Proibizionismo globale e antiproibizionismo radicale. Comunicazione di Marco Perduca al Convegno radicale europeo


Questa relazione sarà, in parte, una lettura politica contenente una rassegna dei proibizionismi che opprimono l’umanità e, in parte, un resoconto delle iniziative radicali antiproibizioniste. Il focus principale sarà sulla droga, ma, come vedremo, l’antiproibiziosmo radicale interessa ormai un ampio spettro di politiche liberticide tanto in materia di ricerca scientifica, religione, sesso quanto quelle di natura economica quali, a esempio, la limitazione dell’accesso ai mercati ricchi per le merci provenienti da paesi in via di sviluppo, nonché ultima, ma per questo non meno importante, il proibizionismo sulla possibilità di conoscere per poter scegliere e quindi partecipare al processo politico deliberativo.

Droga, sesso, religione, censura, ricerca scientifica, informazione e quindi conoscenza, ma anche cotone africano o asiatico, carne o pesce latino americano, agrumi mediorientali o libertà di sviluppare nuovi software, sono questioni che fanno parte della vita di ciascuno di noi. Sono questioni che, invece di essere lasciate alla scelta libera, responsabile e informata dei cittadini/consumatori, sono “regolamentate” da leggi e politiche che, associandole spesso al “male”, vedono nella proibizione l’unica idea forte capace di consentirne il controllo , e, nel dispiego di veri e propri apparati mediatico-militari, lo strumento che concretamente può garantirne il successo.

All’interno dell’Unione Europea, negli Stati Uniti oppure all’ONU l’unico terreno dove tutti i governi, democraticamente eletti o no, riescono a trovare un accordo di minima e di massima è sul proibizionismo. Ogni qualvolta si presenti un fenomeno estraneo a quel che arbitrariamente viene considerato la “norma”, le autorità nazionali e internazionali, tanto quanto la maggioranza dei media ufficiali, rispondo nello stesso modo ovvero vietando tanto la questione quanto la possibilità di mettere in discussione il proibizionismo.

Il proibizionismo globale non solo rappresenta una minaccia per la scienza e la natura, ma possiede tutte le caratteristiche proprie della religione, del dogma: è giusto perché è giusto, o si è proibizionisti o si è contro quello che con le proibizioni si vuole “difendere”: la salute, la famiglia, i bambini, e, spesso il “vero” valore della vita stessa. Il proibizionismo non può essere messo in discussione perché il mero dibattito rappresenta di per sé una pericolosa minaccia all’ordine pubblico e alle autorità governative depositarie del bene e del male. L’apertura di un dibattito metterebbe anche a nudo il ruolo connivente dei media nazionali e internazionali in questo sistematico attacco alle libertà individuali. Ci si deve sposare solo se di sesso opposto; l’uomo non deve “osare separare in terra quello che Dio ha unito in cielo” pena la dannazione eterna, la galera o il pubblico ludibrio; non si può essere liberi di scegliere in merito a una gravidanza indesiderata, a un amore omosessuale o plurale, a pregare un Dio illegale, non si può essere liberi di bere alcol oppure di consumare altre sostanze anche se totalmente al corrente delle implicazioni di tali scelte. Soprattutto non si deve essere liberi di conoscere i fallimenti del proibizionismo e, quindi, non si deve essere messi nelle condizioni di esprimere la propria preferenza politica e partecipare al processo di formazione di possibili alternative. Infine, ed è una forma recente e drammaticamente criminale di proibizionismo, non si è liberi di poter fare ricerca scientifica e sostituire alle preghiere quotidiane di milioni di malati un futuro fatto di di cure possibili.

