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"Antonio Russo (giornalista di Radio Radicale) e' stato ucciso dai servizi segreti di Putin? Trovato morto vicino a un passo di montagna caucasico, potrebbe avere scoperto troppo sulle atrocita' in Cecenia" (The Observer - 12 nov. 2000) I LAVORI (a cura di Silvia Castaldi e Umberto Cini) EMMA BONINO Grazie per esser venuti. Due parole solamente per illustrare a tutti lo svolgimento di questa iniziativa che è trasmessa in diretta da Radio Radicale e anche via Internet, e che è un'iniziativa presa congiuntamente dal Partito radicale, dai deputati radicali al Parlamento Europeo e da Reporters Sans Frontières, rappresentati da Stefano Citati, qui accanto a me. La giornata si svolgerà in questo modo: noi faremo adesso una breve presentazione dell'iniziativa per gli amici della stampa e dei telegiornali. Sospenderemo poi alcuni minuti per dare l'opportunità a chi deve fare interviste di lavorare e poi inizieremo la giornata vera e propria. Abbiamo preso questa iniziativa per riproporre all'attenzione italiana quella che noi chiamiamo "una guerra nascosta", di cui parleremo l'intera giornata, ma non posso certamente iniziare questa giornata di lavoro senza ricordare Antonio Russo, radicale, giornalista, che ha tentato di documentare non solo la guerra nascosta cecena, ma ancor prima il Kossovo ed altre situazioni che normalmente non ricevono grande attenzione se non quand'è troppo tardi. Abbiamo ricevuto una lettera dell'ufficio stampa dell'ambasciata russa, che ritengo di dover leggere per portarla a conoscenza di ascoltatori e partecipanti. Dice: "In relazione alla conferenza"Cecenia, una guerra nascosta", organizzata dal Partito Radicale, dobbiamo rilevare che consideriamo questa iniziativa come atto non amichevole nei confronti del popolo russo. La sua impostazione è stata pensata sin dall'inizio sotto gli slogan ostili alla Federazione Russa, anzi, il formato della conferenza induce a pensare che lo scopo principale della manifestazione sia quella di prestare appoggio morale ai banditi e terroristi che sono contrari alla soluzione politica del problema ceceno nell'ambito della Costituzione della Federazione Russa. L'organizzazione di tali azioni conferma che la questione dell'inammissibilità di conservare lo status consultivo del Partito Radicale Transnazionale presso l'ECOSOC è assolutamente giustificata. Nello stesso tempo, siamo pronti a mettere a disposizione per proiettarlo alla conferenza un videofilm sulle atrocità dei terroristi in Cecenia. Siamo intenzionati a giudicare la volontà degli organizzatori di far conoscere all'opinione pubblica il vero stato di case in Repubblica Cecena, a seconda se queste videoimmagini saranno trasmesse." Ho immediatamente risposto all'Ambasciatore che molto volentieri, insieme alle altre immagini che scorreranno sul televisore in entrata, avremmo trasmesso anche le loro immagini, peraltro note, e già proiettate dall'Ambasciata sia all'Università La Sapienza, sia a ADN Cronos che in altre occasioni. Anzi ho anche invitato personalmente l'Ambasciatore a partecipare a questa iniziativa per portare il punto di vista del governo russo, senza preclusioni, perché l'obiettivo di questa iniziativa è il richiamo al rispetto delle convenzioni internazionali per quanto riguarda il libero accesso umanitario e dei media in questa zona, per una soluzione certamente politica del problema. Vorrei dire semplicemente in apertura che mi auguro che l'Ambasciatore o l'incaricato dell'Ambasciata russa voglia partecipare a questa iniziativa, perché il nostro obiettivo è quello di contribuire ad una conoscenza, e quindi ad una soluzione del problema, nell'ambito del rispetto delle convenzioni internazionali, che si applicano anche alle autorità russe. Vorrei adesso dare la parola a Citati e poi alle nostre due ospiti, che presenterò. STEFANO CITATI Buongiorno.Reporters Senza Frontiere, sezione italiana, è lieta di poter collaborare a questa iniziativa con il Partito Radicale. Come ha annunciato anche ieri Emma Bonino, la situazione in Cecenia, di cui poi i rappresentanti presenti parleranno sicuramente meglio di me, è in rapido peggioramento. Quello che possiamo dire noi di RSF è quanto sia complicato e rischioso poter dare delle informazioni sulla situazione nella Repubblica separatista. La morte di Antonio Russo è solo l'ultimo esempio di questa estrema difficoltà. La morte in circostanze tuttora misteriose il 16 ottobre in Georgia del reporter di Radio Radicale, che stava per tornare in Italia con dei documenti particolarmente cruenti e significativi della situazione e della repressione in Cecenia, getta naturalmente un'ombra su come vengano condotti le operazioni militari e il controllo del territorio da parte di Mosca. Antonio Russo non è l'unica vittima del conflitto in Cecenia tra i giornalisti; ben 14 giornalisti sono morti dal '94 in Cecenia e casi fortunatamente meno tragici, come quello di Babitskj, che è oggi qui con noi, illustrano ancora le difficoltà e i problemi dell'informazione in questo paese. Quello che accade in Cecenia, la repressione e anche l'allontanamento delle fonti giornalistiche, è un aspetto di una condizione generale della libertà di stampa in Russia. Un altro aspetto piuttosto evidente di questa situazione è il braccio di ferro che si è stabilito tra il Cremlino e il gruppo Media Most di Vladimir Guzinskj, di cui giornali e televisioni hanno parlato molto in questi ultimi tempi. Al di là del fatto che Guzinskj possa essere un personaggio controverso, comunque l'atteggiamento del Presidente russo Putin dimostra come non ci sia assolutamente un avanzamento nella libertà di stampa. La Cecenia sembra essere il punto peggiore in una condizione generale della libertà di stampa in Russia certo non felice. Lascio adesso la parola alle rappresentanti cecene. EMMA BONINO Grazie. Diamo ora la parola a Bazaeva e Gashaeva. Sono entrambe attiviste e collaboratrici di Memorial ed altre organizzazioni e testimoni di questa tragedia nascosta. LIBKAN BAZAEVA Sono Libkan Basaeva, rappresento Memorial, il centro per i diritti umani con sede a Nazran, in Inguscezia, che osserva e registra le violazioni di questi diritti in Cecenia e in Inguscezia. Porto il mio saluto ai partecipanti a questa conferenza, che ritengo eccezionalmente attuale. Effettivamente questa è una guerra nascosta e noi collaboratori di Memorial possiamo testimoniare che la repubblica di Cecenia è stata trasformata in una zona dove non c'è più rispetto per la legge, dove sono ignorati tutti i valori della convivenza civile, e tutti i principi dei diritti umani. Nel territorio della Repubblica di Cecenia non vengono rispettati nemmeno gli articoli della Costituzione della Federazione Russa, perciò noi siamo indignate a causa del comunicato diramato a proposito di questa conferenza dall'ambasciata russa. Vorrei dare la mia valutazione su questo comunicato: si parla di Ceceni che tagliano la testa a soldati russi, è un tipico metodo della disinformazione e propaganda sovietica. Purtroppo il governo russo non si è liberato dalla tradizione sovietica. Il film che l'ambasciata russa propone, dove vengono mostrati questi atti di barbarie (taglio della testa- ndc), è stato fatto per distrarre l'attenzione dai crimini perpetrati dall'esercito russo. Vorrei cominciare proprio dai crimini che vengono commessi oggi in Cecenia. Quello che vien fatto dai banditi, dai criminali, è una cosa, ma quando gli stessi crimini sono compiuti dalle strutture statali, dal Ministero dell'Interno, dal Ministero della Difesa, e poi su scala incomparabilmente più grande rispetto a quello che fanno alcuni singoli criminali, che erano stati condannati a loro volta dalle autorità cecene, allora... son due cose ben diverse! Quando lo Stato diventa criminale è molto difficile fermarlo, molto più facile è far cessare i crimini commessi dai singoli. Vogliamo farvi conoscere le circostanze oggettive di quello che succede, vogliamo farvi conoscere l'entità dei crimini contro l'umanità. Si può parlare di genocidio nei confronti della popolazione civile. Parleremo della situazione dei rifugiati, che si trovano per la maggior parte in Inguscezia e anche in tutto il territorio della Federazione Russa, parleremo delle privazioni che devono soffrire e del fatto che è loro negato l'aiuto umanitario. ZAINAP GASHAEVA Vorrei ringraziare di tutto cuore tutti coloro che ci hanno invitate, perché noi siamo venute qui per render manifesta a tutti questa guerra nascosta. Mi sono recata recentemente diverse volte in Cecenia. E anche in Italia son già venuta e proprio in Italia avevo detto, quando i carri armati si sono avvicinati alla Cecenia, guardate, questi carri armati sono qui contro la popolazione civile, non contro i terroristi. In questi anni infatti ci sono stati decine di migliaia di morti, di feriti, di persone torturate fra i civili. Una guerra barbara. La guerra strappa i figli alle madri russe e a questi ragazzi viene insegnato ad ammazzare civili; le madri cecene perdono i loro figli che difendono la propria terra, famiglie decimate. Antonio Russo non sarebbe dovuto morire, non era la sua guerra; ma non voleva tacere, come tutti gli altri fanno, perché sapeva cosa sta succedendo, per questo egli non è più con noi. Posso assicurarvi che tutto il popolo ceceno oggi prova un sincero dolore per la morte di quest'uomo coraggioso, dignitoso; noi ci inginocchiamo di fronte a sua madre, la ringraziamo per aver cresciuto un combattente per la giustizia, onesto e coraggioso. INTERRUZIONE DI 10 MINUTI EMMA BONINO Ricominciamo dando adesso la parola ad Andrej Babitskj, giunto appena adesso espressamente dagli Stati Uniti. Babitskj ha avuto il passaporto e la possibilità di uscire dalla Federazione Russa da poco tempo e siamo tutti molto interessati a quel che ci racconterà.(...) ANDREJ BABITSKJ Non credo che la situazione in Cecenia stia peggiorando, è stata catastrofica fin dall'inizio. Adesso non ci sono operazioni militari su grande scala, non ci sono episodi di genocidio nei confronti della popolazione civile, ma, comunque, in linea di principio la situazione non è cambiata; si continua a praticare la tortura, a effettuare esecuzioni capitali, e le persone continuano a scappare dalla Cecenia come prima. Ho la sensazione che questa situazione non cambierà nei prossimi tempi finché non cambierà il potere in Russia; il governo attuale della Russia probabilmente non terrà conto dei consigli o delle raccomandazioni della comunità internazionale, che fra l'altro sono piuttosto fiacche. Per quanto riguarda la posizione dei giornalisti in Cecenia, praticamente non hanno possibilità di lavorare liberamente; devono entrarvi illegalmente, e il loro lavoro diventa assolutamente rischioso. La cosa che probabilmente risulterà nuova per i corrispondenti occidentali è il fatto che il Ministero della Stampa e dell'Informazione penalizza coloro che hanno contatti con i giornalisti stranieri; per esempio alcuni giornalisti occidentali hanno portato documenti che testimoniavano esecuzioni capitali effettuate da ufficiali russi e si sono visti ritirare l'accredito nella Federazione Russa. Non è solo la libertà di parlare di Cecenia che è negata ai giornalisti, sia russi che stranieri. In questo senso, la campagna di propaganda iniziata dal governo Putin molto tempo prima della ripresa delle azioni militari in Cecenia è stata coronata dal successo, è stata molto efficiente, ha portato risultati positivi per loro non solo nel paese stesso, ma anche fuori dai suoi confini, perché constato personalmente che questa guerra in Cecenia è dimenticata e in Occidente è stato accettato il punto di vista russo sul fatto che i diritti umani sono rispettati e che in Cecenia viene condotta una guerra contro il terrorismo. Vorrei parlare dei mezzi utilizzati dalle autorità russe per limitare il lavoro dei giornalisti, mezzi, secondo me, unici nel loro genere; sono particolari proprio di questo governo, Boris Eltsin e i suoi servizi segreti non cercavano di influenzare i giornalisti, ma quando Putin è arrivato al potere la situazione è cambiata in modo brusco e radicale. Ne è testimonianza la sequela di mezzi utilizzati dai servizi segreti per porre degli ostacoli di diverso genere ai giornalisti sia russi che stranieri. Eccone un esempio: io sono stato arrestato, tenuto in un campo di concentramento in Cecenia, e credo che a qualunque giornalista russo potrebbe capitare una cosa del genere se non ha la possibilità di assicurarsi una larga difesa in quanto giornalista e cittadino. La campagna di demonizzazione e accuse pubbliche contro i giornalisti non allineati è un procedimento ampliamente utilizzato. Io avrei voluto intentare una causa penale nei confronti di chi mi ha arrestato e torturato, e avrebbe espellermi illegalmente; sono stato anche accusato di aver utilizzato documenti falsi. Avrei voluto, ma mi è stato reso impossibile, perché in Russia la giustizia non è libera e indipendente. Credo che esista tutta una serie di questioni che la comunità internazionale potrebbe porre al governo russo in modo logico e coerente. A mio avviso in Cecenia sono stati compiuti atti criminali contro l'umanità; a tuttoggi non conosciamo esattamente il numero di civili morti durante le operazioni militari della seconda guerra cecena. Si conosce invece il numero dei morti della prima guerra, ma gli alti gradi militari responsabili dei massacri di civili non sono stati chiamati in causa. Non sappiamo come funzionano i centri di raccolta della popolazione. Altro problema su cui attrarre l'attenzione dell'opinione pubblica: uno dei business dei militari russi in Cecenia è il commercio di ostaggi, le persone fermate ai posti di blocco sono portate nei presidi militari e poi i loro parenti per riavere i loro cari devono pagare delle somme piuttosto elevate. Si sono verificati moltissimi di questi casi e non c'è nessun tipo di controllo delle organizzazioni umanitarie sulle attività dei militari russi, sulla polizia russa; si continuerà così se non verranno prese le misure necessarie. EMMA BONINO Vorrei ringraziare molto l'amico Babitskj, che ha solo accennato, per modestia, alla sua vicenda personale, ma forse è bene anche approfondirla: è stato non solo fermato ma poi arrestato e messo in un campo di concentramento e