CONVEGNO RADICALE EUROPEO: DEMOCRAZIA, LIBERTÀ E INTERNET: IL DIVARIO DIGITALE NON È SOLO TECNOLOGICO. COMMUNICAZIONE DI MARCO CAPPATO


Il divario digitale è solo una questione di soldi, oppure anche di libertà, democrazia e diritti umani? Il Summit sulla Società dell’informazione, convocato dalle Nazioni Unite a Ginevra dal 10 al 12 dicembre, offre alla Comunità internazionale l’opportunità di sventare il pericolo - già adombrato dall’Onu - che la "rivoluzione dell’informazione" si dimentichi dei Paesi in via di sviluppo. Purtroppo, a giudicare dal dibattito che ha caratterizzato le fasi preparatorie del Summit, le speranze sono minime. La ragione sta forse nel fatto che nella Rete, proprio come nella vita, i soldi non sono tutto.
È sintomatico dell’impianto generale del Summit - e di una crisi più ampia dell’intero sistema delle Nazioni unite - il fatto che per mesi le delegazioni di oltre 160 paesi non siano riuscite a inserire nei documenti un paragrafo che riconoscesse il "diritto alla libertà di opinione ed espressione", come recita l’Articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani.
Quanto al ruolo delle organizzazioni non-governative, sono state escluse ONG come Reporters Sans Frontières e Human Rights in China dall’Onu, il che rappresenta una brusca inversione di tendenza rispetto al coinvolgimento delle ONG ad esempio sulla campagna per il Tribunale penale internazionale.
Il terzo elemento di debolezza dei lavori preparatori del Summit è rappresentato dalla scelta di dare la priorità ai progetti di e-government rispetto a quelli di e-democracy. L’articolo 21 della Dichiarazione universale dice chiaramente che "la volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione". Le nuove tecnologie offrono la straordinaria occasione per assicurare a ciascun individuo, dovunque egli viva, la possibilità di poter "partecipare al governo del proprio paese" e di "accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese". Il fatto che sia stata prioritariamente presa in considerazione la questione dell’e-government - e cioè dei modi in cui i governi controllano ed utilizzano le nuove tecnologie - piuttosto che quella dell’e-democracy - e cioè degli strumenti da mettere a disposizione ad ogni individuo per assicurargli il pieno esercizio dei suoi diritti civili politici - è sintomatico del ruolo subordinato che il diritto alla democrazia ed in particolare il suo libero e pieno esercizio hanno all’interno dei forum onusiani.
La ciliegina sulla torta del Summit è la scelta della Tunisia come sede destinata ad ospitare la sessione conclusiva dei lavori, nel novembre 2005. Il governo di questo Paese reprime sistematicamente le voci dissenzienti: negli ultimi anni decine di giornalisti sono stati arrestati con accuse relative alla “diffusione di false informazioni”. Zouhair Yahyaoui, il "webmaster" del sito TuneZine, condannato il 10 luglio 2002, ha già passato oltre un anno in prigione per aver pubblicato una lettera del giudice Mokhtar Yahyaoui indirizzata al Presidente Ben Ali, in cui si criticava la totale mancanza di indipendenza del potere giudiziario in Tunisia. Addallah Zourari è stato incriminato per "diffamazione" da un proprietario di cybercafe e condannato a quattro mesi di reclusione nel luglio scorso. Altri giornalisti, come per esempio Sihem Bensedrine, sono attaccati sistematicamente dal governo e non possono lavorare liberamente.
Infine, la personalità scelta dal Governo tunisino per coordinare la sessione finale del Summit del 2005, è il Generale Habib Ammar - Comandante della Guardia nazionale tunisina nonché Ministro degli Interni dal 1984 al 1987 - accusato dall’Organizzazione mondiale contro la tortura di essere uno dei massimi responsabili delle brutalità più efferate compiute contro gli studenti in quegli anni.
Di fronte a questi segnali preoccupanti, quando nei documenti Onu si trovano riferimenti alla necessità che "la gestione internazionale di Internet deve essere multilaterale" è d’obbligo chiedersi di che tipo di multilateralismo si parla, se quello della Tunisia, della Libia Presidente della Commissione diritti umani dell'ONU o della Siria membro del Consiglio di sicurezza. Il governo della Rete, il diritto della Rete, sono cosa troppo delicata per essere affidata ad istituzioni burocratiche e stataliste, ma al tempo stesso l'illusione di un completo autocontrollo ed autogoverno di Internet sembra essere seppellita sotto divieti, criminalizzazioni e barriere tecnologiche.
Alle ragioni di viva preoccupazione, già messe in evidenza, si aggiunge infine quella dell’importanza, riservata ai cosiddetti "diritti di proprietà intellettuale"; di fronte a questa espressione equivoca, destinata a generare confusione tra i diritti d’autore e i brevetti, occorre chiedersi se non ci si trovi di fronte ad un accordo tra paesi ricchi e poveri: i ricchi di tecnologie ottengono un'applicazione sempre più ampia dei brevetti (compresi quelli sui programmi e sui modelli d'affari, magari nell’interesse di poche multinazionali); i poveri di democrazia ottengono la conferma della sacralità della sovranità nazionale, nonché la mano libera per il controllo delle Rete.
Questa logica va combattuta in nome di una strategia di segno radicalmente opposto, in base alla quale, da una parte, i paesi democratici dovrebbero concentrarsi sulla "priorità democratica ", puntando ad imporre riferimenti espliciti e chiari al rispetto delle libertà civili nel testo della Dichiarazione ed invitando l’Onu a riconsiderare la propria decisione di tenere la Sessione conclusiva del Summit a Tunisi; dall'altra, i paesi "tecnologicamente poveri", anche nell’interesse di molti naviganti "occidentali", dovrebbero chiedere più ampie possibilità per la disseminazione e condivisione legale del frutto dello sviluppo tecnologico.
Agli europei, pronti a sborsare ingenti quantità di danaro sul "Piano d'azione" del Summit, va ricordato che il finanziamento dell’e-government potrebbe dare come risultato la e-repression nonché la e-censorship........insomma: davvero un brutto investimento per i contribuenti dell’Unione. Forse si farebbe meglio a riprendere la proposta del Congressman americano Lantos, per la creazione di un'Agenzia per la libertà su Internet, che abbia come mandato quello di sviluppare e diffondare tutte quelle tecnologie atte a sorpassare ed eludere la censura e la sorveglianza generalizzata dei cittadini sulla Rete.