Non tutti i proibizionismi sono uguali naturalmente. Se, infatti, in casi come il proibizionismo sulle scelte in merito alle preferenze sessuali o religiose vi sono delle differenze di controllo e di politiche governative a seconda che si viva in un paese democratico o in un regime autoritario o teocratico – anche se i media fanno di tutto per mantenere vivo il disinteresse o il linciaggio -, per quanto riguarda invece le droghe e la ricerca scientifica, le risposte governative sono ovunque le stesse. In tutto il mondo la produzione, il consumo e il commercio non solo delle sostanze ritenute pericolose in quanto “stupefacenti”, ma anche delle materi prime che possono venire utilizzate anche per la produzione dei narcotici viene considerato un reato penale.

La guerra alla droga rappresenta sempre un pretesto per la collaborazione internazionale. Per combattere la droga si è lanciata l’idea dello “spazio comune europeo di giustizia” (eurojust), uno spazio dove i poteri dell’accusa non trovano il loro giusto bilanciamento e limite nell’esercizio del diritto della difesa, dove, seguendo un’esempio tutto italiano, si è chiamati a dimostrare la propria innocenza piuttosto che essere provati colpevoli dal mega-procuratore europeo.

Con la scusa della guerra alla droga si è militarizzato mezzo mondo. Si sono sviluppate misure repressive e pervasive che impongono modelli di vita che, come nel caso delle socialdemocrazie scandinave, ricattano i propri cittadini arrivando a toglier loro la possibilità di usufruire dei minimi servizi dello stato sociale se ritenuti tossicodipendenti. Negli USA si condannano a pene detentive di diversa entità centinaia di migliaia di non-violent offenders per il semplice possesso di droghe, anche “leggere”. In tutta Europa, che si tratti della progressista Inghilterra o della super-proibizionista scandinavia o di paesi come l’Italia in preda a rigurgiti proibizionisti chiaramente reazionari, si cerca di abbassare la soglia ritenuta “tollerabile” come consumo personale al di là della quale il possesso di qualunque quantità viene tipificato come fattispecie di -reato di traffico. Nei paesi che producono le materie prime per la raffinazione delle droghe è in atto una persecuzione delle comunità indigene e delle loro culture che da millenni coltivano la foglia di coca e si è dichiarata guerra aperta a tutti coloro che controllano il traffico illecito, una guerra tanto costosa quanto inefficace. Grazie al proibizionismo le FARC in Colombia continuano a detenere il controllo di ampie aree del paese quando per un quinquennio i talebani hanno finanziato il proprio regime di terrore coi proventi dell’oppio. Per eradicare le droghe dalla faccia della terra si fumigano intere vallate delle Ande e dell’Asia centrale mentre i tentativi di ridurre i danni del proibizionismo attraverso misure di politica sanitaria, come lo scambio di siringhe usate con sterili o attraverso la distribuzione di eroina sotto stretto controllo medico o in appositi locali sicuri sia igienicamente che dal punto di vista dell’ordine pubblico oppure l’utilizzo di sostanze alternative all’eroina come il metadone, rappresentano solo progetti pilota o, nella migliore delle ipotesi, programmi regionali spesso avviati da organizzazioni private e non dal pubblico.

Il proibizionismo è un business da centinaia di milioni di dollari. Le Nazioni unite sei anni fa hanno stimato il giro totale d’affari legato alle droghe pari all’8% del commercio mondiale:la cifra, in assoluto, potrebbe essere vicina a 600 miliardi di dollari. Una stima non necessariamente affidabile se è vero che le Nazioni unite hanno recentemente dichiarato che il 90% dei suoi stati membri non fornice dati completi o completamente credibili in merito alla produzione, consumo e commercio di stupefacenti. Seicento miliardi di dollari ai quali vanno aggiunti i costi sostenuti per l’amministrazione delle giustizia, il mantenimento di migliaia di celle in prigioni spesso fatiscenti, il dispiegamento della polizia nelle città, dell’esercito ai confini, della “prevenzione” e della “cura” dei tossicodipendenti e degli affetti da altre malattie spesso connesse alla tossicodipendenza come l’HIV/AIDS, l’epatite C, etc. Per far fronte a chi viola la legge proibizionista, in tutto il mondo, da oltre 30 anni si è lanciata una vera e propria guerra alla droga che criminalizza alla stessa stregua chi produce, consuma e traffica. Una guerra che usa la detenzione come soluzione a problemi sanitari tanto quanto di produzione agricola. I consumatori di droga nel ricco nord del mondo proprio come i produttori di vari prodotti agricoli del depresso e spesso oppresso sud del mondo sono perseguiti penalmente per le proprie attività che non producono vittime e che, se regolamentate legalmente, potrebbero consentire un “controllo” del fenomeno creando una consapevolezza e assistenza sanitaria efficace ed effettiva nonché uno sviluppo economicamente sostenibile quanto culturalmente e tradizionalmente contiguo alla storia di milioni di persone.