gli è stato impedito anche di uscire dalla Federazione russa, se non quando, recentemente, gli è stato restituito il passaporto. Ricordo che Babitskj ha ricevuto tutta una serie di premi al giornalismo da diverse istituzioni e che non è stato neanche autorizzato ad andarli a prendere. Perfino alla moglie è stato impedito di recarsi all'estero. Lo volevo ringraziare per il suo coraggio, per la determinazione con cui ha affrontato momenti di grande difficoltà e rischio. C'è un altro elemento che desidero aggiungere prima di dare la parola ad Anne Nivat, e in particolare lo dico per le nostre amiche che torneranno in Inguscezia o in Cecenia: oggi chi in qualche modo intende continuare questo lavoro è bene che sappia che corre rischi molto seri e importanti di incolumità personale. Credo che dobbiamo dare sostegno a questi amici, perché certamente minacce di morte da una parte e pressioni dall'altra sono non un rischio, ma una certezza; l'unico modo che abbiamo per difenderli è sempre di più quello di parlare anche per loro, anche quando loro non possono parlare; di farli conoscere e di fare di ciò una iniziativa politica, ed è l'unica forma di protezione, di aiuto vero, perché il rischio che corrono questi testimoni, militanti o giornalisti, che cercano di denunciare questa situazione è molto elevato. Darei ora la parola a Anne Nivat, di cui abbiamo letto su Libération tutta una serie di reportages; Anne è una grande conoscitrice della situazione russa, e la sua opinione e la sua esperienza, visto che là vive e lavora per la stragrande maggioranza del tempo, credo ci possano aiutare. ANNE NIVAT Non posso che ripetere e confermare quello che ha detto Andrej Babitskj, praticamente su tutti i punti che cercherò di riprendere. In primo luogo vorrei dire che sono lieta di partecipare a questa conferenza, ma è un peccato che ci sia voluta la morte di un giornalista italiano, nel Caucaso, perché Emma Bonino riuscisse a far venire un pò di gente, a organizzare una conferenza per interessare i media. E' vero che la guerra in Cecenia non è più tanto di moda, è vero, in parte perché non ci sono più tanti giornalisti sul posto, in parte perché la situazione è difficile da capire, e poi perché è un po' ripetitiva. Quando ci si chiede "che c'è di nuovo in Cecenia oggi?" è un po' difficile da dire, i giornali sono stufi, non c'è niente di nuovo, la guerra continua ed il peggio è quello, come ha detto Andrej Babitskj, la situazione è la stessa di quando lui ne è uscito, o del marzo 2000 nel mio caso, anzi: è peggiorata, perché è stagnante, nel senso che le forze russe sono sempre là, i ribelli indipendentisti continuano a beffare le truppe russe, ad aggredirle ogni giorno, per loro infatti la guerra non è finita, ma neanche per le forze russe. Le forze russe, poi, non è che combattano le forze cecene; io, per tutto il tempo in cui sono stata in Cecenia, da settembre a febbraio, ho constatato che non è che sia una guerra classica con un fronte vero e proprio. Quando i media dicono che c'è un fronte, no, non c'è, le truppe russe continuamente hanno evitato il contatto frontale con gli indipendentisti ceceni, perché hanno paura di farsi fregare come nella precedente guerra cecena, quella fra il '94 e il '96, mentre le truppe cecene, che come sapete non è che siano un vero e proprio esercito come quello russo, gerarchizzato e con una catena di comando molto lunga, vogliono sfidare le truppe russe, incitarle al contatto. Io vorrei testimoniare la sofferenza orrenda della popolazione civile in Cecenia, perché alla fin fine ho vissuto con loro, sempre. E' vero, come ha detto Andrej, che le condizioni di lavoro per i giornalisti là sono inaccettabili, è proprio non accettandole che sono andata a lavorare là, non potevo accettare che degli ufficiali russi mi controllassero di continuo, di lavorare alla fine, non dico ai loro ordini, ma senza avere libertà di movimento. In questo senso i Russi la guerra l'hanno vinta, in senso letterale no, ma sul piano della propaganda purtroppo sì, nel senso che oggi l'opinione pubblica non è che sappia un granché di quel che succede in Cecenia, perché i giornalisti russi in Cecenia ci sono, ma sempre meno, e quando ci sono praticamente stanno con le forze armate russe, non vanno dall'altra parte, non hanno libertà di movimento e neanche ci provano, in gran parte. C'è l'immensa eccezione di Andrej, ma per il resto i giornalisti e la televisione di stato russa lavorano con l'esercito. Quindi io ho rifiutato di lavorare con le autorità russe e mi sono spostata liberamente dalla parte cecena, ovviamente facendo attenzione a non farmi reperire dall'esercito russo, come faceva Andrej, ma lui s'è fatto beccare e per lui è andata molto peggio che per me, perché anch'io sono stata beccata dai servizi segreti russi, però mi hanno trovato per caso, senza cercarmi, poi mi hanno rispedito a Mosca e io sono rientrata in Cecenia. L'immensa differenza tra Babitskj e me è che lui è russo, io sono francese, lavoro per dei mezzi d'informazione francesi, lavoro per un giornale francese che ha una sede legale e legittima a Mosca. Le autorità russe non avevano poi tanta voglia di avere noie o dispute con le autorità francesi, a me pare. E poi Babitskj lavora per Radio Liberty, cioè per un mezzo d'informazione americano, quindi era doppiamente detestato dalle autorità russe. La situazione dei civili, oggi, è la stessa che all'inizio della guerra, semmai ci sono ancor meno speranze per la gente. A fine settembre-inizio ottobre in Cecenia ci sono stati ancora bombardamenti, i bombardamenti aerei russi continuano su dei villaggi ceceni e non sono bombardamenti, come vuol far credere la propaganda russa, mirati su terroristi e banditi ceceni, così vengon chiamati, ma bombardamenti alla cieca su interi villaggi. Più volte mi son trovata in dei villaggi con dei civili, ogni volta ci sono stati tantissimi morti, non vi so dire quanti, non potevo contarli e, come diceva Andrej, è impossibile sapere quante vittime civili ci sono. Poi non c'è nessuna infrastruttura, non c'è la luce, non c'è lavoro per nessuno, non ci sono scuole, è difficile procurarsi da mangiare, le donne fanno il pane in casa e si beve molto tè. Non è vita questa. Quello che mi rattrista di più è vedere che, da parte russa, non vi è nessun segno d'intenzione di porre fine al conflitto. Putin, a parte ripetere quello che diceva fin dall'inizio del conflitto, cioè che siamo ormai alla terza fase, siamo vicini alla fine, alla vittoria e bisogna "far scappare i terroristi nel cesso", così si esprimeva, va invece avanti, ma senza risultato, perché né Maskhadov, il presidente indipendentista eletto alla fine del '97 (fra l'altro sono elezioni che furono riconosciute da tutti, compresa la Russia) né Shamil Basaev, capo militare, né altri capi militari, nessuno di loro è stato acchiappato dalle forze russe. Dura da più di un anno e nessun personaggio importante è stato arrestato; e qui comincio a interrogarmi, perché i russi dicono di non riuscire ad arrestarli; è vero, non è facile trovare Maskhadov e Basaev, però, insomma, se ce la fa un giornalista a vederli, io penso che anche i servizi segreti russi possano riuscire ad individuarli. E' insomma come se non ci fosse una reale volontà di arrestare questi "banditi" o "terroristi", ciò che logicamente dovrebbe portare al termine del conflitto. Poi non ci sono neanche trattative in vista, perché i Russi continuano a ribadire la stessa cosa: non sappiamo con chi negoziare. Non è vero, c'è sempre qualcuno con cui negoziare, ma il fatto è che non si vuole. Vorrei chiudere comunque dicendo che Andrej ha visto questi campi di filtraggio, ne è stato vittima, io non li ho visti, meno male, ma ho visto molti altri orrori. Ciò che ho visto più volte è stato questo traffico di esseri umani, di corpi; le forze russe fanno i soldi con scambi di uomini ceceni fra i 15 e i 60 anni, che rastrellano o nei villaggi (cioè, quando le forze russe entrano in un villaggio, dopo averlo bombardato per fare le "pulizia") oppure ai posti di blocco. Questi uomini spariscono e le loro famiglie attraverso tutta una serie di intermediari che si fanno pagare ci mettono giorni e giorni a recuperare i loro famigliari- pagando. Quanto costa? Dipende da chi è il soldato russo che fa il traffico, se è un coscritto, se è un semplice graduato, costa poco; se sono ufficiali allora sono centinaia di dollari. EMMA BONINO Siamo sicuri, Anne, che continuerai nel tuo lavoro, nella tua testimonianza. Adesso, penso che per approfondire un po' di più l'esame della situazione, sempre in termini descrittivi di quello che è stato vissuto, sia giunto il momento di dare la parola per la loro relazione alle nostre amiche attorno alle quali ci siamo riunite. Le volevo ringraziare, perché ieri Basaeva e Gashaeva si sono iscritte al Partito Radicale Transnazionale, conoscendo perfettamente cosa questo comporti, ma credo che l'abbiano fatto per speranza, per speranza di sé e per speranza in un futuro, anche se Anne diceva che la gente vive senza speranza, senza un senso di futuro. Credo che non solo per riconoscenza, dunque, si siano iscritte e le ringrazio tantissimo, ma per speranza che insieme riusciamo forse non dico a risolvere la situazione, ma comunque riusciamo a farci coraggio, il coraggio sufficiente per non tacere. Certamente noi siamo stati oggetto di una campagna tanto infamante quanto infondata, semplicemente per aver dato la parola alla Commissione dei Diritti dell'Uomo dell'ONU a uno di loro. Anne ci ricordava che Maskhadov è stato eletto in elezioni democratiche riconosciute e accettate non solo dai Russi, ma dal mondo intero, che questo paese aveva un parlamento, anche quello eletto. Può piacere, non piacere, ma insomma sono dati di fatto che si tende a nascondere, quindi c'è con chi negoziare, eppure tutto questo non avviene. Intanto per noi il compito più importante è non solo quello di reagire, ma di trovare ogni giorno il coraggio di non tacere. Per noi non è sempre facile, immagino che per loro sia anche più difficile. Ed è per questo che volentieri adesso do loro la parola. LIBKAN BASAEVA Voglio salutare tutti quelli che lavorano in quest'incontro con noi. Malgrado tutto, noi abbiamo dentro di noi la speranza e questo forum odierno la rinforza. Abbiamo davanti a noi un modello di vita sociale democratica, questo modello è l'Europa. E' per rinforzare la nostra speranza che siamo venute qui in Italia. Voglio ripetere che lavoro presso il centro per i diritti umani che si chiama Memorial, è un centro fondato nella Federazione russa, che è stato attivo in Cecenia durante la prima guerra. Io lavoro per Memorial nella città di Nazran, in Inguscezia. Dall'inizio di questa seconda guerra noi conduciamo un lavoro di osservazione molto particolareggiato. Monitoriamo il rispetto dei diritti umani in Cecenia, lavoriamo con i rifugiati ceceni in Inguscezia, raccogliamo le testimonianze che controlliamo puntualmente. Andrej Babitskj e Ann Nivat hanno già raccontato molto di quanto avviene in Cecenia. E' già stato detto che Maskhadov rappresenta legittimamente il popolo, voglio a questo proposito sottolineare che a queste elezioni hanno partecipato osservatori dell'OSCE e le elezioni sono state riconosciute come legittime anche da parte di questa organizzazione internazionale. Quando la Russia oggi nega la legittimità di Maskhadov, lo accusa di errori o crimini che non ha mai commesso, distrugge la base giuridica e legittima sulla quale si basa tutta la comunità mondiale, compresa anche la comunità europea. Quando si ignora la legittimità di un presidente eletto allora neghiamo tutti i valori europei, i valori della civiltà moderna e questo è il grande rischio che comporta la guerra in Cecenia. E' stato arrestato ed è scomparso il presidente del parlamento legittimamente eletto, Ruslan Alikhadjìev; è stata condotta un'operazione con la partecipazione di carri armati, di elicotteri, con un gran numero di soldati russi che lo hanno arrestato e con lui altri membri del parlamento e poi è stato dichiarato ufficialmente che è stato arrestato il leader degli indipendentisti Ruslan Alikhadjìev; ma un mese dopo il Ministero dell'Interno e quello della Difesa russi hanno smentito che fosse stato arrestato e hanno dichiarato che era stato fatto fuori dai terroristi ceceni. Alikhadjìev è scomparso. Che cosa gli è successo? Come si può valutare un tale comportamento da parte di uno Stato che fa parte dell'ONU; questo Stato, e mi riferisco alla Federazione Russa, ha firmato tutte le Convenzioni internazionali sui Diritti dell'Uomo, come possiamo giudicare una tale azione, ed è solo una tra tante. E adesso appunto vorrei presentarvi altri fatti che parlano della situazione in Cecenia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Sin dall'inizio della guerra noi abbiamo registrato dei crimini di massa nei confronti della popolazione civile. Qui con me ho un libro che noi abbiamo pubblicato intitolato "Zacìstka", che significa "pulizia" in russo; noi non possiamo elencare qui tutti i crimini che sono stati commessi allora e continuano a essere commessi, sono troppi. Descriviamo solo quello che è successo in un sobborgo di Grozny, Aldy; un sobborgo piccolo, che si può attraversare in 15 minuti. Nel mese di febbraio (2000, n.d.r.), quando nella città non c'erano più forze di resistenza cecene, dopo che la città era stata completamente occupata dalle forze militari russe, è successo che in un solo giorno a Aldy sono state fucilate 57 persone, donne e persone anziane per la maggior parte, rimaste a Grozny per difendere le proprie cose dalle ruberie dei soldati. Simili crimini, che noi abbiamo monitorato insieme con l'organizzazione Human Rights, si sono verificate in un altro sobborgo, vicino a Aldy: lì sono state fucilate 48 persone nello stesso giorno. Qualche giorno dopo a Stàropromyslòvskj, altro sobborgo di Grozny, sono state uccise 78 persone, soprattutto donne. Abbiamo dei testimoni, dei sopravvissuti a queste fucilazioni; Kheda Makhàuri, per esempio, doveva essere fucilata insieme a altre tre donne, per sua fortuna si trovava dietro una di loro ed è stata solo ferita ed ha potuto renderci la propria testimonianza. Lo stesso giorno è stata fucilata anche una donna russa, Elena Klimkévich; è rimasta solo ferita e ci ha raccontato