Lettera - Berlusconi e la guerra in Iraq errore mitigato dalla fortuna

Sergio Romano
Corriere della Sera

Bush ha subito e continua a subire dure censure per la  sua decisione di invadere l’Iràq. A Blair viene ancora rinfacciata la stessa decisione. Invece a Berlusconi che si accodò con entusiasmo, causando anche morti italiane, nessuno ricorda niente. Eccessiva indulgenza o distrazione giornalistica?

Paolo Ottoboni
Milano
 
Caro Ottoboni,
Quando l’Europa si divise e due grandi Paesi (Francia e Germania) decisero di opporsi alla guerra in Iraq, Silvio Berlusconi scelse gli Stati Uniti e firmò con altri sette leader europei un articolo intitolato «United we stand» che fu pubblicato dal Wall Street journal del 30 gennaio 2003. Fra le altre firme vi erano quelle di José Maria Aznar (Spagna), Tony Blair (Gran Bretagna), José Manuel Barroso (Portogallo) e Vaclav Havel (Repubblica Ceca). L’articolo dava per scontato che l’Iraq avesse le armi di distruzione di massa, ma gli argomenti forti erano la solidarietà con gli Stati Uniti, la necessità di preservare un legame essenziale per la sicurezza della regione atlantica e la condivisione della tesi americana secondo cui la guerra contro l’Iraq sarebbe stata il logico seguito della «guerra al terrorismo» iniziata 1’11 settembre. Per Berlusconi in particolare quella scelta di campo avrebbe dovuto garantire all’Italia il ruolo di partner privilegiato degli Stati Uniti a sud della Manica.
 Per raggiungere l’obiettivo il presidente del Consiglio sarebbe stato probabilmente disposto a inviare un contingente militare sin dall’inizio delle operazioni: un gesto simile a quello di Cavour nel 1855 durante la guerra in Crimea. Non sembra tuttavia che l’idea di un conflitto entusiasmasse il presidente del Consiglio italiano. Fra i documenti raccolti da Marco Pannella per giustificare l’istituzione di una commissione parlamentare sulla guerra, vi sarebbe traccia di un colloquio fra Berlusconi e il leader libico Gheddafi nel corso del quale i due avrebbero parlato della possibilità di indurre Saddam Hussein a scegliere la via dell’esilio. E vi sarebbe addirittura la registrazione di una conversazione telefonica di Berlusconi con Bush e Aznar nella quale il premier italiano annunciava che Saddam, secondo Gheddafi, era ormai pronto ad andarsene con un salvacondotto preparato dall’Italia. Ma gli americani volevano la guerra e non erano disposti ad accettare compromessi.
 Berlusconi, comunque, ebbe fortuna. La posizione di Giovanni Paolo II, le bandiere arcobaleno che sventolavano sui balconi delle città italiane e il colpo di freno impartito dal Quirinale, gli risparmiarono l’obbligo di partecipare. Quando il contingente italiano mise piede in Iraq, la guerra era formalmente finita e i compiti della missione erano quelli di consolidare la pace. Non era vero, naturalmente. La guerra non era finita e le truppe di un Paese alleato degli Stati Uniti, come constatammo a Nassiriya, sarebbero state considerate nemiche. Ma l’Italia aveva assunto una posizione meno esposta di quella della Spagna e il governo potè annunciare il ritiro delle truppe prima delle elezioni del 2006 senza incorrere, come il governo spagnolo di Zapatero, nelle rabbiose reazioni degli americani. A me sembrò che la guerra irachena fosse un errore madornale, e nulla di ciò che è accaduto da allora mi ha fatto cambiare idea. Ma devo ammettere che il governo italiano, dopo il suo errore iniziale, ha evitato il peggio.

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