Dal 1997 al 2001 l’ufficio delle Nazioni unite che a Vienna si occupa di controllo delle droghe e della prevenzione del crimine è stato diretto dall’ex-senatore ulivista Pino Arlacchi. Per quattro anni, l’occupazione principale di Arlacchi è stata quella di rilanciare la guerra alla droga facendo dell’eradicazione delle colture illecite il proprio biglietto da visita. Alla sessione speciale dell’Assemblea Generale sugli stupefacenti tenutasi nel , Arlacchi si è presentato con lo slogan “un mondo senza droga è possibile entro il 2008” e ha cercato di mantenere fede all’idea finanziando una serie di progetti di fumigazione e roghi pubblici di droghe nonché stringendo alleanze coi Talebani per dichiarare una guerra santa all’oppio. Cinque anni sono passati da quella data e, della gestione di Arlacchi e del suo slogan, restano ricordi di fallimenti e malagestione. Nel 2001, ad Arlacchi l’Italia, che fino a quest’anno era il maggiore finanziatore dell’agenzia di Vienna, ha sostituito Antonio Maria Costa, un economista con nessuna esperienza né competenza nel campo della droga. Dopo un inizio di gestione incoraggiante in cui Costa ha cercato di rompere con le politiche censoree di Arlacchi, l’attività principale, oltre a quella di presentare i dati fallimentari del proibizionismo che in termini diplomaticiviene denominato “controllo delle droghe”, sta diventando quella di attaccare senza mezzi termini gli antiproibizionisti. Dalle dichiarazioni di Costa emerge che, se il controllo delle droghe ancora non ha prodotto i frutti sperati - un modo libero dai narcotici entro i prossimi cinque anni - lo si deve in buona parte anche a una lobby pro-droga che starebbe minando le tre convenzioni Onu in materia.

Il Partito Radicale Transnazionale e la Lega Internazionale Antiproibizionista, da oltre 10 anni hanno condotto una serie di iniziative a livello internazionale intese a promuovere una riforma delle tre convenzioni Onu denunciandone non solo l’impianto esclusivamente proibizionista, ma anche la patente inefficacia. All’inizio degli anni novanta la LIA ha pubblicato uno studio politico-legale su tali convenzioni evidenziando come la via verso un miglior controllo degli stupefacenti passi attraverso la legalizzazione di tutte quelle sostanze che sono attualmente rese illecite dalle convenzionistesse . I radicali hanno partecipato attivamente sia alla fase di preparazione della sessione speciale dell’Assemblea generale sulle droghe che al dibattito vero e proprio grazie anche all’intervento di Marco Cappato e, negli stessi anni ‘97-‘98 hanno creato i Parliamentarians for Antiprohibitionist Action che presentarono un documento critico delle politiche proibizioniste. Il PRT e la LIA, rilanciata nell’ottobre dello scorso anno, hanno lanciato un appello al Segretario generale e agli stati membri dell’Onu che chiede una valutazione dei risultati del proibizionismo internazionale insieme a una revisione delle tre convenzioni che possa portare a un controllo legale della produzione, consumo e commercio delle droghe. L’appello è stato sottoscritto da oltre 10mila persone di 110 paesi tra cui 250 parlamentari di una dozzina di Parlamenti e introdotto come risoluzione parlamentare in Canada, Grecia, Nuova Zelanda e Colombia e, grazie all’iniziativa di Cappato, come raccomandazione al Parlamento europeo col sostegno di 110 eurodeputati. Questa mozione ha scaturito un dibattito che, alla vigilia del segmento ministeriale della Commissione stupefacenti del 2002, ha visto il PE spaccarsi sulla proposta di convocare una conferenza per valutare le politiche europee in materia di droga. In vista ditale riunione la LIA ha presentato uno studio critico dei dati forniti dalle Nazioni unite.