cosa le è successo. Fucilano tutti, anche i Russi, solo che abbiano i tratti somatici simili ai Ceceni! Lei implorava: "Non sparatemi! Sono una Russa!" e loro rispondevano: "Non è vero! Hai la pelle troppo scura, i capelli neri, non puoi essere russa". In base a quali princìpi è condotta questa guerra? La risposta dobbiamo cercare di darla tutti insieme. In un altro distretto, Miciùrina, sono state fucilate 28 persone e anche in altri villaggi del Nord si sono ripetute simili fucilazioni arbitrarie e di massa, però non abbiamo potuto documentare e verificare tutti questi crimini, di fronte a noi c'è ancora molto lavoro. Voglio parlare ora dei bombardamenti. Sono stata io personalmente una delle vittime di questi bombardamenti. Quel giorno, non riesco ancora a capire come sono riuscita a sopravvivere, ma a distanza di 100 metri io vedevo con i miei occhi corpi esangui e senza vita di centinaia di persone, corpi dilaniati. Una colonna di profughi che usciva da Grozny e andava in direzione dell'Inguscezia, una colonna lunga 15 chilometri, alle 11.30 del mattino è stata bombardata dall'aviazione russa; c'erano talmente tante macchine che non riuscivano a disperdersi, e il bombardamento è durato 6 ore. Gli aerei se ne sono andati solo quando è sceso il buio. Naturalmente tutte le nostre cose, macchine e bagagli, erano state distrutte. Io sono caduta accanto al ciglio della strada e quando sono tornata in me ho visto i corpi dilaniati dalle bombe che erano state lanciate dagli aerei russi. E' stato veramente un orrore, non è una fantasia, questa purtroppo è la realtà. Nello stesso modo è stata bombardata nello stesso giorno un'altra colonna di rifugiati che andavano verso Mozdok, verso la regione del Térek. Anche lì ci sono state tantissime vittime. I piloti vedevano che si trattava di colonne di popolazione civile, non potevano non capirlo, se i rifugiati stessi vedevano praticamente i visi dei piloti, perché gli aerei volavano a quota molto bassa. E' possibile che i Russi non abbiano potuto vedere che bombardavano le donne, i bambini, i vecchi che volevano semplicemente fuggire dalla guerra? Il 21 ottobre (1999, n.d.r.) su Grozny sono caduti 5 missili del tipo terra-terra SKAD; il primo razzo ha centrato il bazar cittadino, innumerevoli le vittime, alle 5 del pomeriggio, quando tanta gente era al mercato a fare la spesa. Un altro missile ha colpito il reparto di maternità; per fortuna un terzo razzo ha colpito un sobborgo già distrutto in precedenza e le vittime sono state più limitate; il quarto razzo ha colpito un incrocio molto trafficato; il quinto razzo ha colpito il sobborgo di Kalìnin, e anche lì ci sono state vittime. Come è possibile pensare che un razzo terra-terra possa colpire i "terroristi", i "criminali", non è possibile; fin dall'inizio anche ai militari era chiaro che con questi missili non possono eliminare i terroristi, si può solo uccidere la popolazione civile. Ma continuiamo: nel villaggio di Komsomòlskoe, nel sud ovest della Repubblica Cecena il 9 marzo (2000, n.d.r.) tutti gli 8 000 abitanti sono stati cacciati nell'arco di due o tre ore dall'esercito russo, sono stati portati in un campo aperto e tenuti lì per quattro giorni con una temperatura anche di 16° sotto zero. Le persone non potevano neanche sedersi, perché c'era la neve, e c'era la terra bagnata. Molti sono morti di crisi cardiaca, delle donne proprio lì hanno partorito dei figli, e due di questi bambini, naturalmente, sono morti subito. Queste sono torture vere e proprie nei confronti della popolazione civile. Queste persone venivano usate come scudo umano, perché accanto accanto erano stati posti degli impianti di artiglieria Uragan e Grad; e sotto gli occhi di queste persone è stato bombardato e distrutto il loro villaggio. Solo l'intervento delle organizzazioni per i diritti dell'uomo è riuscito a portar via questa gente dal campo e a salvare i sopravvissuti. Anne Nivat ha parlato di ciò che succede ai posti di blocco: lì le persone vengono arrestate con una scusa qualsiasi: non è piaciuto il viso e quando si chiede "Perché mi arrestate?", i soldati rispondono in modo sfrontato: "Non mi piace la tua faccia.". E se nel passaporto c'è un'imperfezione, per es. ha solo due fotografie (invece delle tre previste dal passaporto russo) o se per esempio in tasca si ha una radiolina, uno walkman o una cassetta audio o video, questi sono "crimini" che possono giustificare l'arresto. Ma se non trovano alcun pretesto, allora possono anche crearlo loro, infilando delle pallottole o armi nelle tasche della gente e poi così possono arrestarli, e arrestano così anche le donne. Nel villaggio di Kàtyr- Yurt il 4 febbraio (2000, n.d.r.) un bombardamento ha ammazzato in un sol giorno 340 abitanti su 4.500, una percentuale altissima. Il villaggio di Ghékhi- Ciù è stato bombardato con bombe Vacuum, è stato invaso dal 245° reggimento, comandato dal generale Shamanov. Costui, conosciuto da tutti, secondo gli abitanti di questo paesino correva a destra e a manca urlando: "Sparate su tutti, uccideteli, massacrateli!", brandendo una pistola nella mano. E questo era il comportamento di un generale di un esercito regolare, questi sono gli ufficiali di questo esercito, per non parlare poi dei soldati. Spesso sono dei criminali che escono dalle prigioni e vanno in guerra. Il paese di Alkhàn-Yurt è diventato famoso in tutto il mondo perché c'è stato un massacro, fortunatamente reso pubblico; in questo villaggio sono stati fucilati civili, altri sono stati scacciati dalle loro case dai soldati che gli hanno intimato di abbandonare il villaggio in pochi minuti. Ma quando la gente ha cominciato a correre via, i soldati hanno cominciato a sparare alle loro spalle con le mitragliatrici. Queste sono operazioni grosse, ma ci sono anche operazioni su scala ridotta, piccoli gruppi di soldati russi possono uccidere piccoli gruppi di persone. Per la nostra repubblica viaggiano dei gruppi militari molto strani, sedicenti gruppi militari; secondo me non sono soggetti a nessuna autorità militare, si chiamano "Lupi bianchi", "Olandesi volanti" o dicono "Siamo uomini di Putin", e quindi potete subito intuire quale legame c'è. Questi gruppi paramilitari sparano sulle macchine che viaggiano sulle strade, rapiscono la gente; a volte si hanno informazioni su queste bande quando i parenti cercano i rapiti per pagare il riscatto. La gente è diventata molto povera e quindi cominciano a racimolare soldi qua e là, da tutti i parenti, per raccogliere la somma necessaria per riavere il proprio caro scomparso. Per quanto riguarda i campi di concentramento: ce ne sono di noti, ma anche tanti campi della cui esistenza nessuno sa niente. Molti osservatori internazionali o indipendenti non possono visitare questi campi di concentramento, però noi sappiamo con certezza che nel territorio della Repubblica quasi ogni posto di blocco, quasi ogni guarnigione russa, soprattutto lì dove si trovano i comandi delle forze militari russe, Khankalà, per esempio, ci sono dei luoghi dove vengono rinchiuse le persone fermate. Prioprio nei campi vengono scavate delle fosse molto profonde e vi vengono gettate le persone; le tengono lì alcuni giorni, alcune settimane, fino a quando i loro parenti non le riscattano. Se i parenti non ci sono, allora molte persone vengono fucilate e poi se ne possono trovare i corpi sul ciglio della strada e nei campi. Spesso con il riscatto si potrà avere solo il corpo del proprio caro, il corpo senza vita. Per esempio, un soldato russo solo per aver indicato il posto dove un Ceceno era stato fucilato e sepolto ha preso dalla famiglia 3.000 rubli. I campi di concentramento sono dei campi di tortura. Non voglio parlare di tutte le torture in particolare, qui la fantasia è illimitata, ma c'è una tortura che è molto facile da eseguire, con la corrente elettrica. Il filo viene attaccato all'accumulatore del carro armato e quindi applicato alle persone: se applicato ad un adulto prende il nome di "Telefonata a Maskhadov", se applicato a un ragazzo, un ragazzo di magari 13 anni, allora la tortura si chiama "La telefonata alla mamma". Poi la parola "Zacìstka", pulizia, è la parola più terribile per i Ceceni al giorno d'oggi; per i Russi è solamente il controllo dei passaporti, ma in realtà che cos'è? Nel villaggio arrivano i soldati russi perquisiscono casa per casa, portano fuori dalle case tutto ciò che c'è di pregiato, prendono quel che vogliono: televisori, videoregistratori, registratori, ma anche servizi di porcellana. Portano via i gioielli, i soldi, come a Yermòlovka, dove hanno messo tutti i portafogli in un sacco. Ma il peggio non è questo; la cosa più terribile è che arbitrariamente vengono arrestati e portati via i giovani. E se rimangono vivi, allora comincia il commercio. I prezzi variano dai 5 ai 10.000 dollari a seconda dell'mportanza della persona fermata. Voglio sottolineare che in Cecenia esistono 426 piccoli villaggi, solo a Urus Martan sono state effettuate più di venti "pulizie" e ogni volta ci sono stati arresti e uccisioni. A Itùm- Kalé alla fine di settembre sono stati effettuati tre "controlli" e allora i militari russi hanno circondato l'ospedale e dall'ospedale hanno portato via un giovane uomo, ferito dai bombardamenti che avevano ucciso l'intera sua famiglia, Issà Adylbek, che aveva 22 anni. Aveva perso una gamba; i militari gli hanno tolto le stampelle e lo hanno portato via dell'ospedale sotto gli occhi del personale. Gli hanno detto: "Le stampelle non ti serviranno più" e una volta fuori dal villaggio lo hanno fucilato. Ma prima di fucilarlo gli hanno spezzato le ossa, cavato gli occhi, lo hanno martorizzato. Questo è il modo di comportarsi da forze armate o non sono piuttosto azioni da terroristi? In Cecenia non si troverà nessuno disposto a giustificare i terroristi; tutta la popolazione era terrorizzata quando ha saputo dei crimini compiuti dai terroristi in Cecenia. Ma questi crimini, noi, che ci battiamo per la difesa dei diritti umani, noi li imputiamo anche questi alla Federazione Russa, perché questa criminalità (cecena, n.d.r.) è la conseguenza della prima guerra cecena. La nostra repubblica è stata boicottata e bloccata dal punto di vista economico, informativo; tante persone dopo la prima guerra erano disoccupate, affamate, senza casa e queste sono le ragioni dell'ondata di criminalità. Le autorità russe provocano, stimolano questi criminali per poi utilizzarli per i propri scopi. Di ciò noi accusiamo le autorità della Federazione Russa; ma con ciò noi non accusiamo il popolo russo, come scrive l'ambasciata della Federazione Russa in Italia. Si tratta qui della dirigenza aggressiva e reazionaria della Russia, perché il popolo russo vuole anche lui vivere in base ai principi democratici. Oggi la guerra attuale in Cecenia è un colpo alle spalle della democrazia russa. La guerra va fermata anche per salvare il popolo russo. I soldati che commettono crimini in Cecenia, un domani torneranno in Russia e sono già persone marcate da queste atrocità. Tornate in Russia continueranno a a fare la stessa attività criminale contro il proprio popolo nel territorio della Russia. Questo è il rischio più grande, più terribile di questa guerra. Credo di aver parlato abbastanza, potrei continuare senza limite, ma non voglio farlo ora, in questo momento. Voglio ringraziarvi, e se avrete altre domande io, con grande piacere, risponderò. Grazie. STEFANO CITATI Ringraziamo Libkan Basaeva per la sua impressionante testimonianza. Vorremmo adesso dare la parola a Zainab Gashaeva. ZAINAB GASHAEVA Ancora una volta grazie a chi ci ha invitate. Sono la Presidente dell'Unione delle Donne del Caucaso del Nord e di un'altra organizzazione, entrambe create nel '95-'96, quando noi donne abbiamo capito che c'era bisogno di unirsi per creare la pace. Abbiamo cominciato con l'occuparci della ricerca dei soldat scomparsi durante la guerra. Poi anche dei Ceceni scomparsi nelle prigioni. Allora si trattava di circa mille persone, adesso invece di più di 5.000. Noi ci occupiamo anche di raccolta di informazioni relative alla violazione dei diritti umani sul campo. Questo lavoro consiste nel raccogliere testimonianze audiovisive, effettuiamo foto e raccogliamo materiale che trasmettiamo alle organizzazioni internazionali. Coloro che sono intervenuti prima di me hanno già detto tante cose. Noi siamo oltre che attiviste per i diritti umani anche testimoni noi stesse; la Basaeva è stata bombardata mentre fuggiva da Grozny. Io invece ero nel bazar di Grozny il 21 ottobre (1999, n.d.r.), quando il mercato è stato colpito dal razzo terra-terra SCAD alle 17.10. Ancora adesso mi chiedo perché non sono anch'io morta insieme a tutti gli altri. Ho visto più di 137 cadaveri, non facevamo in tempo a contarli mentre portavamo via i feriti in ospedale, dove erano talmente tanti che stavano persino sulle scale. E' stata una cosa tremenda, ma il destino mi ha dato la possibilità di continuare il mio lavoro, forse proprio per continuare a testimoniare, come qui faccio. La nostra grande difficoltà è di andare a raccogliere informazioni nei punti caldi, dove non ci sono giornalisti; noi, le donne cecene, riusciamo a portare le informazioni, a volte a rischio della nostra vita. Ci aiutano molto i nostri amici in Occidente: la Charitas francese, che ha aiutato 600 bambini orfani, l'organizzazione norvegese Bureau per la Pace, l'organizzazione americana "Generazione nuova per la Cecenia", la giornalista Irena Brezna in Svizzera. Vorrei soffermarmi su quegli aspetti che ancora non sono stati discussi, i rifugiati che hanno lasciato la Cecenia in seguito ai bombardamenti. I rifugiati sono stati a loro volta bombardati o si è sparato su di loro mentre erano in fuga, come ha riferito Basaeva. Un uomo di grande coraggio, il Presidente dell'Inguscezia, ha accettato di accogliere i rifugiati, anche se ciò era proibito. Il territorio dell'Inguscezia è un terzo di quello della Cecenia; si tratta di un piccolo popolo di 300.000 persone. All'inizio del primo flusso, per sette-otto mesi vi hanno vissuto circa 250.000 rifugiati. Oggi ve ne sono 176.000. Vivono in condizioni veramente molto difficili. La situazione è catastofica, l'inverno si avvicina. I profughi vivono in tende marce, in stalle abbandonate, 35 persone in ambienti di 10 metri quadri, a volte imparentati, a