragazzi e ragazze, monaci e monache che avevano partecipato ai moti di protesta contro l'occupazione cinese. Anche in prigione gridavano "Bod rangzen, Tibet indipendente". Non avevano paura dei loro aguzzini. Erano giovani nati e cresciuti sotto il regime comunista. Adesso, anche loro, si organizzavano e scendevano in piazza a manifestare contro il colonialismo cinese. Anche loro chiedevano libertà e democrazia». Chiedo a Palden Gyatso che cosa, secondo lui, si possa fare oggi per sostenere la causa tibetana. Risponde: «Fin dal 1949 il popolo tibetano ha sofferto e ancora oggi soffre a causa della repressione cinese. C'è bisogno di una condanna internazionale del trattamento che il governo cinese riserva al popolo tibetano. Senza questa condanna, le brutalità nei confronti dei prigionieri politici tibetani continueranno. Si tratta di prigionieri innocenti che lottano per la libertà di parola, di associazione e di pratica religiosa nel loro Paese. E lottano anche per il diritto del popolo tibetano all'autodeterminazione». L'intervista è finita. Palden Gyatso mi regala una copia del suo libro. Sul frontespizio, con un elegante corsivo, in tibetano scrive: «Che tu possa vivere una lunga vita, priva di malattie e piena di felicità». Prendo le mani del vecchio monaco tra le mie e avviciniamo le nostre fronti fino a toccarle. «Tashi delek».



*scrittore. Il suo ultimo libro "A Long Way from Tibet" sarà pubblicato in India a gennaio