La strategia di Costa è chiara, attaccare gli antiproibizionisti dando loro la colpa di essere dietro a coloro che vogliono mantenere fallimentare la lotta alla droga. Un bel salto di qualità per un economista “liberale” quello di abbandonare i principi economici della relazione tra costi e benefici per il dogma proibizionista.

Se vi è un professionismo dell’anti-droga, pari a quello dell’antimafia, che ha visto in Pino Arlacchi - mandato a Vienna dal Governo di Prodi (governo sostenuto da Rifondazione agli ex-democristiani ) a dirigere l’agenzia ONU per la droga, che vive di laute parcelle per consulenze o di decine di pubblicazioni "scientifiche" vi è altrettanto s

Da liberali convinti dell’efficacia dello stato di diritto, di quello che in inglese viene meglio definito come rule of law, i radicali tanto in Italia quanto a livello transnazionale hanno sempre lottato per promuovere l’applicazione di quegli strumenti legali tali a garantire o difendere l’affermazione della coscienza individuale e, eredi di un azionismo nonviolento gandhiano, hanno disobbedito leggi liberticide per denunciarne l’ingiustizia e le conseguenze nefaste della loro applicazione.

Per i radicali l’antiproibizionismo è libertà non licenza, è legge non anarchia. Le sue radici affondano nell’Illuminismo anglo-americano della seconda metà del XVIII secolo che ispirò i padri fondatori di quell’esperimento di costante affermazione delle libertà individuali e dei loro limiti che sono gli Stati Uniti d’America. I suoi metodi di lotta si rifanno alle drammatiche pratiche gandhiane del dialogo nonviolento fatto di digiuni e scioperi della fame e della sete, di disobbedienza civile e resistenza passiva in un continuo confronto pubblico, e quindi politico, con l’avversario potente e proibizionista, col legislatore e contro la condotta illegaledelle istituzioni.

In Italia i radicali hanno per anni dosobbedito leggi ingiuste distribuendo sostanze proibite durante manifestazioni pubbliche in sostegno di referendum o di elezioni amministrative. Decine di radicali, sulla scia di Marco Pannella e Rita Bernardini, hanno dovuto lottare per essere processati da una giustizia che non vuole applicare le leggi proibizioniste perché ne riconosce la follia. Le sentenze, che col passare degli anni sono state emesse nei confronti di oltre 40 militanti e dirigenti radicali, sono andate dalla carcerazione, commutata poi in sanzioni amministrative, a multe, assoluzioni o, come nel caso di Pannella, a riconoscimenti per l’alto valore morale e sociale della disobbedienza. Pannella è stato anche in regime di stretta sorveglianza per un semestre nel 2003. Nessun altro partito politico si è mai voluto associare alle disobbedienze civili né ha mai espresso la propria solidarietà per le lotte antiproibizioniste radicali, salvo poi partecipare direttamente o indirettamente alla spartizione della mangiatoia delle comunità di recupero dirottandovi ingenti somme di danaro pubblico che potrebbe essere più utilmente impiegate per finanziare programmi di riduzione del danno per le centinaia di migliaia di persone che consumano le droghe.