volte no. Siccome si avvicina l'inverno, e c'è fame e freddo, aumentano le malattie infettive, per esempio la tubercolosi, o malattie da raffreddamento, e nessun aiuto viene fornito a questa gente. La dirigenza russa si permette perfino di trattenere i generi alimentari destinati loro per cercare di ricacciarli in Cecenia. Ma loro non vogliono ripiombare nell'inferno che Basaeva vi ha descritto. In quelle condizioni è impossibile vivere, perciò sono costretti a continuare a vivere in Inguscezia. Sì, le organizzazioni umanitarie lavorano, Medici senza Frontiere, Medici del Mondo, Croce Rossa, sono loro che garantiscono la sopravvivenza dei rifugiati, ma non sono sufficienti. Quando l'ONU ha proposto a giugno di costruire un'altra tendopoli, il Ministero russo che si occupa delle migrazioni ha vietato di costruire sul territorio dell'Inguscezia, e dato l'autorizzazione solo per il territorio della Cecenia. Fino ad oggi la dirigenza dell'Inguscezia dà i generi alimentari senza chiederne il pagamento. Il mantenimento di ogni profugo costa 35 rubli e di questi 15 rubli (mezzo dollaro) vengono donati, e comprendono gas, luce, vestiti e alimentazione. Come possono i rifugiati vivere con questa cifra? A Berlino abbiamo incontrato i profughi accolti dalla Germania; loro hanno delle condizioni eccellenti. Voi poteteparagonare l' atteggiamento che ha la dirigenza russa verso i propri profughi con quello della dirigenza tedesca verso i rifugiati altrui. Io vorrei anche dire che la gente che non riesce a sopportare queste condizioni, cerca di trasferirsi sul territorio russo, ma anche lì vengono perseguitati, non dan loro la residenza, solo a causa della scritta sul passaporto "nazionalità cecena"; i giovani, che cercano in qualche modo, legale o illegale, di vivere sul territorio russo, girano con le tasche cucite, perché la polizia non possa mettervi narcotici o armi per aver poi una scusa per arrestarli e accusarli di tutto ciò di cui si accusano i Ceceni, voi sapete, esplosioni a Mosca, Volgodonsk. I Ceceni sono stati contenti di non essere stati accusati della tragedia del sottomarino russo nel mar di Barents. Io stessa vivo a Mosca; dopo gli attentati, ho subito perquisizioni domiciliari, tre volte senza permesso. Vivo a Mosca da dieci anni, non sono una rifugiata, sono registrata e la mia famiglia vive a Mosca. Dopo l'esplosione la mia vicina mi ha ripetuto spesso che era contenta che io vivessi in quello stabile, così i Ceceni non ci avrebbero messo bombe. Ecco quel che fa la propaganda russa, aumenta l'atmosfera di terrore per giustificare le proprie azioni in Cecenia. Per un Ceceno è difficile vivere in Russia, abbiamo bisogno di protezione. Una delle questioni più urgenti è quella dello status di rifugiato: ai 176.000 che vivono in Inguscezia non è riconosciuto. Il governo russo non vuole concederlo, dobbiamo insistere allora presso il Consiglio d'Europa e presso tutte le istituzioni che possono aiutarci. Noi non vogliamo oggi presentare il popolo russo come colpevole, noi lavoriamo insieme ai Russi; qui con noi oggi c'è Valentina Melnikova, che rappresenta il Comitato delle Madri dei Soldati Russi; quando noi volevamo salvare un ragazzo che voleva disertare, lei ci ha aiutate, ha dato i soldi perché il ragazzo potesse scappare. Il ragazzo diceva chiaramente: "Io non voglio ammazzare, ma mi costringono". Invece la madre del ragazzo ha denunciato tutti coloro che lo avevano nascosto per poterglielo ridare. Con gli orfani ceceni ha lavorato una psicologa russa, Ludmila Pablicenka, che è stata accettata da loro. Erano orfani, raccontavano come erano stati ammazzati i genitori, come odiano i Russi, ma loro amavano questa donna, Ludmila Pablicenka, hanno capito che non tutti i Russi sono a favore della guerra, ci sono quelli che sono contro. Ludmila è voluta venire con me a Grozny, per capire come vivono questi bambini (...) e raccontava piangendo che i bambini le dicevano che non erano i Russi ad ammazzarli, ma i "Federali". (...) Noi cerchiamo di lavorare insieme ai Russi, loro sono disinformati, quando parlano dei Ceceni parlano di banditi, criminali, barbari, credono che siamo così, per questo approvano la guerra, per la propaganda. Vorrei ancora una volta ringraziare chi non ha voluto tacere su questa guerra nascosta e terribile. Bisogna parlarne in Italia, in tutto il mondo e specie in Russia. Il primo intervento deve essere umanitario e forse attraverso questo intervento avremo possibilità di fermare la guerra. Grazie per l'attenzione. STEFANO CITATI Grazie. La situazione è impressionante: eccidi all'interno della Cecenia e una generale disinformazione nel mondo esterno. Di questo si era occupato per l'ultima volta Antonio Russo che doveva tornare in Italia con delle testimonianzee dei filmati sulla situazione in Cecenia. Lascio la parola a Marco Pannella per un ricordo di Antonio Russo. MARCO PANNELLA Più che un ricordo di Antonio, che è molto presente a noi e che non saprei sicuramente ravvivare in modo più eloquente di quanto purtroppo i fatti non facciano e continuino a fare ora dopo ora, giorno dopo giorno, quello che vorrei fare è una riflessione sul fatto che l'arma assoluta di questo nostro tempo è l'informazione. In altri tempi si sarebbe detto che per la condizione umana l'arma assoluta è la coscienza, la conoscenza; riportata ad oggi, alla nostra vita sociale, a questo punto dell'antropologia culturale, a questo punto della vita del mondo e dell'umanità, è indubbio che l'arma assoluta è l'informazione. Nelle due relazioni che abbiamo appena finito di ascoltare, veniva giustamente ribadito. Se i Russi non sono informati sulla verità che riguarda loro stessi, saranno allo stesso tempo vittime, di tale mancanza di informazione, e diventeranno boia di altri, che mancheranno a loro volta d'informazione. Quando questa informazione comincia a divenire di guerra, vitale o mortale, credo che non sia facile, anzi, non sia possibile dare una risposta. Quindi quello che io cercherò di fare, in modo necessariamente sommario, è di aggiungere alcuni elementi per me centrali di conoscenza su quanto è accaduto dal 15 aprile del 2000 in poi e sta accadendo tuttora, e che ha in particolare riguardato il Partito Radicale Transnazionale, Radio Radicale, e un militante anche dell'informazione (ma ho sempre detto che Antonio era un radicale giornalista e non un giornalista radicale). Ricordiamo brevemente: il 13 aprile alla Commissione per i Diritti Umani dell'ONU parla a nome del Partito Radicale Transnazionale Akhiad Idigov, che è Presidente della Commissione Esteri del Parlamento Ceceno, interviene a nome del PRT, all'assemblea plenaria. Tredici aprile. Naturalmente, e dimenticando qualche cautela formale e stilistica, informando sulla realtà di guerra in Cecenia; qualche volta parla a nome del PRT, qualche volta parla a nome del Parlamento che rappresenta, e su questo sarà poi costruito in gran parte quel tanto di plausibile nel linciaggio della verità che è stato messo in atto, per meglio continuare il linciaggio della verità dei Ceceni e dei Russi non d'accordo nell'essere boia di chicchessia e consapevoli di essere vittime, come purtroppo da almeno 80 anni i Russi sanno di essere stati, sperandolo di non esserlo più. C'è, penso, qualcuno qui a Roma che segue per conto, se non a nome, dell'Ambasciata Russa questi nostri lavori; ne sono felicissimo, spero che gli sia utile anche personalmente, ma devo dire che dal 1960 ero un habitué dei marciapiedi davanti all'Ambasciata, sempre ponendo i problemi che stiamo ponendo adesso, non cambia nulla. Allora lo facevamo per le notizie che avevamo di massacrati, di perseguitati, di popolazioni perseguitate, i Cecoslovacchi... insomma i Ceceni "abbondano" in questi decenni. Si chiamano Ceceni, si chiamano Bosniaci, si chiamano Kossovari, si sono chiamati in tanti modi, Cambogiani.. E' una caratteristica di questo nostro non benedetto tempo e quindi continuiamo oggi a fare in un modo più preciso quello che abbiamo fatto per decenni, non siamo certo felici del fatto che i rappresentanti della Russia di oggi si trovino a tal punto, quasi apparentemente senza soluzione di continuità, rispetto a quella Russia del KGB, quella Russia stalinista, quella Russia che tutti conoscevamo, davanti alle ambasciate della quale, in tutta Europa, ci siamo fatti arrestare. Allora, il 13 aprile succede questo, il 25 aprile la Commissione Diritti Umani adotta una risoluzione di condanna piena (con 25 voti favorevoli, 7 contrari e 19 astenzioni) della Federazione Russa in Cecenia. L'azione per far conoscere la verità è' stata efficace. Il 15 maggio la Federazione Russa reagisce e chiede al Comitato delle ONG dell'ONU di togliere al PRT lo statuto consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC). Teniamo presente: 13 aprile, 25 aprile, 15 maggio. A questo punto la situazione è chiara, non in un modo patente, ci arriverò fra poco. Il 15 giugno il PRT deve già presentare una sua prima memoria difensiva, prendere in considerazione delle accuse supplementari; l'accusa iniziale era di essere complici dei "terroristi ceceni", la seconda di essere narcotrafficanti e la terza pedofili! Nella Terza Internazionale queste cose si scrivevano e si documentavano a favore del proprio compagno di politburo, lo si è fatto in tutto il mondo e si continua a farlo, ci auguravamo che fosse in un modo meno ottuso, meno violento. Sta di fatto che già a giugno, quando noi abbiamo respinto le accuse russe, la Federazione Russa and company (manco a dirlo: Cina, Cuba e via dicendo) ci accusano sulla base di documenti. Quali sono i documenti? I documenti sono www.Radioradicale.it e www.Radicali.it. E' ufficiale: avete fatto un convegno sulla pedofilia, e in questo caso se lo passano fra Muccioli, Arlacchi, quelli in famiglia, Don Noto e quindi sappiamo che Radio Radicale e i Radicali in rete sono monitorati costantemente , per questa vicenda, dalla Federazione Russa, dalla Cina, dagli altri. Lo sa la delegazione italiana all'ONU, lo sanno i funzionari italiani, lo sanno tutti. Quando appunto il 21 giugno Perduca viene sentito dal Comitato delle ONG composto da 19 paesi, le accuse che vengono fatte sono accuse "documentate" e i documenti continuano a circolare. Che cosa quindi la Federazione Russa sa: sa che Antonio Russo dalla Cecenia manda le sue corrispondenze e i suoi documenti. Lo sanno tutti, l'ambasciata italiana, il Ministro degli Esteri, il Presidente del Consiglio,la Federazione Russa e l'ECOSOC. E' un dato ufficiale, non è una nostra opinione. Sulla base di questo da fine giugno è evidente che l'accusa di complicità con i terroristi è particolarmente pericolosa, perché mossa ad una ONG che è assolutamente unica; infatti, non c'è alcuna ONG che io conosca la cui direzione corrisponda con presenze istituzionali, parlamentari, governative nell'esercizio delle proprie funzioni, il segretario del PRT è Olivier Dupuis, parlamentare europeo, leader è Emma Bonino, ex commissaria e parlamentare europea e in quel momento candidata a dirigere la realtà ONU per 25 milioni di rifugiati (questione di cui si è occupata sempre, politicamente, ma anche istituzionalmente per l'Unione europea, sempre dalla parte dei torturati, degli assassinati, dei rifugiati, di coloro che diventeranno se gli va bene per qualche mese dei rifugiati, invece che degli assassinati- poi arriva il generale inverno e provvede e Emma è ossessionata da questo). Dunque a fine giugno un partito organizzato, denunciato come tale, una ONG, con al proprio vertice "autorità" internazionali e transnazionali è accusato esplicitamente, con delle prime reazioni positive quantitative nei comitati ONU, di essere complice dei terroristi. In Italia questa "forza politica" riesce ad ottenere che tutto il parlamento e il governo, in modo patente (fatto un po' straordinario, forse altrove non sarebbe accaduto) si pronuncino e dicano che sono infamie, queste accuse, questo tentativo di espellere il PRT, e hanno parole molto dure, molto precise. A questo punto, credo di poter affermare una cosa: uno stato come la Russia, come l'America, il più democratico degli stati, nel momento in cui afferma e fa condannare per complicità, se non addirittura istigazione, del terrorismo una organizzazione, nel momento in cui questa organizzazione trasmette in tutto il mondo, con internet, Radio Radicale, le corrispondenze in loco, praticamente da sola, come già a Pristina o in Algeria o nei Grandi Laghi (nei momenti dati, non sempre da sola, ma in certi momenti)... voglio dire, esiste uno stato, nel quale se la tesi è che quel partito è il partito dei terroristi, narcotrafficanti, poi lì abbiamo un vicesegretario generale ONU con nel suo staff dei Russi importanti, non può non essere stato interpellato su tutta questa cosa, qualche opinione Arlacchi l'avrà pur data su Bonino... esiste dunque la ragionevole possibilità che non si sia cercato di controllare questo inviato speciale dei "terroristi" presso i "terroristi" in Cecenia ? La tesi è ufficiale, e noi diciamo al governo italiano, in tutte le sedi, ma, guardate, non è possibile che Putin in persona sappia questo, l'anonimato degli apparati, purtroppo anche in Italia nel '45 c'era soltanto il Partito d'Azione che voleva una formale rottura della continuità, insomma, il KGB ha cambiato nome, però non pensiamo che ci sia Putin alla base di questo complotto. Che cosa si fa in una situazione del genere, quando la verità è evidente... quello che dolosamente il Ministro degli Esteri italiano e la Farnesina non hanno fatto giorno dopo giorno per tre mesi, o per quattro. Quando il Parlamento italiano, il Governo italiano dicono "Bisogna difenderli da queste infamie", una professionalità media tranquilla, ordinaria e burocratica agisce sul piano bilaterale, presso l'interlocutore che è all'origine di questo errore, e si parla. Abbiamo avuto un Presidente del Consiglio mobilitato con convinzione e con onestà, ma completamente neutralizzato dal Ministro degli Esteri e dalla Farnesina; si è venuto a trovare perdente, e anche un amico come Ranieri (mi dispiace che non sia potuto venire stamattina) essendo sottosegretario ha ottimi rapporti con Mosca, ci va, torna, che sia Vattani, che sia il Ministro, nessuno gli dice di questa cosa, non è tema di incontri. Il Presidente del Consiglio, quando