Da oltre quarant’anni, , le iniziative radicali hanno portato a profonde riforme legislative nazionali e internazionali grazie anche a milioni di ‘casi umani’ che hanno trovato nei radicali lo strumento al loro servizio e il canale attraverso cui divenire ‘caso politico’. L’ultimo fra tutti, e forse il più significativo di tutti, il caso di Luca Coscioni, il quale (citazione di saramago) presiede oggi Radicali italiani e guida la sua associazione per la libertà di ricerca scientifica.

Occorre anche ricordare quanto i sette eurodeputati radicali sono riusciti a fare all’interno del Parlamento europeo negli ultimi quattro anni a partire dalle iniziative in favore di quelli che alcuni vogliono chiamare diritti dei gay o gender rights, ma che interessano nella sostanza le libertà individuali che riguardano chiunque ponendo la questione delle discriminazioni sulla base delle preferenze sessuali tanto dentro che fuori dall’Unione , seguendo da vicino le persecuzioni di cui sono stati oggetto decine di gay in Romania ed Egitto. Hanno poi continuato con l'opporsi alle misure che limitavano la possibilità di ricerca scientifica nell’Unione, con l’imporre-l’apertura di un dibattito sui fallimenti del proibizionismi sulle droghe; con il monitoraggio della sistematica violazione dei diritti civili e politici e delle libertà individuali da parte dei governi di stati membri dell’Unione; con il denunciare l’intrusione dello Stato nella sfera privata dei cittadini tanto quanto in quella economica e la proibizione, per milioni di individui, di poter esprimere liberamente il proprio dissenso politico nei confronti di regimi autoritari e totalitari che ricevono poi milioni di euro per la cooperazione allo sviluppo dall’Unione; con l’opporsi decisamente all’inclusione di riferimenti di paternità religiosa nel testo della Convenzione europea; con il ridurre drasticamente privilegi e finanziamenti ai produttori europei con la conseguente apertura dei mercati ai prodotti oggi proibiti del sud del mondo; nonché con il proporre una riforma degli attuali regolamenti parlamentari basati su privilegi partitocratici rendendo così possibile per deputati non appartenenti alle cosiddette “famiglie politiche europee” di poter svolgere le proprie funzioni e rappresentare i propri elettori senza le proibizioni di uno regolamento basato sui privilegi partitocratici.

All’interno delle Nazioni unite, grazie allo status consultivo di cui gode il Partito Radicale Transnazionale, i radicali hanno dato voce a chi vede sistematicamente negato il proprio diritto a esistere e a far conoscere l’oppressione che subisce a opera di regimi totalitari, come nel caso della leadership legalmente eletta del popolo ceceno, dei rappresentanti di popoli oppressi come gli uiguri, i laotiani, i vietnamiti, i kosovari, ma anche rappresentanti di popoli indigeni come i montagnard degli altopiani centrali del Vietnam, di gruppi perseguitati come i gay, le lesbiche e i transessuali o ancora i portavoce di gruppi religiosi proibiti come i falungong o i buddisti vietnamiti nonché decine di dissidenti politici tutti sistematicamente espulsi dalle deliberazioni dell’Onu e sconosciuti al mondo e all’opinione pubblica.

In uno spirito di costante dialogo con le istituzioni nazionali e internazionali, negli ultimi anni i radicali hanno disobbedito in Italia e Inghilterra alla legge ingiusta che criminalizza chi fa uso di droghe affrontando le conseguenze penali di tali atti quali la carcerazione; hanno raccolto firme per promuovere referendum e proposte di legge su questioni liberali, e lanciato appelli, ricevendoil sostegno di migliaia di persone tra cui professori universitari, ricercatori scientifici e decine di premi nobel per consentire la ricerca scientifica sulle cellule staminali prodotte da embrioni sovrannumerari; hanno creato reti di cittadini e parlamentari per promuovere il dibattito politico internazionale sull’esito delle politiche mondiali in materia di droga nonché la necessità e l’urgenza di una revisione radicale di quell’arsenale legale che sono le tre convenzioni Onu sugli stupefacenti; sono riusciti a suscitare interesse verso decisioni che altrimenti avrebbero seguito percorsi deliberativi burocratici come la decisione delle Nazioni unite di tenere parte del proprio Summit sulla società dell’informazione in Tunisia dove la limitazione della libertà di pensiero è pressoché totale.