si trova in Giappone, nella mezz'ora che ha a disposizione per incontrare Putin, trova il tempo per segnalargli questa cosa. Putin un po' sorpreso ascolta e poi fa quasi una battuta, crediamo di sapere che sia andata così: "Ma questo vuol dire che lei si rende garante di questo partito?" "Sì, certo", risponde Amato. Contemporaneamente Emma Bonino chiede a tutti: "Ma avete almeno mandato per conoscenza le dichiarazioni del Parlamento italiano e del Presidente del Consiglio al Parlamento? Le avete mandate attraverso gli ambasciatori nei paesi dell'ONU interessati? Le avete mandate alle delegazioni all'ONU? Avete convocato gli ambasciatori, ne avete parlato con i Russi?" tant'è vero che il Presidente del Consiglio era convinto che lo si facesse, lo fa in Giappone avendo mezz'ora. Nel frattempo accade questo: il Ministro degli Esteri è distratto da altre incombenze, una è quella di riuscire a inventare una seconda candidatura italiana a Commissario ai 25 milioni di rifugiati, perché uno, Migone, non bastava, e allora constata che c'è finalmente una seconda, Emma Bonino. Da quel momento tutto si intreccia: espulsione del Partito Radicale, diciamo pure "neutralizzazione" di Antonio Russo e scongiurare il rischio che, come appariva molto probabile, fosse possibile al Segretario generale dell'ONU di prendere atto dei sostegni straordinari che venivano per questa funzione a Emma Bonino. Che cos'è questa storia dei rifugiati? Chi ricorda magari le vicende Arcobaleno, rifugiati, Emma Bonino, o anche in Croazia, in Bosnia e via dicendo, forse capisce bene qual è il problema. Se ci sono 25 milioni di rifugiati, in genere non sono da paesi che stanno meglio o dai più democratici, i più liberi; è mai accaduto di leggere che un contrasto fra agenzie dell'ONU importantissime e uno stato, no? La tesi da 50 anni è che tutto si fa attraverso un'azione prudente, burocratica, di contatti, mai ponendo la questione all'opinione pubblica mondiale. Da fine giugno oramai il vero problema è di scongiurare il pericolo che Emma Bonino, cacciata da Bruxelles, rivenga fuori adesso a New York. Sempre per gli stessi motivi. Processo alle intenzioni? No, fotografia. Noi abbiamo quindi a fine luglio e ad agosto i servizi "sovietici", si sarebbe detto un tempo, i servizi russi e connessi, mobilitati per deontologia. Quotidianamente viene offerta alla conoscenza del mondo una documentazione, naturalmente "falsa", creata dagli uffici di propaganda dei "terroristi ceceni", da Antonio Russo, viene messa grazie a internet a conoscenza di tutto il mondo, (Antonio, ndr) continua a stare lì, e nel frattempo non si riesce ad espellere il Partito, però, almeno è dovere dei servizi di "neutralizzare" questo (Antonio, ndr). Il Ministro degli Esteri italiano non fa sapere al suo omologo, il sottosegretario, che è gran brava persona, non è messo in condizioni di far valere il suo ruolo, non esiste nessun atto a nostra conoscenza, per la sola ragione che non c'è, con il quale si cerca di intervenire sui Russi. Perché se c'è l'espulsione del PRT dall'ONU, in quel momento è scongiurato il pericolo Bonino ai rifugiati. Il gioco è chiaro. Noi lo diciamo e nel voto finale contrario alla difesa del Partito radicale all'ONU, dato dai rifondatori comunisti di Bertinotti, dai leghisti di Bossi, con l'astensione dei comunisti di Cossutta, devo dire che c'è la dimostrazione che la riflessione c'è stata in tutta questa cosa. Gli stessi ch'erano in contrasto con noi, perché erano i tre di Milosevic a Belgrado, mentre la Bonino si occupava dei rifugiati. Termino dando alcune date: 15 giorni fa Beatrice Russo mi ha telefonato per dirmi che si era ricordata che era molto molto contento Antonio di essere stato incaricato dal segretario del Partito di andare alla conferenza ecologica che si teneva a Tblisi, il 25 e 26, come rappresentante del Partito, perché il segretario non poteva andarci. Molto contento. Eppoi era molto contento di aver potuto dire in quella sede che lui aveva ormai la documentazione delle armi non legittime, poi su ciò si dicono cose diverse, nucleari, non nucleari, chimiche. Poi affermazioni come, queste: "Queste cose devo portarle all'Aja", le telefonate alla Radio, al Partito in cui affermava che stava per avere le cose più importanti, sabato le porto, poi diventa domenica, poi lunedì. Lui fa questo annuncio il 25, 26 settembre e il suo corpo viene ritrovato il 16 ottobre mattina, il 15 era stato ammazzato. In genere non va presunto questo, ma in questo caso, diciamo, i servizi russi hanno il dovere professionale di agire perché in tutto il mondo un inviato di un partito di terroristi continua a produrre materiale. Ne preannuncia di particolarmente grave, perché riguarda la messa sotto accusa documentata per uso in corso di armi non tollerate, non ammesse. Si interviene per impedire che questa vicenda abbia questo sviluppo. Il 16 si ritrova il corpo di Antonio, il 18 all'ONU, all'ECOSOC c'è questa vittoria imprevista, grazie soprattutto ai tentativi personali del Presidente del consiglio italiano e a Francesi, Tedeschi e Americani, grazie personalmente all'Ambasciatore Vento che per gli ultimi 10 giorni si era occupato di questo e non solo della vicenda della elezione italiana al Consiglio di Sicurezza. Ma questa vittoria viene due giorni dopo. Quindi il 18 c'è una sconfitta che non immaginavano possibile, senza precedenti in 50 anni. Se no il delitto era totale, perfetto. (...) Volevano far scomparire la verità sulla Cecenia e la possibilità che a dirigere i 25 milioni di rifugiati andasse quella Emma Bonino che già allora stava dicendo che arrivava l'inverno per i 250.000 rifugiati ceceni, nessuno ne vuol parlare, lo diceva in Parlamento europeo, al partito, alla radio. Una persona per la quale i rifugiati sono rifugiati e non sterminati, e se si vuol impedire che lo diventino si deve agire anche sulle cause. Anche dalla Georgia ancora non riusciamo ad avere i risultati dell'autopsia, dopo grandi dichiarazioni, c'entra anche la realtà sfasciata; per quanto riguarda l'Italia, un sostituto procuratore sta facendo due, tre, quattro, cinque interrogatori con grande calma, ma non siamo stati informati, e neanche la mamma per quel che ne so, dei risultati dell'autopsia e si continua a dire che si sa poco. Quello che l'Observer ha scritto una settimana fa si sa, ma c'è molto più che si sa; comunque sia non c'è notizia che siano stati sospesi o deferiti ai tribunali militari i capi dei servizi russi per negligenza. I servizi russi hanno manifestamente avuto il dovere e il compito di neutralizzare Antonio Russo, il Partito Radicale ed Emma Bonino. Per quel che riguarda l'editoria italiana non c'era bisogno di questa realtà, sono antemarcia, lo fanno con tradizione italiana. Questo po' di informazione che continuiamo a dare è perché questa è l'arma principale, che c'è per il diritto alla vita e la vita del diritto. Sappiamo le informazioni attraverso Radio Radicale, internet, non mancano sicuramente i colleghi giornalisti che vorrebbero farne, ma sappiamo che "fai quello che devi, accada quello che può", noi stiamo continuando a dare informazioni e riflessioni, sperando che in questo modo si renda alla Cecenia e ai Russi il diritto alla vita e la vita del diritto. EMMA BONINO Grazie a Marco per questa ricostruzione, puntigliosa, di una vicenda che interseca quindi aspetti della nostra organizzazione politica e della tragedia di cui abbiamo sentito varie testimonianze. Vorrei dare adesso la parola al nostro amico Citati, solo per segnalare l'unica eccezione che conosco sulla vicenda di Antonio Russo e che è stata in qualche modo Reporters senza Frontiere, nei suoi siti; l'ho visto anche quando stavo negli Stati Uniti, è in realtà l'unica organizzazione che per lo meno ha cercato che questa morte non fosse completamente nascosta come lo è la guerra cecena. STEFANO CITATI Sarò brevissimo. Volevo soltanto dire che a parte quello che c'è sul sito su Antonio Russo, per continuare a dare informazione e per fare in modo che Antonio Russo diventi in parte anche un simbolo dell'informazione, Reporters senza Frontiere sta pensando di creare o una borsa di studio o un premio giornalistico intitolato al nome di Antonio Russo. EMMA BONINO Grazie, Stefano. Di questo discuteremo anche nel pomeriggio, tenendo presente appunto quale può essere l'elemento unico, portante ed esplosivo, che è quello dell'informazione. (...) Do la parola all' HCR, alla nostra amica Laura Boldrini. LAURA BOLDRINI Buongiorno, grazie per questo invito. Arrivo da un'altra zona caucasica che è l'Azerbaigian, anche quel che ho visto lì meriterebbe una riflessione, perché è una guerra che non c'è più ma esiste, in quanto da otto anni ci sono 850.000 persone che vivono in condizioni deprecabili. Ho seguito una parte delle due testimonianze delle rappresentanti cecene, effettivamente condivido tutte le preoccupazioni dal punto di vista umanitario. Noi sappiamo che ancora ci sono 150.000 sfollati - così li devo chiamare- in Inguscezia; il numero è diminuito rispetto all'anno scorso quando erano 260.000, ma resta comunque altissimo. Vi ricordo che l'Inguscezia è una piccola repubblica di 320.000 persone, quindi è come se in Italia arrivassero 30 milioni di profughi, un impatto devastante. L'Italia è un paese ricco, l'Inguscezia è un paese che non ha di che vivere, non ha proventi. La situazione di questi 150.000 sfollati dal punto di vista umanitario è durissima, perché la maggior parte di loro vive presso le famiglie, famiglie povere che non ce la fanno a sostenere il peso di questa ospitalità. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) insieme al governo svizzero adesso metterà in atto un programma di sostegno economico a queste famiglie, un minimo di liquidità, per far sì che queste famiglie non vengano cacciate. Infatti negli ultimi tempi abbiamo notato questo fenomeno, purtroppo, nonostante la solidarietà degli Ingusci, alcune famiglie non ce la fanno più e quindi le persone vengono sfrattate dalle famiglie, e non ci sono altre risorse a disposizione. Noi abbiamo finalizzato la prima parte di un campo, che sarà una tendopoli per 12.000 persone, quindi 4.000 posti adesso nelle tende ci sono, sono tende che hanno il pavimento di legno, sono isolate, hanno elettricità e riscaldamento, comunque sono tende. Per le persone che andranno lì certamente c'è un'assistenza sanitaria, c'è anche per quelli che vivono nei vagoni ferroviari, circa 8.000 persone, e anche per le altre che vivono in insediamenti improvvisati; però è un'assistenza che non basta. Dal punto di vista finanziario abbiamo fatto degli appelli che non sono stati completamente coperti da parte della comunità internazionale. Lavoriamo con molta difficoltà, perché ci sono dei limiti di sicurezza enormi. Vi ricordo che un collega, Vincent Costel, è stato nelle mani dei rapitori purtroppo per quasi un anno; l'Alto Commissariato da questa esperienza ha dovuto apprendere una lezione dolorosa, cioè che non può esporre i propri operatori in condizioni di insicurezza che poi penalizzano enormemente le vite di queste persone. Lavoriamo in Inguscezia con personale locale, abbiamo circa 100 operatori, tutti locali; la base operativa è a Stavropol, e da lì partono i convogli, che vanno in Inguscezia, ma vanno anche in Cecenia, certamente in quantità minore (a Grozny sono arrivati 10 convogli dall'inizio della crisi). I ritmi del lavoro sono ridotti, purtroppo per motivi di sicurezza. Per quanto riguarda i media è vero, è sacrosanto, che non c'è l'attenzione che questa crisi merita. Noi stiamo facendo anche in questo uno sforzo; adesso, ultimamente, una truppe del TG Europa è andata a Mosca, e da lì una mia collega l'accompagnata giù in Inguscezia per filmare la situazione disperata dei campi e nei vagoni ferroviari. Non so quello che ne verrà fuori da questo materiale, noi speriamo che ne venga fuori parecchio. (...) Mi hanno dato delle garanzie che tenteranno di mandarlo in prima serata, ma sappiamo che purtroppo ci sono passaggi intermedi. Ci sono altri problemi meno evidenti, ma che vorrei dirvi, riguardanti i passaporti. Ci sono parecchie persone che non hanno passaporto, quindi il Ministero degli Interni inguscio adesso sta tentando di emettere passaporti. L'HCR sta aiutando il Ministero a farlo, perché chi non ha un documento d'identificazione non riceve neanche gli aiuti, questo è un problema enorme che dovrebbe essere affrontato il prima possibile e comunque prima dell'inverno. Da questo punto di vista posso solo rilanciare un appello a tutti quelli che ci ascoltano: c'è bisogno di risorse, chi può faccia donazioni, ce n'è bisogno. Se qualcuno è interessato noi siamo a disposizione per informazioni su come fare, su come aiutare in questa parte di mondo. (...) EMMA BONINO Grazie a Laura Boldrini. Le nostre amiche sono andate in questura per una vicenda di visti, passaporti, però è vero che ripartono oggi pomeriggio, perché il loro visto scade domani e quindi devono rientrare domani via Berlino a Mosca. Continuiamo dando la parola a Romano Cagnoni, che insieme a Patrizia Franceschetti è autore di un reportage fotografico, uno dei pochi che esistono, che è stato pubblicato internazionalmente, e io mi auguro che questa sia anche l'occasione perché sia ripreso anche da noi. Grazie di aver messo a disposizione le fotografie per la stampa, so che ce ne proietterai e commenterai qualcuna, a te la parola. ROMANO CAGNONI Non sono molte fotografie, sono circa 14-15, però a mio giudizio sono valide e interessanti da vedere anche oggi, 5 anni dopo che sono state prese, perché mostrano la resistenza, i guerriglieri della Cecenia nel 1995, proprio durante la caduta del palazzo presidenziale a Grozny. I così detti combattenti (chi li chiama terroristi, altri criminali), invece, secondo la mia esperienza, erano uomini veramente notevoli, che appartenevano a un mondo oramai scomparso nella nostra civiltà industriale, un mondo con persone capaci di sentire, di muoversi con un ritmo umano, molto diverso dal nostro, un mondo dove l'amicizia, la coerenza morale contano tanto. Sarà forse il fatto che avevano davanti dei nemici molto potenti, che gli dava la forza di stare uniti, e dava a noi occidentali la sensazione di un mondo di uomini veramente particolari. E questa infatti è stata la ragione per cui io e Patrizia abbiamo trasportato lì delle luci (fatto insolito per dei fotografi in situazione di guerra), così da poter vedere chiaramente con che genere di uomini avevamo a che fare. Detto questo, penso adesso di parlar meno e mostrarvi le fotografie. Vi leggerò semplicemente delle didascalie, nate dalle interviste che Patrizia faceva ai guerriglieri, agli uomini della resistenza, ai "terroristi", interviste tradotte su dei testi che ho qui davanti a me. (...)Continuerò a raccontarvi così non solo la storia dei combattenti, ma anche delle persone. Si è parlato anche male della popolazione civile, dopo i primi momenti. In effetti devo dire che i primi giorni, presso la popolazione civile a Grozny, sono stati di grande accoglienza. Avrebbero fatto qualsiasi cosa per noi della stampa. Io abitavo a casa di una famiglia, presso Grozny, stavamo lì la notte e poi il giorno lui ci portava direttamente nella zona dei combattimenti. Ci preparava anche da mangiare questa famiglia. Vediamo ora le foto. In questa prima si vede un giovanotto di 25 anni, che si chiama Anzor, proviene dal villaggio di Engel-Yurt, scusate la pronuncia, nei pressi di Grozny. Prima della guerra era uno studente di economia in Ucraina. Combatte a Grozny dal 26 novembre e il mitra Kalaschnikov gliel'ha prestato il suo vicino di casa che è rimasto ferito. Questi giovanotti erano veramente giovani della resistenza. La prossima: Ali ha 24 anni, proviene da Baku, in Azerbaigian. All'età di 18 anni è entrato nell'esercito russo, poi ha combattuto 5 anni nell'esercito azero contro gli Armeni in Nagorno Karabakh. Con soddisfazione dice di aver tagliato molte orecchie agli Armeni. E' venuto a combattere in Cecenia, perché lì ha un amico. E' arrivato dal Daghestan con la sua auto e con la sua chitarra, con cui canta canzoni di guerra da lui stesso composte. Voglio dire, questo è un mondo dove si va a combattere per gli amici e si porta una chitarra. (...) Prossima foto: è Timur, 22 anni, è di Grozny, prima della guerra faceva l'autista. Sua moglie e i suoi tre figli sono rifugiati nel vicino villaggio di Ach-koy. Non li vede da tre settimane. In questo momento è di ritorno dal fronte dove ha trascorso tutta la notte con due suoi compagni. La prossima: è Alì di 31 anni. Lui è del Tagikistan, faceva l'uomo d'affari. E' venuto a combattere a Grozny perché ha un amico. Ecco, un'altra persona che va a combattere perché ha un amico. Io penso che un senso d'amicizia del genere sia speciale. Il suo fucile col silenziatore è ricoperto di nastro bianco per non essere notato nella neve ed è un vecchio fucile del 1891, s'è trovato un fucile che apparteneva a suo nonno. Andava col suo amico Almi in missione speciale. Al ritorno della missione me ne hanno rivelato l'obiettivo: nella notte avevano catturato un maggiore russo all'interno del suo campo con documenti molto importanti, mappe, decisioni ecc. Da tali documenti e dall'interrogatorio del prigioniero era emerso che i Russi stavano preparando un imminente attacco finale -e io poi l'ho riscontrato, effettivamente è stato così- accerchiando e chiudendo la città di Grozny dal sud. Avevano appena portato tali documenti al loro comando, ovvero al comando dei guerriglieri della resistenza cecena. La prossima: Kamaldin, 21 anni, di una località a pochi chilometri da Grozny. E' un radiotecnico. Kamaldin e i suoi due amici Alì e Tajié sono appena sfuggiti ad un bombardamento russo dove Kamaldin è rimasto ferito alla tempia. Per fuggire lui e i suoi amici hanno dovuto attraversare il fiume, gelido, a nuoto. La prossima: Magomed ha 19 anni, anche lui della periferia di Grozny. La prossima: Harzol ha 21 anni, era una guardia carceriera, che viene da un villaggio a 80 chilometri da Grozny. Combatte dal 31 dicembre, giorno dell'attacco maggiore alla città. Arriva da un fronte e si sta recando in un altra zona di combattimento. Qui era in mezzo alle due zone di combattimento. Erano molto bravi, erano gli uomini che avevano distrutto duecento carri armati russi. Credo che a degli uomini che sappiano buttare delle bombe a mano ricoperte con del plastico a un carro armato a 30-50 metri ci vuol del coraggio; ci vuol poco a buttar giù un carro armato con un bazuka, però arrivare a 30 metri da un carro armato per potergli lanciare una granata ricoperta appunto di plastico non è uno scherzo. Devo dire che in quel momento tutta l'opinione mondiale ha molto ammirato le mie fotografie, pubblicate in tutto il mondo, in Inghilterra, in Francia, in Italia, c'era entusiasmo, come può testimoniare qui Ettore Mo, che era prima di me a Grozny. Sa quanta ammirazione c'era nel mondo per questi giovani. Non si dovrebbero dimenticare persone che hanno dato tanto a una causa, alla libertà. Poi si sono volute creare delle falsità propagandistiche, però questi uomini vale la pena di ricordarli con una certa ammirazione. Ecco Nurghy, 32 anni, è laureato in economia. La moglie e i suoi due figli sono in un villaggio a 20 chilometri da Grozny. Il fucile l'ha comprato vendendosi l'automobile. Questo invece l'ho fotografato la notte in un rifugio molto particolare: Yshak, 33 anni, operaio in un'industria petrolifera in Siberia dal 1984. La moglie e suoi tre figli sono in un villaggio ceceno a 60 chilometri da Grozny, bombardato e distrutto nell'attacco aereo del 27 dicembre. Il 29 dicembre è andato a Rostov -qui eravamo ai primi di gennaio-, ha scambiato la sua automobile per una mitragliatrice da carro armato con dei contrabbandieri ed è tornato a Grozny a combattere. Oggi ha sparato contro un aereo SU 25 e ha visto il fumo uscire dall'aereo, magari è possibile. In Vietnam del nord, sparavano contro gli aerei le ragazzine di 16 anni, forse qualcuno ne hanno anche abbattuto. Il suo compito è di coprire l'azione di un bazooka contro un carro armato. La prossima: questo è Abdullah, 25 anni, di Grozny, rappresentante di un compagnia petrolifera svedese. Anche lui combattente della resistenza. Si è fatto coprire perché forse aveva paura che le fotografie potessero tradirlo, non saprei. Poi abbiamo la prossima: questo giovanotto si chiama Sulejman, 20 anni, di un villaggio ceceno a 75 chilometri da Grozny. E' la guardia del corpo del Ministro del Commercio ceceno. Poi abbiamo Shaman, 25 anni, è un saldatore, ha distruttto tre carri armati russi con quel sistema appunto delle bombe a mano con del plastico avvolto attorno. Il fucile l'ha comprato con i risparmi. Poi abbiamo Kamaldin, ha attraversato il fiume a nuoto d'inverno, era ferito. Lì era dura, perché non avevano delle organizzazioni che potevano curargli le ferite, dovevano andare a 70 chilometri, a Nazran, non avevano sistema di curarsi a parte qualche rudimentale medicinale di pronto soccorso. Era un andare in piazza con le bombe armate contro i carri armati in quegli anni attaccando i soldati russi in piccole pattuglie. Qui c'è un nostro amico, presente all'incontro di oggi, è Andrej Mironov, rappresentante di Memorial, è stato con noi tutti quei giorni, è stato utilissimo, sarebbe stato quasi impossibile se non ci avesse aiutati. Adesso è quasi un elemento di comicità vedere un missile inesploso a pochi metri da Andrej. Lui ne ha visti molti cadere, molti più di quelli che abbiamo visto noi, anche di quelli che purtroppo esplodevano. (...) EMMA BONINO Grazie per questa documentazione storica di un periodo di qualche anno fa, ma che credo mantenga il suo senso, la stessa presenza di Mironov vuol dire che questa situazione c'è da molto tempo. Sospendiamo qui e riprendiamo nel pomeriggio (...). POMERIGGIO EMMA BONINO Ripartiamo dal punto che abbiamo affrontato stamattina (...). Devo darvi due informazioni di cui almeno una positiva. Credo che lo sforzo che abbiamo fatto in pochi giorni per organizzare questa iniziativa, a freddo, si direbbe (aveva ragione Anne Nivat, quando diceva "Che c'è di nuovo in Cecenia?", tragicamente non c'è "niente di nuovo") abbia avuto un primo risultato; la Rai, per la prima volta a mia conoscenza, oggi, in entrambi i telegiornali dell'una, ha mandato in onda, a partire dalla nostra iniziativa , un buon servizio -devo dirlo perfino io, che sono sempre molto critica- sulla situazione in Cecenia. Grazie alla vostra presenza, perché da sola cerco da molto tempo di dire le stesse cose e non riuscivo ad andare da nessuna parte. Credo che questa iniziativa cominci a smuovere le cose. Così come le reazioni degli ascoltatori di Radio Radicale e il collegamento via internet cominciano a dare dei frutti, dei fax di esponenti politici che paiono scoprire per la prima volta una situazione. Alcuni di loro posso immaginare che siano in perfettissima buona fede, come se fosse una stranezza, una delle tante che si inventano i Radicali, mentre invece, il nostro tentativo è semplicemente quello di rendere patente una cosa nota. Tornando alla stampa, ieri sera parlando con Sophie Shihab, che per Le Monde segue in particolare questa vicenda, Sophie mi diceva che "stranamente" in questo mese di ottobre a sua conoscenza alcuni giornalisti sono riusciti ad andare in loco e a testimoniare meglio la situazione. Io vorrei partire da questa domanda: secondo te, perché? Certo era una delle richieste della risoluzione approvata a Ginevra, ma volevo la tua interpretazione anche politica di quello che sta succedendo e com'è che colleghi giornalisti riescono oggi, pare, ad avere la possibilità di andare in loco. SOPHIE SHIHAB Non posso dare una risposta categorica, ma secondo le persone con cui ho parlato, penso che sia semplicemente la situazione di decomposizione dell'esercito russo in loco; è chiaro che la situazione in Cecenia è di una atrocità senza precedenti. Forse a volte sono troppo ottimista, ma bisogna vedere anche l'altra faccia della medaglia. Per l'esercito russo che occupa la Cecenia, la situazione non è che sia tanto rosea. Si è detto che i rastrellamenti vanno avanti, che i giovani ceceni sono torturati ogni giorno in maniera sistematica, che vengono torturati per mantenere la pressione sulle famiglie: altrimenti perché le famiglie si farebbero in quattro, si indebiterebbero fino al collo per recuperare i loro cari? Perché sono sistematicamente torturati e vengono torturati a bella posta per far funzionare questo meccanismo di vendita degli ostaggi. Perché dunque quella situazione non è rosea per i Russi ? I Ceceni soffrono in maniera smisurata, ma, se si sta ai comunicati ufficiali dell'esercito, tutti i giorni ora in inverno ci sono fino a dieci soldati russi uccisi in Cecenia, due, quattro volte di più che il numero di morti in Palestina, che invece riceve una copertura enorme dei media. Insomma c'è uno stillicidio di morti enorme tutti i giorni e la resistenza continua; non solo da parte dei gruppi armati. A Parigi, di recente è arrivato il Ministro della Sanità del governo ceceno Umar Khanbiev; è lui che ha organizzato tutto il sistema sanitario a Grozny durante la prima guerra e anche durante la seconda, quando Grozny l'inverno scorso era bombardata, è lui che ha organizzato la sortita dei feriti superstiti che non si era riusciti a fare uscire di nascosto in precedenza, è lui che è uscito con i feriti attraverso un campo minato. Hanno avuto perdite, anche fra il personale medico, e quando sono arrivati ad Alkhan-Kala, all'uscita di Grozny, sono stati messi su un autobus, gli è stato detto che andavano negli ospedali, invece sono stati arrestati dalle truppe russe. Raccontano delle cose spaventose: come i feriti erano colpiti sulle piaghe, come erano fatti strisciare sui monconi di gamba che gli rimanevano, dopo essere saltati sui campi minati, come sono stati mantenuti una decina di giorni in una specie di buco, uan specie di stalla. Khanbiev ha vissuto tutto questo; c'è stata una pressione internazionale, e anche interna, e egli è stato liberato, è riuscito a poco a poco a far liberare tutto il suo personale medico e ha continuato a vivere nel suo paesino di montagna, a Benoi, dove faceva funzionare un ospedale. In che modo si viveva ancora fino a pochi giorni fa ? In modo tremendo, perché nessuno sa la mattina se la sera sarà vivo. I Russi hanno cercato di arrestarlo più volte, lui ha parlato di qualcosa che è successa a settembre: l'esercito russo ha mandato dei carri armati e degli elicotteri a circondare l'ospedale del villaggio, dove lui non era ancora arrivato, hanno sfondato la porta del suo ufficio, non l'hanno trovato, ma hanno preso due medici, li hanno portati fuori, e in quel momento hanno visto che c'era una manifestazione di abitanti, di donne, soprattutto, che hanno cominciato addirittura a rovesciare delle auto dei militari, a spaccare i vetri, li hanno costretti a rendere i medici. Da quel giorno, dice, siamo stati un po' più tranquilli; lì sul posto gli abitanti resistono. Questo per dire che la gente non può vivere senza speranza, nessuno lo può e tanto meno i Ceceni. Perché dunque dei giornalisti, tre anglosassoni, sono riusciti ad entrare in Cecenia in ottobre? Mi è stato detto che è stato solo perché riuscivano a pagare abbastanza ai posti di blocco. Tiravano fuori i soldi e i posti di blocco alzavano le sbarre. Qualche mese fa non era possibile, perché anche giornalisti ben forniti non riuscivano a passare; quindi c'è una specie di sfacelo, la gente intasca i soldi, è un arraffa arraffa, e poi ci si mette d'accordo con i propri capi. Un'altra osservazione è che si parla sempre della nostra impotenza, dell'impotenza nostra e dell'opinione pubblica occidentale, ma penso che sia sbagliato. Penso che la lettera inviata dall'ambasciatore russo sia ridicola, infantile; se proseguono però con questo tipo di ricatto, che fra l'altro non rende loro un buon servizio, è perché sono molto attenti all'opinione pubblica occidentale. Di recente uno storico mi ha ricordato come nel secolo scorso, al tempo dello zar Nicola I, questi fu costretto a firmare due o tre decreti di seguito che vietavano alle sue truppe di mettere i crani dei Ceceni davanti ai fortini che costruivano. Il decreto dello zar voleva la cessazione di questa pratica, per paura che in Occidente si prendessero gioco dei Russi. Ecco, allo stesso modo i dirigenti russi sono molto attenti all'opinione che si può avere di loro. Quando vedono, quindi, che il loro ricatto funziona, quando Hubert Vedrin, il Ministro degli Esteri francese, che un anno fa era in prima linea sulla