Nel 2004 si presentata un’occasione cruciale per coloro che hanno a cuore la libertà e si occupano della propria tanto quanto di quella degli altri e che ritengono che non vi possano essere pace e sicurezza internazionale senza l’affermazione dei diritti individuali e, quindi, la promozione dell’unico sistema costituzionale e istituzionale che ne può garantire tanto il monitoraggio quanto la salvaguardia ovvero la democrazia. Il prossimo giugno si terranno le elezioni per un nuovo Parlamento europeo che vedrà la partecipazione, per la prima volta, di milioni di elettori che hanno vissuto quasi almeno metà della propria esistenza dietro una cortina di ferro che ha di fatto proibito loro di vivere in libertà e dignità.

L’assenza di antiproibizionisti nella composizione del prossimo Parlamento europeo darà il via libera a quelle spinte reazionarie che vogliono espellere il dibattito politico per passare alla silenziosa armonizzazione di una serie di politiche e leggi in virtù di un presunto interesse comune europeo. In molti casi, in materia di droga per esempio, tanto i soci fondatori quanto i nuovi arrivati saranno costretti ad abbassare drasticamente la soglia di tolleranza verso approcci alternativi alla guerra alla droga, “tolleranza” che in certi casi, come la Slovenia o alcuni paesi baltici, ha drasticamente ridotto i danni creati dal proibizionismo sulle droghe. Le recenti decisioni del Consiglio dei Ministri in merito all’inasprimento delle pene per quel che viene definito “traffico di stupefacenti”, quanto (non) deciso dal PE in merito alla ricerca scientifica nonché l’iper regolamentazione di internet oppure la totale indifferenza verso le libertà individuali di milioni di cittadini omosessuali o transessuali, sono solo alcuni tra gli esempi più significativi di questa nuova tendenza proibizionista.

Molti degli italiani che hanno seguito il dibattito che si è tenuto prima e durante il secondo congresso di Radicali italiani sanno quanto siano presenti l’antiproibizionismo e la lotta contro tutti i fondamentalismi e come esse rivestiranno un ruolo centrale nella campagna elettorale radicale in vista dell’appuntamento elettorale di giugno prossimo. I radicali italiani sanno anche che, per raggiungere quest’obiettivo, sarà necessaria una mobilitazione di massa al fine di consentire la presentazione di liste antiproibizioniste raccogliendo oltre 150mila firme in tutta la penisola.

Agli amici non italiani che, forse fino ad oggi non sapevano neppure di condividere il pensiero radicale, va il nostro invito a unirsi a questa lotta non tanto, e non solo, perché l’unione fa la forza, bensì perché la mancanza di una forza politica transnazionale che iscriva questioni politiche di libertà, giustizia e democrazia nell’agenda del Parlamento europeo, potrebbe essere fatale alla vita delle istituzioni comunitarie stesse consegnando, una volta per tutte, il nostro futuro nella mani di una mega-struttura burocratica le cui decisioni sono dettate da convenienze proprie contravvenendo all’interesse di centinaia di milioni di individui dentro e fuori l’Unione.

Da questi due giorni di dibattito speriamo che arrivino racconti di vissuto tanto quanto proposte per poter attuare questo programma e per armare di pensiero e azione chi saprà fare domani quello che ha fatto fino a oggi é necessario lottare con tutti i mezzi nonviolenti per affermare la libertà.