guerra in Cecenia, aveva detto pubblicamente che la guerra in Cecenia è una guerra coloniale (e le guerre coloniali si sa come devono concludersi), qualche mese dopo va in Russia e dice "Non ho proprio detto così, ho detto che è una guerra coloniale nella tecnica, ma non nella sostanza", insomma ha cercato di far marcia indietro e ha poi fatto completa inversione di marcia, al momento del recente vertice fra la Russia e l'Unione Europea... Ma non è una causa persa. Dio sa se ci sarebbero ragioni per accusare il mio governo di complicità con crimini di guerra, rispetto a quello che lascia fare al proprio partner russo in Cecenia; ma non si può essere neanche più realisti del re, ad esempio, tre giorni fa Putin ha riunito i suoi generali e li ha un po' redarguiti, non so a che proposito, e ha parlato di Cecenia e ha pronunciato questa frase : "Lo statuto della Cecenia non è importante, l'importante è che la Russia non sia più attaccata a partire dalla Cecenia". Quando Putin dice questo e lo dice a dei generali, poi è stato costretto a condire questo con frasi tipo "Continueremo fino in fondo, schiacceremo i terroristi, li liquideremo", ma che lui stesso dica una frase come quella riportata, almeno questo dovrebbe essere un incoraggiamento ai partners europei affinché non mettano in cima ai loro comunicati sulla Cecenia questa frase "Nel rispetto dell'integrità territoriale e condannando il terrorismo...": si può condannare il terrorismo, e salvaguardare l'integrità territoriale, Putin stesso lo riconosce, però so che Putin sta cercando un contatto con Maskhadov, che quindi lo si aiuti, lo si spinga a far questo, attraverso le dichiarazioni ufficiali che dovremmo indurre i nostri dirigenti a pronunciare. ETTORE MO Le mie esperienze in Cecenia risalgono alla prima guerra, quindi al '95 e '96; ho ascoltato le drammatiche testimonianze delle due signore cecene stamattina e naturalmente il mio desiderio è di poterci tornare, per poter verificare che accadano queste cose così agghiaccianti che ci sono state descritte. Ora ancora c'è il problema della difficoltà per i giornalisti, il divieto di Putin di lasciarci andare a vedere come stanno le cose in quel paese. Forse questa è veramente l'ultima guerra coloniale dopo l'Afganistan, e spero che sia veramente l'ultima. Io non so come sarà possibile superare questa difficoltà, ma da quello che mi è stato detto dai colleghi che hanno avuto il privilegio di poterci andare, correndo certamente enormi rischi, penso che sia molto difficile per noi in questo momento poter offrire conferma di queste atrocità all'opinione pubblica. Mi devo purtroppo limitare alla mia esperienza passata. Arrivai in Cecenia il primo gennaio del '95, l'armata russa era appena arrivata e stava spadroneggiando, io sono arrivato a Grozny con una free lance, una grintosissima reporter che si chiama Milena Gabanelli. Abbiamo fatto il giro di Grozny e dintorni e la situazione era veramente drammatica. Io mi ricordo di aver avuto veramente una grande paura, perché dovevo attraversare questo ponte per arrivare al palazzo presidenziale e non c'era nessun taxista, nessuno che volesse scaricarmi dall'altra parte. Erano solo trecento metri, ma molto pericolosi, quindi bisognava sborsare molti dollari; insomma, poi ce l'abbiamo fatta, e mi dicevano che lì avremmo incontrato Dudaev. Invece , benché fossi sicuro che ci fosse, non sono riuscito a parlare con lui. A questo punto mi devo ricollegare alle parole che ha detto il carissimo collega fotografo Romano Cagnoni, che in quel momento per noi, veramente era una guerra di liberazione e i primi contatti con queste persone sono stati, come sempre succede in queste circostanze, di un grande calore e comprensione umana. Ho passato diverse notti in questo bunker, a vedere questi guerriglieri ceceni che uscivano ogni notte per andare a combattere alla stazione ferroviaria o in altri luoghi, mentre i Russi continuavano a bombardare il palazzo presidenziale, che poi sarebbe stato completamente distrutto. Io non parlavo una parola di russo, non avevo con me l'interprete e loro non parlavano una parola né di inglese né di italiano, però mi hanno accudito per questi due giorni e due notti, servendomi tè ogni mezz'ora e parlandomi con affetto, capivo dal tono che mi dicevano cose affettuose, che le cose andavano bene e che loro combattevano. Qualche soldato parlava qualche parola d'inglese, si beveva la vodka che io avevo portato prima di entrare in azione, perché diceva di averne bisogno più di me per andare ad affrontare il nemico. Mi ricordo ancora proprio lì in questo posto delle mamme dei soldati russi, che piangevano e si raccomandavano di porre fine a questa guerra, per seppellire i morti ceceni, ma anche i loro ragazzi che erano morti in quell' operazione. Siamo riusciti ad avere pochissimi contatti con le autorità, c'era l'attuale Presidente Maskhadov, il solo che era nel bunker in quel momento. La speranza era grande, e tutti dicevano "In due settimane li cacciamo via", ma questo l'avevo sentito già in Afganistan. Invece ci sono tornati dopo una tregua che è durata soltanto un paio di anni. L'anno successivo, sono tornato e sono riuscito ad incontrare Shamil Basaev, con cui ho passato un intero pomeriggio. Lui beveva solo tè in quanto mussulmano, per me invece c'era wisky o birra. Dico questo non per nota di colore, ma perché vedo che ancora si insiste ad attribuire a questa guerra dei connotati di guerra santa, di guerra religiosa. La mia impressione -io poi che ho frequentato molti paesi arabi, paesi islamici, dove l'integralismo islamico è predicato- era che non ci sarebbe mai stata una guerra di religione. (...) Basaev era molto fiducioso, diceva che la guerra sarebbe finita presto perché la popolazione era con loro e anche i Russi si sarebbero resi conto che era una partita persa. Andando a vedere Basev ho passato numerosi posti di blocco dove c'erano soldati russi tutti molto giovani, soldati di leva, ai quali davo sigarette. Non avevano niente, pagati malissimo, poveri ragazzi, facevano 9 mesi di naia e poi tornavano a Mosca e ne arrivavano degli altri. Tutti questi ragazzi mi dicevano: "Noi non sappiamo neanche perché siamo qua"; sapevano benissimo che io andavo da Basaev e non hanno fatto niente per impedirmelo. "Vai vai -dicevan- però digli che la smetta, che noi vogliamo tornare a casa", cioè i soldatini che erano stati mandati lì per ragioni che loro non riuscivano a comprendere fraternizzavano completamente con la popolazione locale che li trattava benissimo, con quelle poche persone che erano rimaste nei cascinali. Dal contatto con questi soldati di quella che era stata un tempo la gloriosa armata rossa si aveva la sensazione che non sarebbe mai stata una guerra di popoli, si vedeva che fraternizzavano, parlavano la stessa lingua, naturalmente con accenti diversi, ed era chiaro che era una guerra decisa dall'alto per le ragioni che voi sapete, non da escludere quella economica, dato che nel Caucaso c'è il passaggio del petrolio e che è una provincia della Federazione Russa a cui Mosca rinunciava veramente malvolentieri. Quindi tutto ciò che mi rimane da dire è che io credo veramente che i Ceceni stanno facendo una guerra "giusta", anche se non si dovrebbe mai dire, ma è la mia convinzione che quelle sensazioni di allora potrebbero essere confermate se avessi la possibilità di andare ancora una volta a verificare la situazione attuale. Spero che questo mi sia consentito e ringrazio molto Emma Bonino che mi ha messo in contatto con persone che sono interessate come me alla pace in quella zona e che forse potrebbero aiutare me e i miei colleghi finalmente a ritornare in quei posti per raccontare la verità che Putin ha così destramente nascosto. EMMA BONINO Grazie a Ettore Mo, speriamo appunto che queste iniziative aiutino. Darei adesso la parola al direttore di Radio Radicale, a Massimo Bordin, non come inviato evidentemente, né come testimone della guerra, ma come testimone di altre difficoltà nel campo della libertà d'informazione. MASSIMO BORDIN Mi rendo conto che il livello adesso si abbassa verticalmente e quindi mi appello al vostro buon cuore. Io vorrei proprio cominciare dove ha finito Ettore Mo, perché in quell'accenno assai pertinente che citava le cause anche economiche del conflitto c'è anche il motivo che ha portato collaboratori di Radio Radicale in Cecenia. Noi proprio con Antonio avevamo messo a punto una serie di inchieste che avevano come filo conduttore anche l'aspetto dell'energia, di quanto essa conti nei conflitti. Antonio era andato in Algeria in un altro momento molto difficile, quando il FIS era ancora assai forte, per occuparsi -più che di petrolio in quel caso- di gas, ma c'erano alcune questioni che erano assai interessanti e che Antonio documentò assai bene. La questione del Caucaso si legava proprio per la vicenda della pipeline e da qui nacque anche l'interesse che si sviluppò anche redazionalmente, prima sentendo esperti, lavorando un po' con internet. Antonio però era una persona che amava fare inchieste sul campo ed era già la seconda volta che ci andava, in Cecenia. Ora, c'è un altro contatto con la realtà del Caucaso che volevo segnalare proprio per spiegare questo interesse della radio. Mi ricordo che nel '92 a Sofia il Partito Radicale Transnazionale fece un consiglio federale (ricorderete, in quel periodo c'era una certa presenza di un nuovo ceto dirigente dei paesi dell'est interessato, anche per avere un contatto con l'occidente, all'esperienza del PRT). Il consiglio federale si svolgeva a Sofia in un albergo molto grande, c'erano delegazioni di diversi paesi di ex repubbliche sovietiche e c'era la delegazione azera, che aveva i suoi politici che avevano preso la tessera del PRT, e la delegazione del Nagorno Karabakh, che all'epoca aveva proclamato la proprio indipendenza. Naturalmente c'era una tensione fra le due delegazioni. Cominciammo a occuparci di questa vicenda come radio, anche perché era uno dei fatti più interessanti, che questi, che poi si facevano la guerra al paese loro, trovassero un momento, se non proprio di dialogo, quanto meno di incontro attraverso il PRT. Quindi è l'antefatto per arrivare alla questione della Cecenia. Io davvero ho pochissime considerazioni da fare, l'informazione è quella che è; l'articolo dell'Observer, di una giornalista irlandese, dà un giudizio sull'attenzione della stampa italiana alla vicenda di Antonio Russo molto pesante. Per altro anche un giornale per addetti ai lavori che riguarda invece i giornalisti italiani, Prima Comunicazione, ha ribadito quel tipo di giudizio. Dirò fra breve anche qualcosa sulle indagini,(...) però c'è un problema d'informazione sulla Cecenia. Non mi sono mai occupato con competenza di politica estera, cerco di capire, ma non è il mio campo. Eppure scopriamo che la questione cecena in altri paesi d'Europa ha un impatto molto diverso sull'informazione (con l'eccezione di Ettore Mo), basta leggere Barbara Spinelli nei suoi editoriali sulla Stampa, che ci fanno capire che a Parigi che la questione è assai più dibattuta, è assai più presente all'opinione pubblica. Da questo punto di vista non si può neanche dire che per l'Italia la Cecenia è un fatto particolarmente esotico, no, perché le corrispondenze di Mo sono uscite. Poi c'è un personaggio che è caro alla sinistra e a noi tutti, Adriano Sofri, che sulla Cecenia ha fatto molto, poi un giornalista di posizioni politiche un po' diverse da quelle di Sofri, Biloslavo, che pure ha fatto dei reportage. Quindi alcuni reportage sono pure usciti, però sono sempre usciti come eccezioni rispetto non tanto o non solo a una scarsa informazione, quanto piuttosto una scarsa partecipazione ad una cosa terribile; perché se parliamo di una guerra coloniale, ripeto, non sono esperto di politica estera, ma, insomma, un paragone che viene in mente perfino a me, pensando a quel che raccontava Mo a proposito dei giovani e delle madri russe che si opponevano alla guerra, è quello del Vietnam, dove hanno perso soprattutto per l'opposizione interna. Dovrebbe essere vissuta anche dal ceto politico, e dagli editori con più calore, e invece appunto non succede. Sono cose bizzarre, perché ci sono guerriglieri e guerriglieri, Oçalan è diventato un caso, sapevamo tutto di lui, anche perché poi è venuto qui. Basaev l'abbiamo conosciuto attraverso pochissimi ritratti. C'è il Chiapas e c'è il Kossovo, quelli buoni e quelli cattivi, a volte non è neanche detto che le coordinate politiche siano veramente come possono apparire dai relativi supporter, a volte sono anche incrociate, si scopre per esempio che c'è una componente dell'UCK che è sostanzialmente nostalgica del precedente regime albanese. Malgrado questo... C'è questo aspetto, l'aspetto dell'informazione. Non manca del tutto, ma è poco partecipata e viene vista poco. L'iniziativa credo che sia quindi importante e per questo Radio Radicale la trasmette in diretta. L'ultima cosa che volevo dire, sulle indagini attorno alla morte di Antonio Russo, è che delle indagini in Italia sappiamo davvero pochino: è stata fatta di nuovo l'autopsia, ma i dati sono riservati, è una riservatezza che -come ho già detto in pubblico- violeremmo volentieri, ma intanto la cosa è strettamente riservata. Gli interrogatori non sono praticamente ancora incominciati, il magistrato ha delegato a ciò un ispettore capo che peraltro mi ha telefonato e poi ci sentiremo. (...) C'è un accenno che faceva Pannella, ed è un aspetto che va tenuto presente. Senza dubbio in Georgia, quando c'è andata la delegazione del Partito Radicale, il segretario Dupuis ad accompagnare la madre di Antonio, non vi è dubbio che le autorità locali si sono comportate con grande efficienza e speriamo che questo continui; non c'è dubbio anche, però, che in sostanza la Georgia è un paese che dalla questione della Cecenia è molto toccata. Il missile che ha ucciso Dudaev credo che fosse partito dalla Georgia. Non c'è dubbio che Shevarnazde ha un passato politico che lo vedeva addirittura Ministro degli Esteri dell'Unione Sovietica, non c'è dubbio anche che si sono finora comportati con grande correttezza e che l'omicidio di Antonio sulla stampa georgiana ha avuto grande eco. Speriamo dunque che queste non siano null'altro che riserve che potremo sciogliere da qui a fra poco. EMMA BONINO Adesso passiamo a due amiche, una giornalista e l'altra fotografa, che credo avesse anche conosciuto Antonio Russo e lavorato con lui. Darei prima la parola a Galina Ackerman e poi a Mylene Sauloy. GALINA ACKERMAN Cerco da alcuni anni di seguire ciò che accade in Cecenia, ed è vero che insieme ad altri amici giornalisti ci siamo posti una serie di domande, ci siamo chiesti dove poteva risiedere la validità delle nostre azioni e quale impatto i nostri interventi avrebbero potuto avere. Inanzi tutto vorrei parlarvi di una conversazione che ho avuto con Andrej Babitskj a colazione. Abbiamo parlato di una donna che ho conosciuto da lui a Mosca, la signora Petra Prohaskova, che è una giornalista estremamente coraggiosa, che per molti anni si è occupata di Cecenia; vi è stata parecchie volte, ha fatto molti reportages per un'agenzia di stampa indipendente; è molto delusa dal fatto che non sia successo niente, la guerra continua, si continua tranquillamente e impunemente a massacrare la popolazione civile, ci sono civili che continuano a scomparire, vengono detenuti ostaggi. Questa signora ha abbandonato il giornalismo e oggi si occupa di un istituto per orfani a Grozny, perché pensa che almeno in questo caso si tratti di un intervento concreto sul campo e quindi ritiene di essere più utile lì sul posto. C'è un altro esempio che vorrei fornire, che riguarda una giornalista, estremamente coinvolta nella questione, una giornalista russa, che ho proposto a Emma Bonino di invitare, cosa che purtroppo non è stata possibile, dato che la signora in questione non si trovava a Mosca. Si chiama Anna Politkovskaja, fa parte dell'Unione dei giornalisti russi, fin dall'inizio della guerra risiede una settimana su tre in Cecenia, per parlare della guerra dal punto di vista dei civili. Come sapete i giornalisti che non sono apertamente dalla parte delle autorità federali vengono messi in difficoltà, ma la signora, che lavora per un giornale di opposizione e non ha l'autorizzazione delle autorità militari, è riuscita comunque a penetrare in Cecenia a più riprese, protetta da un Ministero, perché ha comunque ottimi contatti con il Presidente inguscio Aushev, è riuscita come i colleghi occidentali a superare in modo illegale dei posti di blocco, fingendosi cecena. Vorrei raccontarvi che cosa ha fatto questa signora, che come dicevo scrive per un giornale di opposizione; è una storia molto interessante, assolutamente sconosciuta in Occidente. Nell'autunno dell'anno scorso, nel pieno dei bombardamenti a Grozny, Anna ha scoperto un istituto per anziani a Grozny nel quale risiedevano ancora per lo meno un centinaio di persone, la maggior parte di loro Russi, perché i Ceceni non hanno l'abitudine di mettere gli anziani all'ospizio. La signora ha cercato di capire chi eventualmente sarebbe stato responsabile del'evacuazione di questo istituto per anziani; è venuto fuori che nessun Ministero, nessuna struttura amministrativa russa aveva ufficialmente il compito di occuparsi di questi anziani; allora la giornalista ha smosso cielo e terra, ha portato avanti una campagna della durata di due mesi sul suo giornale, un giornale che esce due volte alla settimana, e sono riusciti a organizzare una colletta, dato che hanno scoperto che non c'era nessun fondo disponibile per far partire queste persone da Grozny. Alla fine il giornale ha trovato in varie case di riposo un posto per questi anziani. C'era però un grosso problema, perché in questi istituti i Ceceni non erano ben visti, né ben accolti, si trattava di una pura e semplice questione di razzismo; l'organizzazione è stata messa comunque a punto e alla vigilia della partenza uno dei Ministri, che normalmente avrebbe dovuto occuparsi di questa questione e invece non aveva fatto assolutamente nulla per fare evacuare questi anziani, ne ha parlato in televisione, come se fosse già stata risolta, mentre invece l'evacuazione doveva aver luogo l'indomani. Ma l'indomani è stato detto che erano necessarie alcune garanzie, dato che a Grozny c'era ancora la resistenza, avevano paura che gli anziani venissero massacrati al momento della partenza dall'istituto e che in questo caso la responsabilità ricadesse su di loro. Per cui hanno chiesto la presenza, quasi come ostaggi, dei giornalisti e i corrispondenti non hanno voluto essere presenti, quindi poi in effetti l'evacuazione degli anziani non è avvenuta. I bombardamenti sono continuati; ancora una volta Anna ha cercato di smuovere cielo e terra per risolvere questo problema e si è scoperto alla fine che un commando vero e proprio, sotto il fuoco dei bombardamenti, ha evacuato queste persone. Il commando russo ha fatto uscire solo gli anziani russi. La storia non è finita. Qualche mese più tardi, quando le truppe russe hanno occupato Grozny, Anna torna per l'ennesima volta a Grozny e che cosa trova? Scopre che le autorità russe che avevano tardato così tanto a evacuare questi anziani, metà dei quali malati cronici, nell'impossibilità di muoversi, molti malati mentali molto gravi, ebbene sono stati riprelevati dai vari istituti e riportati a Grozny, e inseriti in un istituto senza acqua, senza elettricità, senza personale che si occupi di loro, in un edificio distrutto; per entrarvi era necessario appunto passare per un edificio pericolante, cosa difficile anche per una persona in ottima salute come la nostra giornalista, bisognava quasi arrampicarsi sulle macerie. Cosa fa Novaja Gazeta, che credo sia l'organo di informazione più attendibile rispetto alla guerra? Organizzano un raccolta di fondi, si stanno occupando principalmente del problema umanitario, perché il problema principale è di curare questi anziani, dar loro da mangiare. Questo dimostra l'eroismo da parte di alcuni media russi, nel senso che non c'è una generale acquiescenza, però dimostra anche quelli che sono i limiti di qualsiasi azione contro un potere che non vuole fare assolutamente nulla. Anne, che ha parlato stamattina ed è appena tornata dalla Cecenia, dice che in Cecenia non è cambiato nulla. Allo stesso tempo sabato scorso a Parigi ho incontrato il comandante della 58a armata (un comandante militare oggi cos'è? Diciamo, per render più chiara la cosa, che è qualcuno che ha pieni poteri, responsabile di vita e morte della popolazione), il quale mi ha detto con molta tranquillità che in Cecenia va tutto benissimo, che tutto ciò di cui si parla sono invenzioni giornalistiche, che nella sua regione hanno già seminato il grano, che hanno l'elettricità, l'acqua corrente e il riscaldamento. Io so perfettamente che tutto questo non è vero, è proprio una guerra chiusa, nascosta, ma quello che si verifica è un fenomeno di cui non abbiamo sufficientemente parlato, cioè la disinformazione. Il signor Shamanov, che è un ex generale dell'armata sovietica, ora dell'esercito russo, costituisce un esempio di questa disinformazione. Credo che sia in corso una vera e propria guerra dell'informazione che comincia ad essere seriamente combattuta dal governo russo per quanto concerne la Cecenia. Certo, conosciamo bene la storia di Andrej Babitskj, che è qui presente, però vorrei fornirvi a questo proposito altri esempi, anche se non altrettanto drammatici nelle conseguenze, ma altrettanto gravi nel merito. Ad esempio, il 30 ottobre e il primo novembre c'è stata la visita di Vladimir Putin a Parigi; in quest'occasione ha avuto luogo non solo la sua conferenza stampa, ma anche altre conferenze stampa ufficiali russe, nelle quali ha preso la parola anche il portavoce del Cremlino, che ci ha detto che due giornaliste francesi qui presenti, Anne Nivat e Sophie Shihab, hanno manipolato l'opinione pubblica francese sulla Cecenia. Ha anche attaccato personalmente qualcuno che ha fatto molto per la Cecenia e per i Ceceni, cioè il filosofo francese André Glucksmann, dicendo che Glucksmann insieme ad altri, tutti ex comunisti, non hanno saputo perdonare alla Russia il tradimento operato nei confronti del comunismo, cosa piuttosto forte da dire, se pensiamo che per 25 anni, così come il Partito Radicale, loro hanno lottato sistematicamente per i diritti dell'uomo, contro le dittature comuniste nel mondo. Parliamo ora di questa video cassetta (fornita dall'ambasciata russa, ndc): c'è una controinformazione in corso, questo è chiaro, è successa esattamente la stesa cosa con André Glucksmann e sua moglie, che sono stati all'origine del primo appello fatto dagli intellettuali europei qualche mese fa in favore della Cecenia. Allora il personale dell'ambasciata russa ha chiamato Glucksmann a casa, e hanno chiesto la lista di tutti i firmatari dell'appello per mandare loro a casa una cassetta di propaganda russa, un video di controinformazione diffuso dall'ambasciata. C'è una nuova dottrina, se volete, sulla sicurezza dell'informazione, nell'ambito della quale lo stato russo cercherà di rendere chiaro e visibile il suo punto di vista, perché la Russia considera che i media indipendenti possono manipolare la realtà e quindi fanno guerra di contropropaganda, che consiste in attacchi a Mediamost, anche nel pirataggio informatico della Novaja Gazeta, in un vero e proprio raid con interrogatori di giornalisti ad una settimanale che si chiama Versija, col pretesto che questo settimanale ha pubblicato una foto del sottomarino americano che sarebbe entrato in collisione col sottomarino russo. Per quanto riguarda poi il bilancio del 2001, c'è stata una riduzione della spesa nell'ambito dell'informazione. Credo che nel futuro la vita dei giornalisti non sarà facile, anzi. Vorrei ora terminare questo mio intervento dicendo che il signor Shamanov, il generale, ora comandante militare, di cui vi parlavo prima, mi ha raccontato appunto che in Cecenia va tutto bene, e quando gli ho chiesto se mi avrebbe invitato a visitare la Cecenia, mi ha risposto che certamente sì, mi ha lasciato il suo numero di telefono. E io allora propongo di creare un gruppo di giornalisti, accettiamo l'invito di questo signore, cerchiamo di farci invitare in Cecenia, se qualcuno di Reporters Sans Frontières vuol venire con me ad accompagnarmi in questo viaggio. EMMA BONINO Forse bisognerà prenderli sul serio, cercare di mettere alla prova questa apertura. So che ci sono altre organizzazioni, come Human Rights Watch, che da tempo ha chiesto il permesso di andare, ma non l'ha ottenuto; quindi, forse, è meglio cogliere la palla al balzo e vedere se vale la pena di prenderli sul serio. Ultimo intervento di questo panel: do adesso la parola a Mylène Sauloy, del Comité Tchétchénie, anche lei con esperienze in zona. MYLENE SAULOY Rettifico, è stato detto che sono di Reporters Sans Frontières, non è così, noi abbiamo un progetto comune in Cecenia con RSF. Comincerò col raccontarvi un aneddoto su come ho conosciuto Antonio, perché credo che illustri molto bene le diffocoltà che si hanno a lavorare in Cecenia e non soltanto dal lato che si crede. Sono stata in Georgia alla fine di dicembre (1999, ndc), cercavo di entrare, come altri giornalisti, in Cecenia; non c'è modo di entrarvi per delle vie normali, né di avere l'accredito, e quindi molta gente è dovuta passare per la Georgia, dove si trovano degli intermediari, per lo più banditi, bisogna ben dirlo, banditi ceceni che aiutano la resistenza, e facevano passare i giornalisti. Il fatto che non si potesse lavorare normalmente ha fatto sì che molti giornalisti si rivolgessero ad intermediari del genere, che poi si sono rivelati piuttosto pericolosi. La frontiera georgiana era stata chiusa il17 dicembre, la Russia aveva fatto pressione sulla Georgia, aveva tagliato gas, elettricità, accusando evidentemente i Georgiani di aiutare la resistenza. Una volta chiusa la frontiera, bisognava passare clandestinamente per le montagne. Io mi sono trovata in alta montagna, in una zona cecena (cecena da 200 anni, dalle prime ondate migratorie dopo le guerre del Caucaso); io ero in un paesino, Antonio era in un altro, ho scoperto che si trovava vicino. Quello che ci veniva proposto erano banditi, contrabbandieri, cacciatori d'orsi, più o meno affidabili e simpatici - io non ho retto a lungo. Antonio era con dei cacciatori d'orsi, gente mezza georgiana e mezza cecena che beveva tutto il giorno, che avrebbero chiesto 500 dollari per farlo passare. Io ho fatto marcia indietro, come anche un polacco; non so cosa ha fatto Antonio. Questo per dire che era veramente difficile passare. Ci sono stati altri gravi problemi per i giornalisti in questa guerra, Antonio ha pagato di più, ma poi c'è il caso di Babitski, e quello di Brice Flétiaux, un fotografo francese, che è passato attraverso una trafila banditesca usata anche da altri, e l'hanno sequestrato, è restato 7 mesi ostaggio in Cecenia. E' stato detto che era ostaggio dei combattenti. Le condizioni della sua liberazione, e anche le informazioni sulla sua detenzione e sul posto in cui si trovava, dimostrano senza ombra di dubbio che i sevizi segreti russi hanno controllato dall'inizio alla fine questo rapimento; erano perfettamente al corrente e le condizioni della liberazione mostrano che è stata una liberazione "teleguidata", per così dire. Ecco tre casi: Antonio Russo, Brice Flétiaux e Andrej Babitskj, in cui la presenza dei servizi russi, ostacolo diretto dell'attività dei giornalisti, è abbastanza palese. Io sono giornalista indipendente, lavoro per la televisione, mi preme solo dire che in Francia c'è stata una notevole copertura stampa, specie di quella scritta (non per sminuire i colleghi della radio), la stampa è stata molto attenta alla Cecenia. Ci sono giornalisti impegnati in Francia, va detto, gente che ha preso il coraggio a due mani e ha detto "Andiamo in Cecenia". Ci sono state notevoli resistenze nelle redazioni, questo va detto a onore dei giornalisti, a mandare gente in Cecenia; con quello che è successo fra le due guerre, con quello che è successo all'inizio della guerra, con le varie pressioni, le difficoltà per entrare, le redazioni erano molto titubanti a mandare persone. Invece molti giornalisti, gliene va reso merito, volevano partire; alla fine è stato molto più facile per gente come me, per gli indipendenti, che sono partiti senza alcuna copertura. Io sono stata durante la prima guerra, allora era impossibile farsi mandare da una televisione, bisognava partire da soli e poi piazzare i propri servizi, nessuno s |